Messaggio di solidarietà

Inserite solamente messaggi di solidarietà!

Forum e discussioni: http://www.giulemani.forumattivo.com/

Cari internauti, vi informiamo che il nostro sito è destinato alla ricezione di messaggi di solidarietà e non allo scambio di commenti - considerazioni che possono avvenire sul forum

Grazie per il sostegno!

Nome *
Cognome *
Email *
Website
Luogo *
 
Messaggio

Messaggi


pg r da al cinema:la nostra vita

pgr@sunrise.ch

 
Friday, 27-08-10 15:23
22 anni dopo Domani Accadrà Daniele Luchetti torna a Cannes ed accade che la Croisette lo accoglie con una giusta ovazione. Toccante, incredibilmente attuale e quasi pasoliniano nella rappresentazione romana dei suoi protagonisti periferici, Luchetti affascina e conquista, emozionando attraverso una storia tanto semplice quanto dura e figlia dei nostri tempi. Girato quasi interamente a Ponte di Nona, nella periferia nord della capitale, dove sconfinati mostri edilizi sorgono dal giorno alla notte, tra Centri Commerciali chiamati a trasformarsi in ‘piazze’, totem economici dove i soldi sono gli unici Dei da adorare, e centinaia di famiglie pronte a tutto pur di riuscire a fare quel salto ’sociale’ che permetterebbe loro di ostentare tutto l’ostentabile.
Claudio è un operaio edile di trent’anni che lavora in uno dei tanti cantieri della periferia romana. E’ sposato, ha due figli, ed è in attesa del terzo. Il rapporto con la dolce moglie Elena è fatto di grande complicità, vitalità, sensualità. I due sprizzano amore dagli occhi, si accontentano della semplicità che li ha avvolti, sognano una vacanza in Costa Smeralda, con cura ‘pesano’ i prezzi dei mobili di Ikea, in modo da riuscire a far tornare i conti mensili, e si circondano di amici e parenti che rendono il tutto una grande, proletaria e felice famiglia ‘allargata’. Fino a quando l’impensabile non decide di entrare dalla porta principale delle loro vita. Elena muore durante il parto. Claudio è totalmente impreparato a vivere da solo, senza la sua guida femminile, la sua parte saggia e controllata. Per rimuovere il dolore inconsapevolmente Claudio sposta il lutto nella direzione sbagliata: pensa solo a sfidare il destino, e a dare ai figli e a se stesso quello che non hanno avuto finora: il benessere, i soldi, i capricci, le vacanze, in una parola le “cose”. Per risarcire la sua famiglia, si caccia in un affare più grosso di lui, fino a quando capisce che è a un passo dall’abisso…
Un cast perfetto, una sceneggiatura tagliente come una lama ed una regia attenta, preparata e perfettamente capace di rappresentare gioie e dolori dei protagonisti che si susseguono sullo schermo. Evitando facili clichè e fastidiose forzature, Luchetti tocca con mano argomenti delicati e drammatici, realizzando forse il suo miglior film. Un film costruito sulle spalle di un Elio Germano mai così bravo e finalmente tornato ai suoi ‘livelli’ d’attore, dopo due anni deludenti dal punto di vista cinematografico, tra alti e soprattutti bassi, fatti di scelte filmiche semplicemente sbagliate. Con il suo ‘mentore’, però, Germano vola altissimo, riuscendo a rendere credibile un personaggio complesso, talmente vero da non farsi amare, mai, neanche per un minuto. Insieme a lui tanti bravissimi attori di ‘contorno’, valorizzati splendidamente dal regista. Irriconoscibile Luca Zingaretti, inedito e convincente Raoul Bova, solare Isabella Ragonese, ritrovato Giorgio Colangeli.
Tutti quanti incorniciati in una periferia romana in cui regna il degrato, sociale e culturale, ripresi con forza e sapienza da Luchetti, capace di amalgamare temi assai differenti tra loro come il lavoro nero, le morti bianche, la malavita, il malessere sociale, la paternità, il lutto. Come tante “anime fragili” i personaggi de La nostra Vita sembrano sempre essere arrivati al punto di non ritorno, per poi capire che “la vita continua, anche senza di noi“, come cantava Vasco, come canta qui un maestoso Elio Germano. Bellissimo.(n.n.)


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Friday, 27-08-10 08:48
Elettricità sempre più cara
L’associazione dei produttori ha annunciato adeguamenti al rialzo dei prezzi in media del 4%
ATS


Berna – I prezzi dell’elettricità aumenteranno in media del 4% il prossimo anno. Le economie domestiche pagheranno in media 40 franchi all’anno in più. È quanto afferma l’Associazione delle aziende elettriche svizzere (Aes) precisando che le correzioni delle tariffe varieranno fortemente da un fornitore all’altro.
Le variazioni dei prezzi oscilleranno generalmente tra il -5% e il +10%, ma in alcuni casi la fattura potrà essere ancora più salata. Gli aumenti più consistenti riguarderanno le aziende che finora avevano tariffe estremamente basse, sottolinea l’Aes.
Per le famiglie l’aumento medio dovrebbe essere di 0,8 centesimi al chilowattora per passare a 22,3 cts/kWh. Per le imprese con un consumo annuo medio di 500 mila kWh, il rincaro sarà mediamente di 0,6 centesimi a 16,4 kWh.
L’aumento è stato calcolato in base a un’inchiesta fatta dall’Aes presso 23 grandi società che forniscono elettricità a circa il 40% della totalità dei clienti elvetici. In base a questo sondaggio emerge che la fattura di un’economia domestica con un consumo elettrico di 4.500 kWh aumenterà appunto di circa 40 franchi all’anno. Per i settori dell’artigianato, dell’industria e per il settore terziario gli aumenti medi saranno « dello stesso ordine di grandezza ».
L’aumento sarà più forte nelle regioni dove le tariffe sono meno elevate. A fine giugno, il Ceo di Axpo Holding, Hans Karrer, aveva affermato che i clienti della sua azienda dovranno fare i conti con aumenti del 7% nel 2011.
Le aziende elettriche hanno tempo fino a fine mese per annunciare alla Commissione federale dell’energia elettrica (ElCom) i prezzi che vogliono applicare nel 2011. La ElCom li pubblicherà in seguito sul suo portale internet.
L’analisi dettagliata delle modifiche tariffarie richiederà invece diversi mesi.
Aumenti per via giudiziaria
L’Aes giustifica l’aumento delle tariffe con l’incremento dei costi dell’approvvigionamento in energia. « È una tendenza europea alla quale non possiamo sfuggire », ha detto il presidente dell’associazione e Ceo delle Forze motrici bernesi (Fmb) Kurt Rohrbach.
Altro fattore che spiega l’incremento dei prezzi: l’aumento delle tariffe per l’utilizzo della rete, deciso in base a una recente sentenza del Tribunale amministrativo federale (Taf). Il Taf aveva ribaltato una decisione del Consiglio federale che avrebbe voluto riversare sulle aziende costi di circa 200 milioni di franchi per le cosiddette « prestazioni di servizio relative al sistema ».
Secondo il tribunale non vi è sufficiente base legale, questi costi saranno pertanto interamente assunti dai consumatori. Secondo l’ElCom, queste spese causano da sole un rincaro dell’1-2%.
Secondo Rohrbach, i consumatori dovranno comunque fare i conti con aumenti delle tariffe anche nei prossimi anni. Unica consolazione: i prezzi elvetici sono inferiori alla media europea, sia per le famiglie che per le imprese.
Attualmente le tariffe sono inoltre meno elevate rispetto agli anni 90. Ciò si spiega principalmente col fat

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Friday, 27-08-10 08:47
Arcisate-Stabio, dov’è il cantiere?
Un anno dopo la posa della prima pietra i lavori non sono iniziati. L’apertura slitta al gennaio 2014
M.S.
I cantieri della Stabio-Arcisate? In via Elvezia, a Gaggiolo, dove dovrebbe sorgere il campobase c’è solo un terreno recintato e erba incolta alta anche un metro e mezzo. Nessuna traccia di lavori nella valle della Bevera. I soli cantieri che si vedono all’opera sono destinati agli interventi per abbassare alcuni tratti della linea Porto-CeresioVarese in quattro diversi punti e tutti fra Porto Ceresio e i comuni limitrofi.
Ecco il bilancio degli interventi un anno e un mese dopo la cerimonia di posa della prima pietra del collegamento fra Stabio e Arcisate, il 24 luglio 2009. Alla cerimonia inaugurale giunsero un viceministro, un presidente di Regione, il suo assessore alle infrastrutture e uno stuolo di politici locali.
Il comunicato stampa delle Ferrovie dello Stato italiane diffuso per l’occasione recitava: « Sulla linea Varese-Porto Ceresio, fra Induno e Arcisate, i cantieri saranno operativi agli inizi del 2010 » per l’abbassamento della sede ferroviaria e il raddoppio della linea. Lavori che, come dicevamo, sono effettivamente partiti con la fine dello scorso inverno.
Nel capoverso successivo dello stesso comunicato si poteva però leggere: « I lavori per il nuovo tracciato a doppio binario fra Arcisate e il confine di Stato sono programmati fra i primi mesi del 2010 e l’autunno 2013, data di attivazione dell’intero collegamento ». Non sappiamo se il collegamento sarà attivo nel 2013. Sappiamo però che quei « lavori per il nuovo tracciato a doppio binario » e previsti per « i primi mesi del 2010 » ancora non ci sono. Tutta colpa di un’infelice espressione usata nel comunicato stampa dai suoi estensori? Può darsi, ma intanto quel che dà a pensare è il testo del verbale di incontro fra i sindacati provinciali varesini dell’edilizia e i rappresentanti della ‘Claudio Salini’ la società che, in associazione temporanea d’impresa con la ‘Carena’ ha vinto la gara d’appalto che per il solo versante italiano è di 139 milioni di euro.
L’incontro fra sindacati e ‘Salini’ si è tenuto a Milano, nella sede milanese della società in viale Forlanini il 21 luglio di quest’anno. Nel documento si possono leggere anche i nomi di tutti i presenti. E si può leggere che « le aree interessate » dai cantieri « sono state consegnate all’Azienda il 19 luglio 2010 », due giorni prima dell’appuntamento con le organizzazioni sindacali insomma. Altro dato messo nero su bianco, la durata dei lavori, prevista in 1.276 giornate lavorative che in parole povere vuol dire 3 anni e mezzo. E l’apertura del cantiere vera e propria per la ferrovia transfrontaliera? « Col mese di settembre 2010 dovrebbero partire le prime opere ed in particolare la realizzazione del campo-base al Gaggiolo che prevede la realizzazione di dormitori… una mensa con cucina, una sala ristoro ». Dovrebbero, non devono.
Curioso anche il contenuto di un comunicato che nella serata di ieri Rete ferroviaria italiana, dagli uffici di Milano indirizzava a laRegioneTicino via mail e che finisce per essere la classica zappa che ci si dà sui piedi. Dopo aver lamentato che « alcuni media della Svizzera italiana » hanno diffuso notizie « circa presunti ritardi nei lavori per la realizzazione della linea Arcisate-Stabio » la nota stampa aggiunge testualmente: « I lavori sono stati consegnati il 17 luglio 2010. A settembre 2010 saranno consegnate le aree. Il termine dei lavori è pianificato per il 12 gennaio 2014 ». Basta confrontare questo testo con quello diffuso tredici mesi fa da Ferrovie dello Stato e che abbiamo riportato in apertura. I tempi di inizio e di termine lavori non coincidono. Il Gruppo Fs si metta d’accordo almeno sulle date.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Friday, 27-08-10 08:47
Utile ancora più su per la Posta
Il merito soprattutto di Postfinance. I sindacati: basta con le ristrutturazioni affrettate
ATS


Berna – La Posta ha registrato un utile di 484 milioni di franchi nel primo semestre 2010. Il risultato è del 35% superiore rispetto a quello dello stesso periodo dell'anno precedente (+126 milioni di franchi), precisa il gruppo in un comunicato. All'ottimo risultato ha contribuito soprattutto Postfinance. In base alle stime attuali la Posta prevede un buon risultato annuale. Il gruppo ha conseguito solidi risultati in tutti i suoi settori di attività, ma il balzo dell'utile si spiega principalmente con la crescita dei depositi della clientela, il netto miglioramento dei risultati delle operazioni sugli interessi e con l'aumento del volume degli invii pubblicitari e dei pacchi derivante dalla ripresa congiunturale. Complessivamente il fatturato nei primi sei mesi dell'anno è aumentato di 105 milioni, passando a 4,311 miliardi franchi (anno precedente: 4,206 miliardi). Nel contempo La Posta è riuscita a ridurre le spese grazie agli effetti valutari ma soprattutto migliorando l'efficienza, in particolare con nuovi centri lettere e riduzioni dei costi in campo logistico.
Sul mercato della comunicazione hanno pesato negativamente sia il calo del volume di lettere indirizzate (-2,6% a metà anno) che i ritocchi tariffari in vigore dal 1° luglio 2009 sommati all'Iva. L'aumento degli invii pubblicitari non indirizzati e le conseguenze di varie misure di compressione dei costi hanno però frenato la flessione del risultato d'esercizio di PostMail, che si è attestato a 109 milioni di franchi (anno precedente: 127 milioni). Sul mercato logistico (settore dei pacchi) l'utile è salito da 15 a 76 milioni di franchi. PostLogistics ha beneficiato di un incremento del volume dei pacchi (+4,5%) dovuto in particolare alla congiuntura e al commercio elettronico, così come a miglioramenti a livello di efficienza, aggiunge La Posta. Il difficile contesto economico di alcuni Paesi ha invece influito negativamente sul risultato di Swiss Post International. L'utile d'esercizio di 27 milioni di franchi è leggermente inferiore a quello dell'anno precedente (29 milioni). La divisione Swiss Post Solutions è invece riuscita a pareggiare il bilancio soprattutto grazie a misure di riduzione dei costi, mentre l'unità «Rete postale e vendita» ha migliorato di 10 milioni il risultato. Questo è passato a 57 milioni di franchi grazie al maggiore fatturato degli articoli non postali e a risparmi sui costi. L'ampliamento dell'offerta ha invece pesato su AutoPostale. In un mercato dei trasporti pubblici in continua espansione, scrive il gruppo, il comparto ha conseguito un risultato d'esercizio di 17 milioni di franchi (anno precedente: 24 milioni). Per quanto riguarda il personale, la Posta indica che nel periodo preso in considerazione l'organico è cresciuto di 562 unità rispetto all'anno precedente, passando a 45'098 impieghi a tempo pieno. Il sindacato Transfair e quello della Comunicazione approfittano di questi buoni risultati per ribadire le loro rivendicazioni. Contestano in particolare alla Posta di continuare a ristrutturare, come se temesse di scivolare nelle cifre rosse. Secondo loro, sono sempre la clientela e il personale a dover pagare gli errori strategici della direzione.

PG R da A

PGR@SUNRISE.CH

 
Thursday, 26-08-10 09:22
Pena di morte, i promotori hanno ritirato il testo. Amnesty: speriamo che il tema non torni più d’attualità
ATS/RED


B[..] – Dopo aver tenuto banco ieri sui media di mezzo mondo, l’iniziativa per la reintroduzione della pena di morte in Svizzera è stata ritirata. Ieri mattina, con una mossa a sorpresa, gli stessi promotori hanno spiegato che volevano solo «sensibilizzare la popolazione» sulla sorte dei familiari delle vittime di omicidi a sfondo sessuale, a loro dire «abbandonati dalla giustizia» .
«L’attuale Stato di diritto sta interamente dalla parte del criminale» , accusano gli iniziativisti in una dichiarazione di sette punti presente sul loro sito internet. «I famigliari delle vittime non hanno alcuna possibilità di difendersi e durante i processi sono ridotti al ruolo di spettatori» . In più, l’iniziativa sull’imprescrittibilità dei crimini a sfondo sessuale sui fanciulli è definita dai promotori una «volgare beffa» , a causa della sua non applicazione. Il comitato invita i politici a rimettere il sistema giudiziario a fianco delle vittime.
Nonostante il ritiro del testo – avallato solo martedì dalla Cancelleria federale per la raccolta delle 100 mila firme necessarie – il Comitato ribadisce che la pena di morte «così come descritta nel testo dell’iniziativa sarebbe la soluzione a numerosi problemi» . Secondo loro la pena capitale è «giusta e logica» , e permetterebbe di ristabilire almeno in parte la dignità della vittima.
Paladino della lotta contro la pena di morte, Amnesty International ha espresso sollievo. «L’Assemblea federale non si troverà nella delicata situazione di dover invalidare l’iniziativa» , ha dichiarato all’Ats il portavoce della sezione svizzera Manon Schick. «Questa situazione sotterrerà il dibattito ancora per qualche anno» , ha continuato, aggiungendo di sperare che l’argomento non torni più d’attualità.
Dopo i testi sul carcere a vita per i reati sessuali, i divieti sui minareti e il rimpatrio dei criminali stranieri, la Svizzera si è trovata ancora una volta davanti al dilemma del rispetto contemporaneo del volere popolare, dei diritti fondamentali e degli accordi internazionali. Se la pena di morte non è contraria al diritto internazionale è infatti contraria alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo, che l’ha abolita esplicitamente. Ratificando i protocolli in materia nel 1987, la Svizzera si è impegnata a rinunciare alla pena di morte in tempi di pace e di guerra.


PG R da A

PGR@SUNRISE.CH

 
Thursday, 26-08-10 09:21
Senza carte Senza niente
In Francia la rentrée di settembre si annuncia calda La già fragile politica di integrazione è minacciata dai proclami securitari del presidente Sarkozy Viaggio attraverso fili che tessono la solidarietà con, e tra, gli immigrati
di Tazio Pessi


Parigi – Alto, il sorriso largo, occhi che luccicano. In Francia è arrivato sei anni fa, svolgendo lavori sempre, o quasi, pagati al di sotto del salario minimo. Paga le tasse e tutte le assicurazioni sociali. Cissé, originario di Bamako in Mali, è un irregolare a rischio costante d’espulsione. Nel gergo comune un sans papier. Fino a oggi lui, come migliaia d’altri, ha vissuto nell’ombra, nella costante paura di un arresto o di un’espulsione. Cissé, come tanti altri, ha deciso di dire basta e di mettersi in cammino.
Dall’ottobre 2009 circa 6000 lavoratori sans papier sono in sciopero in tutta la regione parigina, rivendicando la loro regolarizzazione e il miglioramento delle condizioni lavorative. Donne e uomini impiegati di pulizia, nella ristorazione, nell’edilizia organizzano picchetti di sciopero e presidi, occupando i propri luoghi di lavoro e spostandosi in ogni parte del paese per denunciare e rendere visibili le loro condizioni.
Una di queste occupazioni è stata gestita per più di un anno e mezzo dal Ministère de la Régularisation de tout les Sans Papier, coordinamento di 14 collettivi di sans papier, all’origine della marcia Parigi-Nizza. Dopo aver occupato per un anno la sede del principale sindacato francese (Cgt), contestando al sindacato la politica di “caso per caso” rispetto alla rivendicazione di una regolarizzazione globale per tutti, sono stati espulsi con la forza proprio dal servizio d’ordine del sindacato.
Mezzo mondo su un marciapiedi
Installatisi in seguito sui marciapiedi di una traversa di place de la Republique, hanno infine deciso d’occupare un edificio abbandonato nel XVIII arrondissement di Parigi. Più di 3.000 persone, di 25 nazionalità diverse, si sono confrontate in questo luogo fuori dal tempo, spazio meticcio di incontri politici, culturali e di vita.
Sissoko, portaparola di un collettivo, ci spiega che “c’è una Francia diversa da quella chiusa e razzista rappresentata dal governo Sarkozy, quella che solidarizza con le varie occupazioni. Una Francia che vuole conoscerci, altruista e amichevole, che rifiuta le politiche discriminatorie e il nauseabondo dibattito securitario sull’identità nazionale del suo presidente”. Un’altra Francia i cui attori sono cittadini dei quartieri popolari, agricoltori, operai, donne e bambini, organizzati in gruppi di sostegno, associazioni, singoli individui o attivisti politici, che non vuol sentir parlare di immigrazione scelta e di rimpatri forzati.
Perseguitato dallo stato turco per le sue origini curde, Ismael è abituato a una vita precaria. Per arrivare in Francia ha attraversato l’Italia fino ad arrivare in Svizzera. “Ci ho vissuto per un po’. Sono entrato da Chiasso in un inverno di qualche anno fa. Ma non son durato tanto: poche possibilità di lavoro, quasi nessuna struttura d’accoglienza e tanta indifferenza. Ho preferito proseguire per la Francia dove la lotta per la regolarizzazione dei sans papier è più radicata”.
Anche Oran – rifugiato politico turco che ha passato lunghi anni nelle prigioni turche – fa parte del collettivo sans papier curdo-turco. Esperienza che racchiude militanti per l’indipendenza del Kurdistan, nazionalisti turchi, atei, cattolici e musulmani, ma che fa della lotta alla regolarizzazione l’unica sua bandiera: “Sebbene la destra rivendichi le espulsioni – ci dice Oran – anche i loro militanti ci raggiungono per lottare per la regolarizzazione. Noi li accogliamo, nonostante le enormi differenze, perché pensiamo che sia con la pratica e con l’esempio che le cose si cambiano”.
Spesso i collettivi di sans papier si sono trovati su posizioni diverse da quelle di sindacati e partiti di sinistra. Divergenze che hanno causato un isolamento politico. Così, nelle lunghe notti all’adiaccio al gelo e sotto la neve, vicini per geografia ma ancora troppo lontani dalla ricchezza di una Parigi indifferente, in molti si forma la consapevolezza che per organizzarsi bisogna mettersi in gioco. “Con le nostre azioni – ci dice una sans papier – dimostriamo di non aver bisogno di qualcuno che ci rappresenti, di partiti e sindacati che parlino per noi. Il nostro obiettivo è la regolarizzazione per tutti ma vogliamo anche rompere lo schema colonialista che prima ci ha derubati delle nostre risorse imponendoci regimi di dipendenza e di violenza e che ora ci sfrutta come manodopera sottopagata continuando con l’esproprio delle nostre ricchezze”.
Le donne maggioranza nascosta
La maggior parte di questi sans papier sono africani. Dal Mali, dal Senegal. Dall’Algeria e dal Marocco. Parecchi i cinesi, gli haitiani, i turchi e i curdi. E poi gli indiani, i pakistani e gli afghani. Meno visibile, anche se probabilmente maggioritaria, la presenza femminile. Il rapporto uomo-donna ripercorre la lunga dominazione patriarcale che, ovunque, le donne subiscono. E nonostante la donna sans papière , il nome coniugato al femminile da Samia migrante algerina, rappresenti la maggior parte degli immigrati, “ricadiamo nel solito discorso della paura, degli obblighi e delle tradizioni, che fa sì che molte donne non se la sentono di mettersi in gioco. È l’uomo che deve essere visibile, mentre noi dobbiamo restare a casa”. Storie di donne che fanno da sfondo alla povertà e alla fuga da un passato coloniale, che si fanno narrazione corale per infondere coraggio e cambiare le abitudini di dominazione.
I locali del Ministère dei sans papier sono stati abbandonati sabato 7 agosto. Migliaia di persone erranti nel centro di Parigi con materassi, letti ed effetti personali. Gli occupanti hanno deciso di accettare la promessa di una presa in consegna di 1.200 dossier, sperando che almeno la metà ottenga la regolarizzazione entro un anno. Ma all’interno dei collettivi serpeggia un certo malumore. Non tutti sono convinti della bontà della scelta, criticando l’abbandono d’occupazioni e presidi. Disillusi dalle tante promesse, le loro condizioni di lavoro e di vita non cambiano.
Sfruttati e invisibili
Salim viene dalla Costa d’Avorio, dove ha fatto l’università. Parla almeno cinque lingue, ha studiato l’arabo e vorrebbe fare il traduttore: “Il francese è difficile da scrivere, la sua grammatica è complicata”. Salim ha tirato il collo per mesi alle galline in un’impresa agroalimentare: “Il licenziamento è giunto all’improvviso. Ma tanto chi ti difende? Se osi ribellarti, ti denunciano alla polizia e allora oltre al mancato pagamento pure l’espulsione o la prigione in un centro di detenzione. Quasi tutti ci siamo passati da lì: vere prigioni sovraffollate. Non passa giorno senza che qualcuno provi a mangiarsi le lamette da barba, che qualcuno si metta in sciopero della fame o che qualcuno tenti di bruciarle, come successo l’anno scorso a Vincennes”.
A piedi in un paese da scoprire
La marcia dei sans papier verso Nizza, svoltasi tra maggio e giugno scorsi, ha permesso di scoprire una Francia rurale che contrasta con gli enormi edifici della periferia parigina. Per questi lavoratori, costretti a limitare il loro orizzonte tra il lavoro e l’oscurità dei foyer, nel terrore dei controlli di polizia, il paese che alimentano con le loro braccia rimane da scoprire.
Nelle tante storie di solidarietà che il governo francese vuole cancellare, la vicinanza di un’umanità coraggiosa e la lotta per un obiettivo comune facilitano la mescolanza nel rispetto di fedi, appartenenze, identità e modi di vivere diversi tra loro. Per il senegalese Camarà “sicurezza non fa rima con guerre, controlli di polizia, muri e frontiere, ma con spazi comuni di confronto, casa, educazione, informazione e sanità”.
In agosto, il governo Sarkozy ha fatto seguire l’azione ai proclami: 51 campi rom sgomberati, retate nei quartieri a forte immigrazione, un presidio di senza tetto africani violentemente sgomberato (le immagini dei poliziotti che tiravano una donna con il suo bambino in schiena hanno fatto il giro del mondo).
Ma da più parti, anche all’interno del suo partito, si sono levate voci indignate contro questo inasprimento della repressione: non possono esistere cittadini divisi in base alla loro provenienza, quando una vasta parte della Francia ha origini “straniere”, come quelle dello stesso presidente.
Queste politiche sanno di un passato neanche troppo lontano. Quello del governo di Vichy sotto i nazisti. Chataigne, poeta giunto da Haiti dove nel recente terremoto ha perso quasi tutta la famiglia, narra che “dobbiamo continuamente dimostrare che non siamo i selvaggi che ci dipingono.
Vogliamo solamente essere considerati come persone con tutti i diritti. Prima ci chiamavano clandestini, ora sans papier. Ma noi li abbiamo i documenti, mica veniamo dal nulla. E poi c’è tutto il resto, come dire, le persone, le cose. Eliminiamo i documenti e non ci saranno più problemi”.
Anche se in pochi pensano davvero che gli sguardi di Sarkozy e dei suoi ministri incroceranno quelli di Samia e di tutti gli altri, resta la certezza che non sarà la diffusione della paura a modificare le cose. Gli spazi per un cambio urgente sono lì da percorrere. “Non siamo politici – ci dice Evelyne – ma sappiamo che l’Africa e i poveri in generale, non hanno bisogno di carità, ma piuttosto di gesti e di azioni di rispetto, di distribuzione equa delle risorse. E se è vero che l’Europa non può accogliere tutta la miseria del mondo è altrettanto vero che dovrebbe smettere di andare a crearne dappertutto”.


PG R da A

PGR@SUNRISE.CH

 
Thursday, 26-08-10 09:21
La Germania fa da sola e ‘sovrattassa’ le banche
Il provvedimento dovrebbe creare un fondo per evitare ‘bancarotte disordinate’
ATS/ANSA
Berl[..] – Il governo del cancelliere Angela Merkel ha licenziato il provvedimento che riforma la ristrutturazione delle banche attraverso un fondo di salvataggio autofinanziato che permetterà di non dover più utilizzare soldi del contribuente.
Lo ha comunicato il governo in una nota dopo la riunione di gabinetto a Berlino. Il provvedimento – che ora passerà al vaglio del Parlamento e nelle attese dovrebbe diventare legge a gennaio – prevede l’applicazione di una tassa annuale su tutte le banche tedesche, e una serie di strumenti per permettere una cosiddetta ‘insolvenza ordinata’ degli istituti di credito attraverso la creazione di una ‘bad bank’.
Il fondo – secondo quanto riferito dal Ministero delle finanze nei giorni scorsi – dovrebbe generare circa 1,2 miliardi di euro l’anno.
Con questa decisione il governo di Berlino, di intesa con Parigi e Londra che hanno varato analoghe iniziative, punta a presentarsi con una posizione comune e definita al prossimo G20 di novembre in Corea dopo lo stop subito a Toronto per l’opposizione di diversi paesi fra cui il Canada, il Brasile e l’India e nonostante l’appoggio degli Stati Uniti e dell’Fmi.
Dubbiosi invece il Financial stability board e la Bri, secondo cui si dovrebbe prima porre l’accento su regole più severe per patrimonio e liquidità in grado di assicurare garanzie più durature contro i rischi di instabilità. Anche l’Italia, che non ha avuto salvataggi di Stato e dove la tassazione sugli istituti è già piuttosto elevata, si era detta non favorevole, evitando però di porre il veto in sede europea.
Nella riunione di Toronto la posizione europea di un approccio globale non era passata ma era stato stabilito il principio che ogni paese potesse decidere in maniera autonoma. Da parte della Germania e della Francia si ribadì comunque l’intenzione di andare avanti in ogni caso facendo da ‘apripista’, come disse il presidente Nicolas Sarkozy.
Anche fra i paesi europei peraltro ci sono ancora particolari da stabilire per evitare asimmetrie come quelle di un doppio pagamento per le banche tedesche con importanti filiali in Gran Bretagna. L’imposta stabilita da Londra infatti (con un gettito previsto intorno ai 2 miliardi di sterline l’anno a partire dal 2011) viene applicata su base territoriale. Sul tema sono previsti fra i due governi colloqui nei prossimi mesi. La misura tedesca graverà principalmente sugli istituti privati (circa 690 milioni di euro).


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:51
La moneta giapponese ai massimi storici rispetto a dollaro ed euro
ATS/ANSA


Tokyo – Lo yen prosegue la corsa a briglie sciolte, tocca nuovi massimi su dollaro ed euro e spinge il governo nipponico ad alzare la vigilanza, rilanciando il dilemma sull’ipotesi di muovere a difesa della valuta e dell’economia.
Nella Tokyo stretta dalla morsa dell’afa e del caldo torrido, con temperature schizzate ancora sui 36 gradi, governo e Bank of Japan (BoJ) hanno continuato a visionare i movimenti dei mercati valutari che hanno surriscaldato la moneta nipponica ai livelli più alti degli ultimi 15 anni sul biglietto verde (a 83,82) e degli ultimi nove contro l’euro (a 105,53), facendo precipitare il Nikkei sotto i 9 mila punti, ai minimi da maggio 2009.
« Guardiamo ai mercati valutari con grande interesse », ha ribadito il ministro delle finanze, Yoshihiko Noda, durante la conferenza stampa convocata d’urgenza nel pomeriggio, evitando commenti su misure per ‘raffreddare’ la moneta che si muove « in modo chiaramente unilaterale. Oscillazioni disordinate possono avere impatti negativi sulla stabilità dell’economia ».
Noda ha osservato che l’esecutivo agirà in conformità con la dichiarazione del G-7 secondo cui le variazioni nei mercati valutari dovrebbero riflettere i fondamentali economici. Il paradosso si ripete ancora nella storia del Giappone: di fronte a un’economia debole e sull’orlo di una ricaduta in recessione, lo yen si rafforza oltre ogni previsione. Il governatore Masaaki Shirakawa non ha espresso commenti in pubblico sullo yen e l’ipotesi è che la BoJ stia valutando gli effetti economici degli ultimi trend, mentre indiscrezioni di stampa parlano di misure d’allentamento della politica monetaria non prima della riunione del board del 6-7 settembre.
« I mercati si attendono un’azione politica », ha affermato Toshikazu Horiuchi, strategist di Cosmo Securities, aggiungendo che la riluttanza mostrata dalle autorità del Sol Levante « ha deluso gli investitori. Il Giappone è evidentemente in ritardo rispetto a Usa ed Europa in termini di azione politica ». Sul fronte interno i timori sono su tenuta dell’economia e dell’export.
Il Giappone non è intervenuto a difesa della valuta da marzo 2004, quando decise di vendere 14.800 miliardi di yen nel primo trimestre, dopo lo smobilizzo di 20.400 miliardi nell’intero 2003. E allora il dollaro viaggiava a quota 109.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:50
Case anziani e Spitex tutti sussidiati
Il Consiglio di Stato adegua la legislazione ticinese alle norme federali. Pesenti: ‘I cittadini ci guadagnano’
BO.P/L.B.


[..] tradurrà in un migliore controllo da parte delle istituzioni e, in alcuni casi, anche in una minor spesa per degenti e loro famigliari, l’adeguamento all’ordinamento federale riguardo il finanziamento delle case per anziani e delle cure a domicilio varato ieri dal Consiglio di Stato. « Per il cittadino questo cambiamento rappresenta un vantaggio su tutta la linea» , rileva la direttrice del Dipartimento sanità e socialità Patrizia Pesenti . Un cambiamento che, alle casse pubbliche, costerà circa 5,6 milioni, per quattro quinti (4,48 milioni) a carico dei comuni.
Il messaggio, trasmesso dal governo al Gran Consiglio, « motiva e propone una sostanziale modifica della normativa cantonale in materia di finanziamento e regolazione delle strutture per anziani e dei servizi di assistenza e cura a domicilio, dettata dalla necessità di adeguamento alla Legge federale concernente il nuovo ordinamento del finanziamento delle cure » varata il 13 giugno 2008, si apprende dalla nota stampa inoltrata ieri dal Cantone.
Nel sistema delle cure di lunga durata – che comprendono le case per anziani così come i servizi di cura a domicilio – il legislatore federale ha « definito e uniformato sul piano nazionale » il concetto di ‘cure ambulatoriali’; quello di bisogno di cura limitato nel tempo e consecutivo a un soggiorno ospedaliero, introducendo per questo la nuova prestazione delle cure ‘acute e transitorie’ (già conosciute in Ticino da sei o sette anni in quattro strutture con il nome di cure ‘ad altro contenuto sanitario’. Il concetto alla base, ora valido per tutta la Svizzera, è la possibilità di ricoverare temporaneamente un anziano in casa anziani durante la degenza post ospedaliera); i parametri e la procedura di controllo della qualità delle prestazioni e le modalità e i parametri di finanziamento.
Per quanto riguarda in particolare l’aspetto del finanziamento, le novità di rilievo segnalate dal Consiglio di Stato sono tre. C’è l’introduzione di tariffe uniformi sul piano nazionale per la partecipazione ai costi delle cure da parte delle casse malati – oggi, nei vari Cantoni sono in essere convenzioni tariffali estremamente differenti tra loro, sia nel settore delle case per anziani, sia in quello delle cure a domicilio –. È poi stata data la possibilità ai Cantoni di 'plafonare' il contributo giornaliero dell’utente ai costi di cura, con un tetto massimo stabilito però a livello federale. Infine il finanziamento pubblico è stato esteso a copertura dei costi residui a tutti gli operatori del settore, dagli infermieri indipendenti alle case per anziani, senza guardare alla personalità giuridica e allo scopo economico. Allo stato attuale delle cose il finanziamento pubblico è limitato agli enti pubblici, alle fondazioni e associazioni senza scopo di lucro.
« La novità principale – spiega Pesenti – è l’obbligo per lo Stato di finanziare strutture che sino ad ora non lo erano ». Per quanto riguarda le case per anziani, prosegue la direttrice del Dss, « in Ticino l’adeguamento alle norme federali non comporterà grandi modifiche: attualmente sono 55 le strutture sussidiate. A queste se ne aggiungeranno 12 ». Più incisivo invece l’effetto sui servizi di cure a domicilio: « Attualmente sei di questi percepiscono un contributo statale. In futuro saranno ventisei – rileva Pesenti – . Le casse pubbliche pagheranno anche parte delle attività dei 160 infermieri indipendenti attivi sul territorio cantonale ». La chiave di riparto rimarrà invariata: quattro quinti dei costi rimarrà a carico dei comuni, un quinto a carico del Cantone. Spesa totale: 5,6 milioni.
Novità importanti attendono anche le tasche dei cittadini: i costi di cura, in parte coperti con il contributo degli utenti stessi (i contributi sono calcolati sulla base della loro forza finanziaria) oltre che dalle casse malati, potranno essere 'plafonati'. In pratica a livello federale verrà stabilito un limite massimo di spesa per l’anziano o il degente. Fatture ai privati che potrebbero alleggerirsi ulteriormente, spiega Pesenti, « perché la legge uniforma le tariffe che le casse malati devono pagare per la parte di cura. Le tariffe, differenziate per gravità della situazione, vengono ora unificate a livello svizzero. Siccome in Ticino, sino ad ora, risultavano più basse che altrove, l’introduzione delle disposizioni nazionali le farà lievitare. Ciò significa che il contributo degli altri due co-finanziatori (vale a dire l’ente pubblico e gli anziani) si abbasserà ».
La direttrice del Dss è convinta che il nuovo sistema permetterà di aumentare anche la qualità delle cure: « Attualmente – prosegue la consigliera di Stato – con le strutture e gli enti sussidiati concludiamo dei contratti di prestazione, a cui sono abbinati controlli ferrei. Questo sistema verrà esteso evidentemente a tutte le altre strutture che la legge federale ci impone di finanziare. Ciò comporterà, di conseguenza, un controllo più marcato sulle prestazioni erogate e sulla loro qualità ».


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:49
Sanità quasi ai limiti di sopportabilità
Quest’anno la spesa sanitaria supererà i 63 miliardi di franchi. Lo afferma uno studio del Credit Suisse
GENE
Zurigo – La qualità del sistema sanitario svizzero è alta, ma genera anche costi elevati. Si prevede che le spese sanitarie quest’anno supereranno i 63 miliardi di franchi. I costi elevati e gli oneri sempre più pesanti per le famiglie e le casse statali rendono urgenti le riforme, ma i cambiamenti procedono con molta lentezza. È quello che emerge da uno studio realizzato dal Credit Suisse sul panorama sanitario svizzero e presentato ieri a Zurigo. Nel documento gli economisti del Credit Suisse si sono chiesti quanto l’attuale sistema sanitario sia pronto per il futuro andamento della domanda e quali saranno le prospettive di sviluppo per le regioni e gli erogatori di servizi sanitari. Un approccio, questo, utilizzato molto da economisti e poco dai politici visto che tale componente è fondamentale nella scelta di investimenti nel settore.
Lo studio del Credit Suisse ha però il merito di portare l’attenzione su uno dei temi più controversi dell’ultimo decennio: l’evoluzione al rialzo dei costi sanitari e la possibilità di limitare questa crescita senza intaccare la qualità dei servizi che sta molto a cuore ai cittadini.
Il settore sanitario, come detto, è uno dei più importanti dell’economia svizzera. Una delle principali sfide è conciliare la crescente pressione alla concentrazione dei servizi sanitari e la garanzia di accesso illimitato agli erogatori degli stessi. Un interrogativo che gli economisti del Credit Suisse si sono posti e a cui hanno cercato di dare una risposta. « Nonostante la tendenza al generale aumento delle dimensioni delle aziende sanitarie, nello sviluppo dell’assistenza regionale si sono registrati processi di concentrazione e specializzazione solo limitati », si afferma, tanto è vero che la rete degli erogatori di servizi sanitari oggi è anzi distribuita in modo più ampio sul territorio rispetto soltanto a dieci anni fa.
Le distorsioni di domanda e offerta
Le aree problematiche nel settore sanitario a livello nazionale e non solo, sono note. Sia sul fronte della domanda che su quello dell’offerta gli incentivi sono orientati verso consumi ‘eccessivamente’ elevati e l’assistenza sempre ‘eccessivamente’ ampia.
Inoltre, stando sempre allo studio, la scarsa trasparenza dei costi, la forte incisività normativa e l’invecchiamento demografico generano distorsioni nei consumi, crescenti ridistribuzioni tra giovani e anziani e benefici per gli attori coinvolti. « Il conseguente aumento di costi spinge però il sistema fino ai suoi limiti di sopportabilità », ammoniscono gli economisti che però subito stemperano il dato affermando che se è vero che « nel confronto internazionale, la spesa sanitaria ponderata demograficamente è tra le più alte (seconda al mondo dopo gli Usa, ndr), anche rispetto alla qualità del risultato la Svizzera è in testa ».
Negli ultimi dieci anni tutti gli erogatori di servizi sanitari hanno aumentato la loro dimensione aziendale. Secondo lo studio i processi di concentrazione per le grandi voci di spesa (ospedali e medici) sono particolarmente intensi. Processi dovuti principalmente alla pressione politica. La riforma del finanziamento ospedaliero, infine, e la conseguente introduzione di raggruppamenti omogenei di diagnosi (i cosiddetti Drg) entro il 2012 imprimeranno nuove spinte e condurranno per lo meno a un riassetto del panorama ospedaliero svizzero. Il modello ‘Managed care’ a sua volta dovrebbe intensificare la concorrenza tra i vari modelli di assistenza e quindi rafforzare ulteriormente la tendenza verso ambulatori di dimensioni e reti di medici.
Nonostante uno scenario di concorrenza e concentrazione, a lungo termine non dovrebbe comunque esserci un abbandono delle periferie da parte degli erogatori di servizi di base. Diversa la situazione della medicina specialistica.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:48
Il servizio civile deve diventare meno attrattivo
La commissione sicurezza del Nazionale vuole reintrodurre l’esame di coscienza
ATS
Berna – L'accesso al servizio civile potrebbe essere limitato. La Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale vuole infatti rivedere la legge «per rimediare efficacemente e il più rapidamente possibile alla carenza di effettivi dell'esercito» , dovuta al crescente numero di giovani che optano per il servizio civile. Con 16 voti contro 8, la commissione ha così dato seguito a due iniziative parlamentari, ha indicato il suo presidente Jakob Büchler (Ppd). La prima, depositata da Thomas Hurter (Udc), vuole reintrodurre l'esame di coscienza. La seconda, messa a punto dalla commissione, vuole impedire che le persone per le quali il servizio militare non solleva un problema di coscienza voltino le spalle all'esercito. Le misure adottate dal Consiglio federale per arginare l'afflusso di aspiranti al servizio civile non bastano, ha sottolineato Jakob Büchler. La maggioranza della commissione postula così la reintroduzione dell'esame di coscienza o una proroga supplementare della durata del servizio civile per i candidati che non indicano un motivo preciso. La posizione in materia della commissione del Nazionale diverge da quella analoga degli Stati che, la settimana scorsa, si era pronunciata contro una revisione della legge. In questo momento – aveva fatto sapere – una revisione sarebbe prematura, visto che la legge è in vigore soltanto dal primo aprile 2009. Da questa data, la prova dell'atto basta per essere ammessi al servizio civile. Non è più necessario sottoporsi a un esame. Occorre unicamente spiegare che, per motivi di coscienza, non si vuole compiere il servizio militare e che si è pronti a svolgere un servizio 1,5 volte più lungo. Risultato: il numero delle domande per il servizio civile si è moltiplicato per cinque. In un anno, sono state registrate 8756 richieste, quando la media era di 1200-2000 l'anno prima della revisione della legge. Questa situazione ha suscitato preoccupazioni in seno alla destra, che teme per gli effettivi dell'esercito. Per la maggioranza della commissione, l'obbligo di servire potrebbe essere rimesso in causa. La metà delle domande d'ammissione al servizio civile proviene da persone che hanno già svolto la scuola reclute, ha detto Büchler. A suo modo di vedere, il servizio civile è troppo attraente con i suoi orari d'ufficio e la possibilità di rientrare a casa la sera. La commissione non ha ancora deciso chiaramente come intende risolvere il problema. Alcune le varianti in discussione: audizione del richiedente, esposizione per iscritto dei motivi di obiezione di coscienza, durata del servizio civile 1,8 volte più di quello militare per le persone senza problemi di coscienza.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:48
Un passo indietro segno dei tempi
di Matteo Caratti
Se l’iniziativa popolare che mira a reintrodurre la pena di morte per chiunque abbia commesso un omicidio o un assassinio in relazione ad un atto sessuale con fanciulli, una coazione sessuale o uno stupro, dovesse effettivamente aver successo, faremmo un grosso passo indietro. A scanso di equivoci diciamolo subito: i reati legati agli abusi sessuali, che l’iniziativa vuole sanzionare, sono fra i più riprovevoli. Ma, andando a scomodare Beccaria o Bobbio, chiediamoci francamente: quale dev’essere il ruolo delle pene?
In primo luogo è importante che esse siano certe. Il che significa che i magistrati sappiano perseguire con certezza determinati reati, che i giudici sappiano comminare condanne a pene reali (effettive) o recepite tali dall’opinione pubblica. Probabilmente, se l’iniziativa dovesse riuscire, significa che nell’opinione pubblica si sta affermando il sentimento (pericoloso) che la giustizia in questi casi gravi non è ormai più in grado di render davvero (scusate il bisticcio) giustizia.
In secondo luogo, dobbiamo chiederci se sia meglio che una pena oltre che certa sia anche estesa (ad esempio il carcere per anni o a vita), o che sia soprattutto intensa (ad es. la pena di morte)?
Se il colpevole si vede privato per diversi anni o per sempre della libertà la sanzione risulta pesante, poiché dura nel tempo e svolge comunque la funzione di deterrente.
Per contro, nel caso in cui si volesse optare per una pena certa ma intensa (quale la pena di morte), non si darebbe al reo la possibilità di vivere e pensare per anni a quanto commesso rinchiuso in un carcere ed in caso di errore giudiziario non si potrebbe più far marcia indietro.
Sicuro è che, indipendentemente da questi classici ragionamenti – che hanno segnato a suo tempo il passaggio da un sistema giudiziario medioevale fondato sulla vendetta ad un sistema che ha scelto di delegare l’amministrazione della giustizia a codici ispirati all’Illuminismo ed al rispetto dell’inviolabilità (qualcuno direbbe la sacralità) della vita umana (anche di quella di un assassino) – la reintroduzione della pena di morte è destinata a rilanciare dibattiti anche su altri livelli.
Ad esempio su quello del ruolo della Cancelleria federale che per legge è tenuta a svolgere inizialmente solo un controllo formale della regolarità delle iniziative, mentre la compatibilità materiale vien verificata solo ex post dal parlamento una volta riuscita l’iniziativa e quindi quando le mani sono ormai già particolarmente legate e l’opinione pubblica è già stata influenzata.
Visti i discutibili precedenti delle iniziative sul bando dei minareti e sull’internamento a vita dei delinquenti sessuomani, è forse tempo ed ora di anticipare l’esame materiale della compatibilità col diritto superiore di un’iniziativa già al momento del deposito della domanda.
Lo si faccia presto poiché di questo passo ci domandiamo cosa verrà chiesto la prossima volta sfruttando le opportunità, le debolezze e le lacune della democrazia diretta.
Infine, chiediamoci cosa potrebbe significare, anche sul fronte dell’amministrazione della giustizia, inserire fra le pene anche quella capitale.
Che ne sarà di quei magistrati che non saranno pronti a chiederla?
Che ne sarà di quei giudici che non saranno pronti a comminarla?
Insomma, che ne sarà di quei magistrati che invocheranno obiezioni di carattere etico o religioso?
Perché se è vero che i cittadini hanno delegato allo Stato il monopolio dell’uso della forza, non è detto che lo Stato si debba pure porre sullo stesso piano del singolo individuo che si macchia di un reato tanto grave e degradante! L’individuo singolo – come ricorda Bobbio – agisce per rabbia, per passione, per interesse, per difesa. Lo Stato risponde mediatamente, riflessivamente, razionalmente.
Il dibattito è nuovamente aperto. Non ne avevamo bisogno. Ma così è. Segno dei tempi.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Wednesday, 25-08-10 08:47
Officine, il futuro stavolta non divide
Consiglio di Stato, Comitato di sciopero e Ffs favorevoli alla trasformazione del sito in un Centro di competenze
DELDA
Che le Officine Ffs di Bellinzona avessero un futuro era risaputo e più nessuno – si spera – oserà metterlo in dubbio dopo i fatti della primavera 2008. Pure noto era che le prospettive di sviluppo fossero legate alla trasformazione dello Stabilimento industriale in un Centro di competenze. Meno scontato, invece, è che questa ipotesi di rilancio fosse sostenuta dai principali attori coinvolti che dovranno tramutare in realtà quanto contenuto nello studio Supsi. Consiglio di Stato, Ferrovie e Comitato di sciopero (si veda il riquadrato) sembrano stavolta uniti nella volontà di garantire un domani al sito industriale oltre il 2013.
L’auspicio è proprio quello che tutti si impegnino a valutare la creazione di un Centro di competenze cantonale nel settore dei trasporti e della mobilità sostenibile e che « lo stesso possa assicurare in futuro, anche grazie al Ticino universitario, un’azione su scala nazionale e internazionale con un determinante impatto locale in termini di occupazione e di sviluppo », ha annotato il direttore della Supsi Franco Gervasoni . Durato un anno e mezzo di ricerche ed interviste, il rapporto elaborato da un team di ricercatori della Scuola universitaria professionale di Manno coordinato dal professor Roman Rudel , è stato svelato ieri alla stampa. Dal corposo documento (ai giornalisti è stata distribuita solo una sintesi di 45 pagine) emergono delle Officine in buonissimo stato, economicamente sane con una cifra d’affari in crescita. « Una realtà industriale solida e competitiva », ha evidenziato il capo del Dipartimento del territorio Marco Borradori . E quel che più conta, si tratta di una struttura con grandi potenzialità; in grado di diventare un punto di riferimento per la manutenzione del materiale rotabile lungo l’asse nord-sud.
Affinché ciò si realizzi è però indispensabile giocare di anticipo valutando differenti ipotesi di sviluppo. Lo studio ne ha prese in considerazione tre. Due sono agli antipodi: la prima concerne il mantenimento dello status quo (destinato a portare al declino dello Stabilimento), mentre la terza prevede il passaggio da centro di costo ad uno di profitto presupponendo un cambiamento radicale dei rapporti con la direzione dell’ex regia. Meglio optare per lo scenario di mezzo, ha pensato il Governo. Ecco dunque l’idea del Centro di competenze, che in un certo senso accorpa buona parte delle proposte contenute nell’iniziativa popolare per un Polo tecnologico promossa dal Comitato di sciopero. In pratica il sito sarebbe il fulcro di una rete di attori pubblici e privati nell’ambito del trasporto e della mobilità sostenibile. Ovvero imprese, istituti di formazione e di ricerca, associazioni professionali ed imprenditoriali, altri siti delle Ffs (Chiasso e Biasca). Ai servizi erogati attualmente si aggiungerebbero attività innovative e tecnologiche. La gestione sarebbe affidata ad una società a capitale misto pubblico-privato.
Il Consiglio di Stato – lo ha ribadito la direttrice del Dipartimento finanze ed economia Laura Sadis – intende percorrere questa via. La perorerà in occasione delle prossime tornate della tavola rotonda (i negoziati dovrebbero concludersi nel 2011) sincerandosi che goda del reale sostegno – imprescindibile – delle Ffs. Dopodiché verrà eseguito uno studio di fattibilità che definirà contenuti, attori e investimento della futura struttura. Dovrebbe durare un anno. Nel frattempo si cercherà di porre rimedio ad alcuni punti critici rilevati dai ricercatori: produttività e razionalità dei processi lavorativi da migliorare, commesse da eseguire più rapidamente, riduzione delle scorte. L’obiettivo è farsi trovare pronti per affrontare la nuova sfida. L’ennesima per le Officine.

L’ex regia: è uno scenario attrattivo
Il direttore delle Ferrovie Andreas Meyer l’ha confidato dieci giorni fa al consigliere di Stato Marco Borradori, a margine del Filmfestival di Locarno. « Dopo il nostro incontro credo di poter dire che lo scenario Centro di competenze e il relativo studio di fattibilità potrebbero raccogliere il consenso delle Ffs », ha svelato il ministro. Nella sua veste di proprietaria delle Officine di Bellinzona, l’ex regia federale ha in mano il destino della struttura volta a rilanciare lo Stabilimento cittadino. Le parole del numero uno hanno trovato parziale conferma, ieri, in quelle del responsabile della Manutenzione delle Ffs Ferruccio Bianchi . « Delle tre ipotesi ventilate dai ricercatori della Supsi quella che prevede la realizzazione di un Centro di competenze è senza dubbio la più attrattiva – ha affermato l’ex direttore delle Officine di Yverdon – . Negli ultimi due anni a Bellinzona si è lavorato bene, quanto fatto dopo lo sciopero è sicuramente buono. Per il futuro tocca al Governo ticinese fare i prossimi passi e i necessari approfondimenti ». Da parte sua il leader della mobilitazione Gianni Frizzo si è detto preoccupato per gli anni che potrebbero trascorrere prima di veder sorgere il Centro di competenze. « Consiglio di Stato e Comitato di sciopero sono favorevoli, ora la palla deve passare a chi deve dare questo consenso (l’allusione è alle Ffs, ndr.) . Vorremmo una risposta propositiva e in tempi rapidi. Magari si potrebbe creare un gruppo di lavoro », ha ammonito dalla sala del Gran Consiglio dove ha fatto ‘ritorno’ dopo esserci stato nei primi giorni dell’agitazione del 2008. Oggi il personale sarà informato durante l’assemblea.


Hupac ha il 25% di Crossrail

Chiasso/Muttenz – L’impresa Hupac di Chiasso, leader del trasporto combinato attraverso le Alpi, ha rilevato il 25% delle azioni della Crossrail di Muttenz (Bl), presso Basilea. Sul prezzo della transazione non sono state fornite indicazioni. Il Ceo della Hupac Bernhard Kunz siederà nel consiglio d’amministrazione della Crossrail Ag, informa quest’ultima in un comunicato.
La Crossrail è attiva nel traffico merci su rotaia in Svizzera, Germania, Italia, Belgio e Olanda. Ha due filiali: Crossrail Benelux e Crossrail Italy. La Hupac è una holding formata da dieci società con sede in Svizzera, Germania, Italia, Olanda e Belgio. Nel 2009 ha realizzato un utile di 2,8 milioni di franchi.


pg r da buonissime notizie!

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 20:52
Officine FFS: piace lo scenario del centro di competenze
Frizzo: "Ora non si perda tempo". Borradori e Sadis: "Scenario condiviso dal Governo". Bianchi, FFS: "Scenario interessante"
Foto TeleTicino

Al termine della presentazione dello studio della SUPSI ecco le considereazioni che abbiamo raccolto:

Gianni Frizzo, comitato sciopero
“È uno studio che rende giustizia a tutto il Ticino che ha sostenuto lo sciopero e l’iniziativa (firmata da 15'000 ticinesi) che chiedeva un futuro occupazionale e industriale attorno alle Officine con la creazione di un polo tecnologico.
È una grande soddisfazione per noi nel vedere confermate richieste e i dubbi che avevamo sulla scelta strategica delle FFS del marzo 2008. Ora tocca alle Ferrovie Federali prendere una posizione e aderire in modo favorevole al secondo scenario in modo da far partire lo studio di fattibilità per un centro di competenze il prima possibile.”

Ferruccio Bianchi, responsabile delle manutenzione FFS
“Abbiamo letto con molto interesse questo rapporto, atteso da tempo, e dopo aver ascoltato oggi le spiegazioni del gruppo di lavoro abbiamo potuto constate che il secondo scenario è quello più interessante.”


Marco Borradori, direttore Dipartimento del Territorio
“Ora occorre che le FFS – in quanto proprietarie - siano disponibili ad assumere un atteggiamento attivo e propositivo, condividendo con gli altri attori la scelta dello scenario migliore. Gli esperti indicano in questo rapporto che “le potenzialità delle Officine emergerebbero con particolare forza attraverso lacreazione di un centro di competenze”, come in certo qual modo avevano ventilato anche le FFS nel 2006. In effetti, da un incontro avuto con il CEO FFS Andreas Meier, lo scorso 12 agosto, in cui si è toccato anche questo tema, credo di poter dire che lo scenario “centro di competenze” e il relativo studio di fattibilità potrebbero raccogliere il consenso delle FFS. In linea quindi, con quanto propone lo studio della SUPSI. Anche a un esterno, lo scenario “centro di competenze”, pur non facilmente decifrabile di primo acchito, appare intuitivamente l’unico percorribile. Infatti, non possono entrare in linea di conto né lo status quo (che, di fatto, equivarrebbe al declino), né il centro di profitto (che, di fatto, presuppone un radicale cambiamento nei rapporti tra SI-Bel e FFS). Lo studio di fattibilità per lo scenario “centro di competenze” appare quindi indispensabile per prendere decisioni concrete vincolanti, e trova il pieno sostegno anche da parte del Dipartimento del territorio.”

Laura Sadis, direttrice Dipartimento Finanze ed Economia
"Lo studio ci pare una buona base conoscitiva e organica per poter fare dei ragionamenti. Questo studio permette quindi di avviare delle discussioni concrete e quello che il Cantone ora vuole fare è di continuare a sedersi al tavolo di discussione assumendo un ruolo propositivo e concreto."




pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:50
Le bombe dopo la tempesta
Pakistan, una quarantina di vittime in tre attentati nelle regioni alluvionate
Maria Grazia Coggiola/Ansa


Islamabad – Dopo una pausa di quasi un mese dovuta all’emergenza delle inondazioni, il terrorismo ha di nuovo rialzato la testa con tre stragi costate la vita ad almeno 37 persone, tra cui un religioso musulmano e una ventina di fedeli radunati in una moschea per il Ramadan.
Gli attentati sono avvenuti nel nord ovest, la prima regione a essere colpita dalla calamità di tre settimane fa e dove ancora molte aree sono isolate a causa del crollo di strade e ponti. Non ci sono state rivendicazioni, ma tutto fa pensare all’opera di gruppi locali della jihad.
Il più sanguinoso, almeno 26 morti, ha colpito ieri pomeriggio una affollata moschea in un mercato di Wana, il capoluogo del Waziristan meridionale, una delle roccaforti taleban al centro di violenti scontri con l’esercito pakistano impegnato a riprendere il controllo dell’area. Secondo una ricostruzione dei media locali, un attentatore suicida si è fatto esplodere mentre stava per incontrare l’imam, Maulana Noor Muhammed, ex parlamentare del partito islamico Jamiat Ulema-e-Islam (Jui) che di recente aveva sostenuto il dialogo tra integralisti e governo. Secondo alcuni il leader religioso aveva criticato la presenza di Al Qaida e dei miliziani uzbeki alleati ai talebani locali del principale gruppo Ttp (Tehrike-Taleban Pakistan).
Poche ore prima, nella regione tribale di Khurram, appartenente alle Aree tribali ad amministrazione federale (Fata), a ridosso del confine afghano, un ordigno azionato a distanza esplodeva in una scuola dove si era riunita una jirga (assemblea di capi tribali) di pace per risolvere una disputa. Il bilancio è di otto morti e diversi feriti. La Kurram Agency è una delle poche regioni non controllate dai militanti fondamentalisti.
Una terza esplosione, provocata da una mina piazzata in un mercato a Peshawar, uccideva tre persone appartenenti a una milizia anti taleban. Sempre nelle aree tribali un drone (aereo senza pilota) americano ha bombardato un’abitazione vicino a Miranshah, roccaforte dei ribelli legati ai taleban e ad Al Qaida, uccidendo cinque insorti, secondo le autorità.
La crisi umanitaria provocata dalle inondazioni in Pakistan, che ha messo in ginocchio l’economia sta creando intanto un forte allarme internazionale. Si teme che il paese finisca in bancarotta, ma anche che il disastro possa avvantaggiare i gruppi integralisti islamici.
Il Fondo Monetario Internazionale, è impegnato in una serie di riunioni a Washington per predisporre un piano di interventi di salvataggio. La solidarietà internazionale si è messa in moto dopo un periodo di iniziale apatia dovuta a una certa diffidenza verso il governo di Islamabad, giudicato corrotto e con ambigui legami con i taleban.
Il ponte aereo della Nato è operativo ed è stato consegnato da un velivolo partito da una base in Germania il primo carico di aiuti donati dalla Repubblica Ceca. Sono giunti nuovi stanziamenti in risposta all’appello lanciato dalle Nazioni Unite. Secondo dati aggiornati della Commissione Federale delle Inondazioni, che fa capo al ministero delle Risorse idriche e Energia, contenuti in un comunicato pubblicato oggi sul suo sito internet, le persone colpite dalle alluvioni sono 7.717.883, di cui 3.684.267 nella provincia meridionale del Sindh. La zona è quella più devastata dalla seconda ondata di inondazioni che si prevede durerà ancora per diversi giorni. Le cifre dell’ente statale sono in contrasto con la stima di 20 milioni di alluvionati diffusa dallo stesso governo pakistano.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:50
Impieghi a migliaia
Como, 5’550 nuovi posti di lavoro
M.M.
Cinquemilacinque[..] nuovi posti di lavoro in provincia di Como entro la fine dell’anno, di cui il 60% con contratti a tempo indeterminato. Il dato – strabiliante – è stato fornito ieri dalla Camera di Commercio. E rappresenta la sintesi dell'indagine Excelsior 2010 , il Sistema informativo di UnionCamere e Ministero del lavoro. Il 70% delle nuove assunzioni dovrebbe interessare i settori del turismo e della ristorazione, l’unico settore con segno più in provincia di Como. Oltre il 10% l’incremento dall’inizio dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2009 e decisamente in controtendenza rispetto alla media nazionale. Dall’indagine emerge anche che nel Comasco sono sempre più ricercati laureati e diplomati. Insomma, le richieste sono innanzitutto di elevata professionalità. Le prime cinque professioni richieste sono nell’ordine: qualificate nelle attività commerciali; tecniche nell’amministrazione e nelle attività finanziarie e commerciali; operai qualificati esperti di macchinari per lavorazione in serie; professioni qualificate nelle attività turistiche ed alberghiere e impiegati a contatto con il pubblico.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:49
Miliardi all’Ubs e bastonate ai disoccupati?
di Manuele Bertoli, presidente cantonale Ps
Le indennità giornaliere saranno ridotte da 400 a 260 per i disoccupati che hanno pagato contributi per dodici mesi. Rimarranno 400 solo per chi potrà comprovare contributi per almeno diciotto mesi. I disoccupati sopra i 55 anni avranno diritto a 520 indennità solo se hanno pagato i contributi per 24 mesi, oggi 18. Le persone esonerate dall’adempimento del periodo di contribuzione in caso di disoccupazione si vedranno tagliare le indennità da 260 a 90. Il diritto alle indennità, che oggi inizia dopo un periodo di attesa di cinque giorni, inizierà per chi non ha persone a carico dopo 10, 15 o 20 giorni, a dipendenza del reddito, con gravi perdite finanziarie. I disoccupati con meno di 30 anni saranno obbligati ad accettare anche proposte di lavoro che non tengono convenientemente conto delle loro capacità o di una loro eventuale attività precedente. I Cantoni in particolare difficoltà con il numero di disoccupati non potranno più chiedere l’aumento delle indennità giornaliere da 400 a 520, come ha fatto quest’anno il Ticino per volontà unanime del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio. I disoccupati che trovano dei lavori parziali durante il periodo di disoccupazione saranno penalizzati rispetto ad oggi.
Sono questi i più vistosi frutti della revisione dell’assicurazione disoccupazione su cui andremo a votare il prossimo 26 settembre. Una revisione accolta in marzo dalla maggioranza di destra delle Camere federali che rappresenta una chiarissima involuzione dei diritti sociali e che va a colpire le persone disoccupate proprio in tempi di crisi.
Una crisi causata dai giochetti dell’alta finanza mondiale, compresa quella svizzera, che la politica federale ha invece sostenuto a suon di miliardi, quando Ubs ha rischiato il fallimento, oltretutto senza saper intervenire nella vergognosa questione dei bonus. E così si arriva al paradosso di stanziare miliardi per chi ha contribuito largamente alla crisi e a prevedere bastonate per chi è costretto a subirla senza colpa. Un programma di tagli nel segno del più classico dei progetti antisociali, dove la politica non perde l’occasione di mostrarsi ancora una volta debole con i forti e forte con i deboli.
A meno che? A meno che il popolo non si faccia sentire, come ha fatto recentemente a proposito dei tagli sulle pensioni, rispediti al mittente senza appello. Provate a perdere il lavoro e dover stare qualche mese in disoccupazione alla ricerca di una nuova occupazione, senza entrate per due, tre o quattro settimane. Se ne vanno in fumo i risparmi correnti, perché le fatture arrivano puntualmente come prima. Chiedete ai giovani disoccupati, di cui tutti si preoccupano a parole, cosa vuol dire essere costretti ad accettare per forza la prima cosa che passa il convento, magari dopo aver studiato parecchio. Questa riforma è sbagliata nei contenuti, provocatoria se comparata a quel che si è fatto a favore dei veri responsabili della crisi e costosa per Cantoni e Comuni. Non va infatti mai dimenticato che quello che le grandi assicurazioni sociali non coprono finisce in parte importante a carico dell’aiuto sociale cantonale, l’assistenza pubblica, volentieri criticata proprio dai promotori dei tagli sociali a livello federale.
L’assicurazione disoccupazione è indebitata perché in passato si è voluto ridurre a tutti i costi il tasso di prelievo dal 3% al 2%. Pretendere di risanarla con misure antisociali è profondamente errato e per questo dobbiamo dire chiaramente NO il 26 settembre a questo progetto insensato.

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:49
Lo stipendio se ne va in imposte e affitti
Le famiglie svizzere spendono mediamente 7.669 franchi al mese
ATS


Berna – Nel 2008 le economie domestiche svizzere hanno speso in media 7.669 franchi al mese, principalmente per pagare le imposte e l’affitto. È quanto afferma l’Ufficio federale di statistica (Ust), precisando che il reddito lordo delle famiglie ammontava a 9.103 franchi e il risparmio mensile a 1.028 franchi.
Nell’anno preso in esame dall’Ust, le spese di consumo in media risultavano di 5.310 franchi al mese, pari al 58% del reddito lordo. La voce in capitolo più importante è da imputare all’abitazione, a cui sono destinati 1.480 franchi al mese (16% del reddito lordo). Seguono le spese per i trasporti (8,2%), per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche (7,2%), per il tempo libero, lo svago e la cultura (6,9%) e per ristoranti e pernottamenti (5,7%).
Le spese obbligatorie (premi per l’assicurazione malattie di base, imposte e contributi per le assicurazioni sociali) si situano al secondo posto e corrispondono mediamente a 2.440 franchi al mese, ovvero al 27% del reddito lordo. La voce più rilevante di questo gruppo è quella delle imposte, con 1.060 franchi al mese.
Gli altri premi assicurativi e le tasse, unitamente a donazioni e regali, rappresentano il 5,8% del reddito lordo (530 franchi al mese in media).
Infine, i trasferimenti monetari ad altre economie domestiche (alimenti, contributi di mantenimento e donazioni) erano pari mediamente a 195 franchi al mese, il che corrisponde al 2,1% del reddito lordo.
Sul fronte delle entrate, in media le economie domestiche potevano contare su 6.956 franchi provenienti da un'attività dipendente e 906 da una indipendente. A questi vanno aggiunti 783 franchi di rendite Avs/Ai, 555 franchi del secondo pilatro e 319 di altre prestazioni sociali. Il reddito lordo è quindi di 9.103 franchi.
L’Ust prevede inoltre per ogni economia domestica 405 franchi di entrate sporadiche (regali, vendite e rimborsi), non compresi nel reddito lordo.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:48
Trasporto delle merci in forte ripresa
Attraverso le Alpi la ferrovia cresce più della strada ma l’obiettivo del trasferimento è ancora lontano
ATS/RED


Berna – Il traffico merci attraverso le Alpi è aumentato nei primi sei mesi dell'anno sia sulla rotaia sia sulla strada. Questa crescita, che segna il ritorno in forze della ferrovia, si spiega quasi esclusivamente – afferma un comunicato del Dipartimento federale dei trasporti (Datec) – con la ripresa congiunturale.
Da gennaio a fine giugno, il volume totale delle merci trasportate è cresciuto del 13,2%, rispetto al primo semestre del 2009, raggiungendo quota 19,2 milioni di tonnellate, di cui 12 milioni per la ferrovia e 7,2 per la strada. Questa cifra resta tuttavia inferiore del 9,4% al volume record del primo semestre del 2008, precisa il Datec.
Per quanto riguarda i veicoli pesanti, il numero dei tragitti percorsi è aumentato del 7,4%, raggiungendo quota 621 mila. Le quantità di merci trasportate su strada sono aumentate dell'8,1% (+0,5 milioni di tonnellate nette).
Ma è soprattutto sul fronte ferroviario, particolarmente colpito dalla crisi, che si è registrata la crescita più significativa: +1,7 milioni di tonnellate (+16,5%). Questo incremento si è fatto più consistente nel corso dei mesi (+12,6% nel primo trimestre; +20,3% nel secondo). Questi forti tassi di crescita riguardano soprattutto il trasporto combinato non accompagnato, sostenuto finanziariamente dalla Confederazione. La crescita sarebbe stata ancora maggiore, se non fosse stata frenata dalla carenza di materiale rotabile, in particolare a causa di esigenze più elevate. Con una proporzione del 38% del traffico transalpino, il bilancio del trasporto combinato non accompagnato è migliore rispetto al periodo antecedente la crisi economica. Sul mercato sono approdati tre nuovi operatori. Sono inoltre stati aperti sei nuovi collegamenti, principalmente con il Belgio e il Settentrione della Francia. Sono invece stati soppressi due collegamenti con la Scandinavia. È aumentato anche, ma in misura minore, il trasporto con vagoni completi (Tvc). La strada viaggiante ha registrato un'evoluzione ancora più debole. Se la parte della ferrovia (62,4%) rispetto alla strada ha ricuperato terreno, avvicinandosi alle cifre antecedenti la crisi economica, si è però ancora lungi dall'aver raggiunto i risultati voluti. A medio termine (2019) l’obiettivo della politica di trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia prevede un limite di 650'000 tragitti di autocarri all'anno attraverso le Alpi. Attualmente si è a quota 621 mila, ma limitatamente ai primi sei mesi dell’anno. Come dire che a fine 2010 il numero degli autocarri che avranno valicato le Alpi svizzere sarà verosimilmente ancora superiore a 1 milione e 20 mila passaggi. Il Datec sottolinea che, per raggiungere l'obiettivo della politica di trasferimento, occorrono ulteriori sforzi. Uno strumento in quest'ambito è costituito dall'introduzione di una Borsa del transito alpino. La Svizzera è stata incaricata da tutti i Paesi alpini di elaborare, entro il 2011, un concetto di gestione del traffico attraverso le regioni sensibili delle Alpi. L'apertura, presumibilmente nel 2017, della galleria ferroviaria di base del San Gottardo dovrebbe ulteriormente incrementare la competitività della ferrovia rispetto al trasporto stradale. Il battesimo di questa infrastruttura, tuttavia, da solo non basterà per limitare il trasporto stradale. Le questioni aperte sono molteplici. Sono quelle legate non solo alla disponibilità di materiale rotabile e al suo aggiornamento ma anche dell’adattamento delle linee di accesso riguardo, in particolare, ai profili di ponti e gallerie di fronte all’evoluzione conosciuta, in particolare, dai semirimorchi di nuova generazione le cui dimensioni sono sempre più grandi.

Nuova collaborazione tra Ffs Cargo e l’olandese Ewals Cargo Care
L’intesa prevede la gestione di 270 treni shuttle ogni anno per il prossimo triennio
Berna – Ieri Ffs Cargo ha dato il via al trasporto di treni merci internazionali per conto dell’azienda olandese Ewals Cargo Care.
I container e i semirimorchi dell’azienda di logistica internazionale attraverseranno le Alpi a bordo di 270 treni shuttle di Ffs Cargo ogni anno. La ferrovia merci svizzera fornirà in piena autonomia tutte le prestazioni di trasporto sulla linea Rheinhausen presso Duisburg e Novara nell’Italia settentrionale, via Lötschberg. Ffs Cargo assicurerà anche un servizio speciale: mettendo a disposizione tre cosiddetti carri a tasca su ogni treno per consentire anche il trasporto di semirimorchi di grande profilo tipo P 400 fino a Domodossola. Per regolamentare la loro cooperazione le due aziende hanno stipulato un contratto della durata di tre anni. Ewals Cargo Care è un’azienda di servizi logistici europea con sede centrale a Tegelen in Olanda. Ha alle proprie dipendenze 1'500 collaboratori e opera in 17 Paesi. L’anno scorso aveva conseguito un fatturato pari a 580 milioni di euro. Questo accordo rientra nella filosofia del servizio merci delle Ferrovie federali svizzere che nell’ambito del trasporto internazionale intende privilegiare il traffico combinato rispetto ad altre formule, a cominciare dal trasporto convenzionale per il quale la divisione di Ffs ha stretto un accordo con altre imprese ferroviarie europee. Per quanto riguarda la presenza all’estero è pure in atto la creazione di una nuova società mista con la Hupac di Chiasso.

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:48
‘Gigante giallo poco trasparente’
Sindacato critica la Posta per gli incontri limitati coi dipendenti. L’azienda replica: previste sedute supplementari
L.B.


TI-PRESS Posta A e posta B
Numero chiuso agli incontri informativi su ‘Distrinova’ e solo dieci assemblee con il personale in tutta la Svizzera. Il Sindacato della comunicazione critica l’atteggiamento della Posta nell’informare i propri dipendenti sul progetto di cernita meccanizzata delle lettere. Un processo, avverte il sindacato, che potrebbe portare alla soppressione di 3.000 posti di lavoro a livello nazionale. Secondo Angelo Zanetti , rappresentante sindacale per la Svizzera italiana, il Gigante giallo costringerebbe i propri dipendenti ad annunciarsi agli incontri, dove sono ammessi al massimo 150 persone alla volta. « Unicamente 1.500 dipendenti, dopo essersi annunciati, avranno la possibilità di porre domande e avere informazioni sul proprio futuro », scrive Zanetti in una nota stampa.
Da noi contattato, il portavoce dell’ex regia federale Mariano Masserini conferma che per ora la Posta ha previsto unicamente dieci sedute alle quali potranno partecipare da 120 a 150 dipendenti. Tuttavia, assicura Masserini, nessuno verrà lasciato all’oscuro: « Abbiamo già provveduto a informare in modo completo i nostri dipendenti distribuendo cinque volantini. È vero, agli incontri il posto è limitato, ma lo è unicamente perché le sale che abbiamo riservato hanno una capienza che non supera i 150 posti. Se vi sarà un interesse marcato da parte dei nostri collaboratori per il progetto, non mancheremo di organizzare sedute supplementari ».
‘Distrinova’ non è ancora entrato nella fase sperimentale che già fa parlare di sé. I test di meccanizzazione inizieranno infatti solo a settembre e solo in tre regioni svizzere (San Gallo, Losanna e Kriens/Sarnen). Il nuovo sistema, oltre ad automatizzare la cernita delle missive svolta sino ad ora dai postini, prevede la consegna della corrispondenza dapprima ai clienti commerciali e solo in seguito ai privati. Dopo tre mesi di prova, l’azienda si darà tempo fino alla primavera del 2011 per decidere se introdurre o meno il nuovo meccanismo anche altrove e in che forma farlo. Impossibile, secondo Masserini, stimare oggi quale impatto avrà l’eventuale adozione di ‘Distrinova’ sulla forza lavoro. « Saranno valutazioni che andranno fatte alla luce dei risultati dei test e una volta che, ad inizio anno prossimo, si deciderà cosa si vuole fare », specifica il portavoce del Gigante giallo.
« Quando c’è qualche prodotto nuovo da vendere si organizzano incontri persino a livello di singoli team – tuona Zanetti, raggiunto ieri telefonicamente –. Nel caso di ‘Distrinova’ invece l’informazione viene fatta in modo abbastanza ‘allegro’. È un atteggiamento superficiale da parte di un’azienda che si vanta di avere una responsabilità sociale. Fra il personale c’è grande apprensione sulle possibili conseguenze di questo cambiamento. E la Posta che fa? Fa informazione a numero chiuso. È uno scandalo ». Tanto più, aggiunge Zanetti, « che gli incontri avverranno al di fuori dagli orari di lavoro. Vale a dire che i dipendenti dovranno mettere a disposizione il proprio tempo libero ». In Ticino e in Mesolcina, « dove lavorano circa 1000 persone, 900 nel recapito e un centinaio presso il sottocentro lettere di Cadenazzo » sarebbe previsto un solo incontro – il 12 ottobre –, limitato a 150 persone. La Posta potrebbe però decidere di organizzarne altri.


Il progetto ‘Distrinova’ nella fase di test
‘Distrinova’ è il nome dato dalla Posta svizzera al progetto di automatizzazione dello smistamento lettere. Fulcro del nuovo sistema è la consegna delle missive prima ai clienti commerciali e poi a quelli privati. « Veniamo così incontro alle diverse esigenze della nostra clientela – spiega il portavoce dell’ex regia federale Mariano Masserini –. Le aziende hanno bisogno di ricevere il prima possibile le lettere, in modo da essere in grado di rispondere tempestivamente. Molti clienti privati non sono nemmeno in casa quando passa il postino. Inoltre chi abita vicino a un cliente commerciale riceverà la corrispondenza prima di oggi ». La sperimentazione – prevista nella zona di San Gallo, nella Svizzera centrale e in alcuni quartieri losannesi – inizierà a settembre e durerà tre mesi. Nella Svizzera orientale i termini di consegna rimarranno alle 12.30, mentre nelle altre due regioni per i clienti privati il limite verrà portato alle 14. « Già attualmente la Posta consegna la corrispondenza fra le 8 e le 12.30 e lo fa sulla base del giro che il postino si costruisce – spiega Masserini –. Con ‘Distrinova’ il giro non verrà calcolato sulla base del numero civico, ma dando la priorità ai clienti commerciali. Il tempo di consegna totale non cambierà. Non a caso abbiamo avviato una sperimentazione con il limite alle 12.30. Prima di decidere quale modello eventualmente adottare si dovranno attendere i risultati del test ». ‘Distrinova’ è stata criticata dall’Autorità di regolazione postale, che la ritiene contraria al principio di servizio universale.

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Tuesday, 24-08-10 08:47
Le finanze del Cantone
di Argante Righetti
Sullo stato delle finanze del Cantone continuano a manifestarsi opinioni molto divergenti. La destra ticinese, distribuita in vari schieramenti, presenta con insistenza la favola del tesoretto. Dove sia nessun lo sa, ma la favola serve allo scopo di rilanciare il discorso degli sgravi fiscali, con l’obiettivo di ridurre il ruolo dello Stato e il servizio pubblico.
La realtà è ben diversa. Negli anni successivi al 1995 è stata praticata una politica di sgravi fiscali che ha sottratto centinaia di milioni di franchi al Cantone e ai Comuni. Questi sgravi fiscali sono la causa principale delle attuali difficoltà finanziarie del Cantone.
Il Consiglio di Stato uscito dalle elezioni dell’aprile 2007 l’ha riconosciuto esplicitamente nel suo rapporto sulle linee direttive e sul piano finanziario 2008/2011. Gli sgravi fiscali sono stati anche squilibrati nei contenuti, poiché hanno manifestamente favorito i contribuenti con alti redditi.
Per cercare di colmare la falla aperta nei conti del Cantone il Consiglio di Stato ha elaborato nel passato quadriennio proposte di forti tagli alla spesa pubblica con effetti particolarmente negativi sulle fasce più deboli della popolazione e sui Comuni e sulle regioni più deboli.
Inevitabilmente queste proposte hanno incontrato una forte opposizione e l’operazione è sfociata in un disastro politico. Nella votazione popolare del 16 maggio 2004 sono stati bocciati due dei quattro decreti legislativi contestati con referendum. Nella votazione popolare del 12 marzo 2006 è stato bocciato il decreto legislativo sulla limitazione dei sussidi sociali. La volontà popolare di impedire un ulteriore indebolimento dello Stato mediante sgravi fiscali si è manifestata due volte in questo quadriennio. Nella votazione popolare del primo giugno 2008 è stata respinta l’iniziativa fiscale della Lega dei Ticinesi che avrebbe avuto effetti devastanti per Cantone e Comuni con una forte sottrazione di mezzi finanziari e con la conseguente paralisi dell’azione politica. Nella votazione popolare del 29 novembre 2009 è stata respinta la modifica della legge tributaria che riduceva l’aliquota dell’imposta sull’utile delle aziende.
La situazione finanziaria del Cantone resta difficile. Il modesto avanzo d’esercizio del 2009, 9 milioni di franchi su un bilancio di 3 miliardi di franchi, non può suscitare illusioni. La crisi economica e finanziaria avrà inevitabilmente ricadute negative sul gettito fiscale dei prossimi anni.
La crisi impone inoltre al Cantone interventi finanziari per arginarne le conseguenze sull’economia e sul tessuto sociale. A breve scadenza nuove spese incideranno fortemente sui conti. Basti pensare ai pesanti effetti del finanziamento pubblico delle cliniche private imposto dalla Confederazione.
Il contenimento della spesa pubblica richiede quindi scelte ragionevoli, rispettose del senso dello Stato, del bisogno di solidarietà, del principio della simmetria dei sacrifici.
Non devono essere compromesse le priorità dell’azione dello Stato, in particolare nei settori in cui essa riveste maggiore importanza per i cittadini, come l’educazione, la sanità, la socialità, la protezione dell’ambiente.

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Monday, 23-08-10 08:32
Sistemi pensionistici a confronto

Tutti i paesi stanno discutendo la revisione dei vari regimi che presentano interessanti differenze Il nostro modello è uno dei più vincolanti. Il futuro sta nella ricerca di soluzioni flessibili
di Ronny Bianchi



Quello che si riteneva un diritto acquisito fino a una decina di anni fa, oggi appare come una nebulosa complessa e instabile. Le nostre pensioni sono sempre più sotto pressione per motivi diversi: aumento della speranza di vita, mutamenti demografici (meno figli e più anziani), e investimenti azzardati che hanno intaccato i capitali.
Se il terzo fattore si potrebbe annullare proibendo ai gestori dei risparmi pensionistici investimenti a rischio, i primi due sono una realtà con la quale ci si deve confrontare. Anche nel nostro paese le discussioni sulla revisione del sistema pensionistico sono di attualità (ad esempio 11esima revisione dell’Avs, aliquota di conversione) . In questo articolo abbiamo pensato di confrontare alcuni sistemi pensionistici europei per verificare a punto sono i nostri vicini.
Caratteristiche di base
La Francia è il paese con la media di età più bassa (60 anni) di pensionati con il livello di pensione massimo. Per gli altri principali paesi europei l’età del pensionamento oscilla tra i 63 e i 65 anni.
Tuttavia l’età minima per il pensionamento deve essere messa in relazione con altri componenti del sistema. Parametri altrettanto importanti sono gli anni di versamento dei contributi per ottenere il pensionamento, le condizioni di accesso con il massimo dei contributi, l’età reale del pensionamento e i dispositivi che permettono il pensionamento anticipato. Considerando questi elementi (vedere tabella sotto) ci accorgiamo che esistono realtà molto diverse da paese a paese. Ad esempio, la Svizzera è già oggi il paese che richiede il maggior numero di anni di versamento dei contributi e che la Francia potrebbe seguire a ruota se entrerà effettivamente in vigore la riforma annunciata a metà giugno di quest’anno.
Legalmente nella maggior parte dei paesi europei l’età del pensionamento è fissata a 65 anni (Germania, Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Grecia, Polonia, Danimarca) e le riforme in discussione prevedono tutte un innalzamento, ma nel lungo periodo: 67 in Spagna e Olanda entro il 2015, in Danimarca entro il 20017, in Germania nel 2019 e a 68 anni in Gran Bretagna nel 2046.
Tuttavia, oggi, le differenze tra i paesi sono minime. In Germania, ad esempio, è possibile andare in pensione a 63 annui se si totalizzano 35 anni di contributi, così come in Olanda, ma con 40 anni di contributi.
Anche in Gran Bretagna la pensione anticipata è diffusa: dal 2006 il salariato può liquidare la pensione complementare (seconda pensione statale o privata equivalente al nostro secondo pilastro) a partire dai 50 anni, ben prima cioè di poter percepire la pensione di base (la nostra Avs).
In diversi paesi ci sono differenze tra uomini e donne. Le donne inglesi, italiane, greche o polacche possono far valere il loro diritto alla pensione a partire dai 60 anni.
Ma l’età legale di apertura del diritto di pensionamento è un’informazione ancora incompleta, poiché la situazione è complessa e diversa da paese a paese.
In Francia, ad esempio, la possibilità di pensionamento anticipato non dà automaticamente diritto a una rendita completa a meno che si siano già accumulati i 162 trimestri (164 dal 2012) di contributi (40,5 anni) necessari. Se un francese parte in pensione tra i 60 e i 65 anni senza i necessari anni di contributi, la pensione sarà decurtata proporzionalmente in misura del 1,25% (a partire dal 2015) per ogni trimestre mancante.
In altri paesi – Spagna, Olanda, Danimarca e Gran Bretagna – non c’è distinzione tra età minima di pensionamento e età per il raggiungimento del massimo della pensione.
Il futuro
Il sistema pensionistico francese con la revisione in progetto diventerebbe uno dei più penalizzanti per i lavoratori perché oltre all’aumento dell’età pensionabile aumentano anche i semestri di contributi (un anno in più) mentre negli altri paesi sono previste delle compensazioni. La maggior parte dei paesi che hanno deciso di prolungare la vita lavorativa compensano la situazione con un periodo di versamento dei contributi inferiore. Ad esempio, la Gran Bretagna esige, con la riforma, 30 anni di contributi rispetto ai precedenti 44 anni per gli uomini e ai 39 per le donne. La Spagna prevede che dopo 15 anni si possa raggiungere il minimo per la pensione, mentre il massimo sarà raggiunto con 35 anni di contribuiti, mentre l’Olanda richiede 50 anni di residenza per ottenere il massimo. L’obiettivo di questi paesi è interessante perché pur aumentando l’età del pensionamento, introduce una maggior flessibilità nel periodo di pagamento dei contributi che favorisce una maggiore mobilità del lavoro e soprattutto non penalizza eccessivamente chi non riesce per motivi vari (ad esempio le donne che lasciano il mercato del lavoro per alcuni anni per allevare i figli) a raggiungere il massimo.
Il confronto europeo è ancora più “elastico” se si prendono in considerazione le numerose deroghe all’età minima che sono state introdotte nei vari progetti di riforma.
In Spagna alcune professioni potranno beneficiare di pensionamenti anticipati senza penalità come i macchinisti, i marinai o i minatori. Inoltre, il paese propone delle pensioni anticipate per i disoccupati di lungo periodo, per i licenziati per motivi economici, … con almeno 30 anni di contributi. Il risultato è che il 25% degli spagnoli va in pensione prima dei 60 anni e la situazione non cambierà di molto anche nei prossimi anni.
In generale bisogna poi constatare che in tutti i paesi l’assicurazione di invalidità permette a molti lavoratori a fine carriera di “anticipare” la pensione: 9,6% delle persone tra i 50 e i 65 anni in Gran Bretagna, 12,95% in Olanda, 15,8% in Danimarca, 3,9% in Francia.
Riforme parziali
Le riforme in atto in tutti i paesi hanno come obiettivo la diminuzione dei pensionamenti anticipati, ma contemporaneamente si sono sviluppati meccanismi alternativi che riducono l’impatto delle riforme. In Olanda, ad esempio, il governo ha creato nel 2006 una “regolazione del ciclo di vita” che consiste nella creazione di un conto risparmio che permette ai lavoratori di accantonare una parte del loro salario che darà poi il diritto di beneficiare di un congedo sabbatico. Gli impiegati possono capitalizzare l’equivalente di un congedo pagato di 2,1 anni o di uno di 3 anni se si accontentano del 70% del loro salario. Nella realtà però questo meccanismo è utilizzato come strumento per il pensionamento anticipato.
Meccanismo simile in Danimarca con l’ Efterlon che è un piano risparmio che permette di lasciare la vita attiva fino a 5 anni prima dell’età legale (60 anni invece di 65). Il dispositivo è gestito dalle assicurazioni contro la disoccupazione e sovvenzionato con esoneri fiscali. In pratica, un lavoratore che ha accumulato 30 anni di contributi versa nel piano risparmio 13.800 euro (epurati dalle deduzioni fiscali). In cambio, se chiede la pensione a 60 anni riceverà per 5 anni (fino alla pensione legale) un salario annuale di 23.900 euro. Il piano è talmente interessante da comportare un abbassamento dell’età di abbandono della vita lavorativa: dai 64 in media nel 2000 si è scesi a 61,3 anni nel 2009. Una situazione paradossale per un paese che vuole portare l’età del pensionamento a 67 anni, ma che dimostra con le riforme dei sistemi pensionistici che si possono prevedere misure molto elastiche e interessanti.
Questo importante scarto tra l’età del pensionamento effettivo e quello previsto dalla legislazione in materia non è una particolarità danese, ma una caratteristica di molti paesi europei. Le statistiche ci dicono che mediamente si va in pensione a 59,3 anni in Francia, a 61,7 in Germania, a 62,9 in Spagna, a 63 in Gran Bretagna. I dati dell’Ocse mostrano che mediamente c’è uno scarto tra i due e i tre anni tra l’effettivo abbandono del mondo del lavoro e il momento in cui entrano ufficialmente in vigore i diritti di pensionamento.
Il limite demografico
Come si vede la situazione è complessa e variegata e in prospettiva futura non è possibile determinare un unico modello. Un elemento centrale sono le differenze demografiche. I paesi con tassi di fecondità bassi, come la Svizzera o la Germania, dovranno confrontarsi con significativi disequilibri nel medio termine che porteranno ad un aumento delle persone in pensione rispetto ai lavoratori attivi.
Alcuni dati sono significativi. Nel 1960 il tasso di fecondità medio in Europa era di 2,5 figli per ogni donna, nel 2004 era sceso a 1,5 figli. Per paesi come Francia e Irlanda il tasso è ancora vicino a due, mentre per altri è di poco superiore a 1. In Svizzera il tasso è di 1,45 figli. Meno giovani significa minore disponibilità di manodopera. Ad un numero sempre inferiore di lavoratori corrisponde un numero di pensionati in costante aumento: entro il 2025 è previsto che il numero di cittadini di età superiore agli 80 anni corrisponda al 6,3% della popolazione.
Un problema difficile
Come si vede la soluzione alla riforma del sistema pensionistico non è univoca e si indirizza in diverse direzioni. In primo luogo è necessario mantenere un giusto rapporto tra persone attive e pensionati, ma si deve anche considerare che non tutti i lavori sono uguali, che la mobilità del lavoro è indispensabile e che bisogna garantire livelli di vita soddisfacenti anche ai pensionati che rappresentano attori economici indispensabili. È poi altrettanto importante garantire un livello elevato di occupazione con un’equa distribuzione del reddito.
Ma il problema principale se si vuole aumentare l’età del pensionamento è un altro: il mercato è in grado di offrire un lavoro agli over 65 anni? Le nostre economie a tecnologia avanzata sono in grado di affrontare questo nodo?
Al momento la risposta è innegabilmente negativa per la maggior parte delle professioni e in prospettiva futura non si vedono soluzioni brillanti.
Fonte: Alternatives Economiques, Retraites: méfions-nous des apparences , N. 293. Ocde, Pension at a Glance 2009: retirement-income systems in Ocde countries. L’Observateur del l’Ocde, Retarder l’âge de la retraite , N. 234.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Monday, 23-08-10 08:32
Torricella
In cento a chiedere ‘la Posta mantenga lo sportello’

Un centinaio i cittadini di Torricella riuniti sabato pomeriggio a protestare contro la prevista chiusura dell’ufficio postale locale.
La Posta motiva la chiusura, prevista già dal prossimo settembre, con la scarsa frequentazione degli uffici, ma le statistiche dei manifestanti smentiscono con argomenti contrari: ben 70 persone ogni giorno usano quello sportello. A Torricella ci sono 1200 abitanti, 250 fuochi, 25 aziende, la giudicatura di pace, la Tutoria regionale e l’amministrazione comunale che «danno tanto, tanto lavoro alla Posta». Lo sostiene il gruppo spontaneo che ha organizzato la manifestazione, durante la quale ha preso la parola Abbondio Adobati, già granconsigliere.
I cittadini lamentano la distanza dalla sede di Taverne nella quale confluirà il servizio centralizzato e chiedono il mantenimento dell’ufficio postale per almeno tre ore al giorno. «Il servizio a domicilio non sostituisce uno sportello» .


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Monday, 23-08-10 08:31
Sel’indirizzo di casa diventa un business

Informazioni su milioni di svizzeri raccolte e vendute da ditte specialistiche alle società di marketing
L.B.


Sul mercato degli indirizzi postali, quello di un ticinese vale dai 15 ai 90 centesimi. Tutto dipende dalla quantità di informazioni su età, stato civile, disponibilità finanziaria e propensione all’acquisto per corrispondenza.
Nell’era della réclame, le informazioni personali hanno un valore in moneta sonante. E più dettagli si possiedono sulle persone, meglio le aziende possono mirare le proprie promozioni. I profili dei cittadini si trasformano dunque in buoni affari per le ditte elvetiche che li vendono. Per i consumatori il risultato è invece un affollamento di lettere di pubblicità indirizzata che si aggiungono ai volantini distribuiti a tutti i fuochi, nonché telefonate di marketing diretto a volte inopportune, sia per gli orari a cui vengono fatte, sia per l’insistenza di alcuni venditori.
Eppure il commercio di indirizzi in Svizzera è del tutto legale, visto che l’uso dei recapiti a scopo commerciale è consentito se i diretti interessati hanno reso pubblici i propri dati senza indicare espressamente che non vogliono ricevere réclame. Gli esperti giuridici lo chiamano ‘opt-out’. Alcuni cittadini lo definiscono invece un lavoro estenuante per farsi cancellare dagli indirizzari (vedi anche correlato) delle agenzie di marketing. Se uscirci richiede sforzo, entrarci è molto facile. Questo perché un indirizzo, come specifica l’Ufficio dell’Incaricato federale della protezione dei dati nel proprio sito internet ( www.edoeb.admin.ch) , è considerato pubblico se si trova nell’elenco telefonico oppure in “altri elenchi”, fra cui anche gli indirizzari pubblicitari di un’associazione o di una società privata. Liste, queste ultime, in cui spesso non si sa nemmeno di figurare.
Il prezzo sta nei dettagli
Per poter fare commercio di recapiti è ovviamente indispensabile disporre di una lista completa e aggiornata di indirizzi. Non a caso le ditte che lavorano nel ramo sono impegnate quotidianamente nella verifica dell’accuratezza della propria banca dati. Le informazioni generali, reperite dai registri di commercio (per quanto riguarda le aziende) e da database di vario tipo per quelli privati, vengono completate con numeri di telefono (reperiti sull’elenco), date di nascita, sesso e disponibilità finanziaria. I primi dati, ci spiegano da una di queste ditte, non sono considerati privati, indi sono utilizzabili liberamente; il terzo viene invece estrapolato sulla base di interpolazioni statistiche.
Più informazioni ci sono, più il loro costo si alza. Il prezzo, insomma, sta nei dettagli e qualcuno, pour di averli, fa il furbo. Almeno questo è quanto sostiene l’Ufficio dell’Incaricato federale della protezione dei dati (Ifpdt), che mette in guardia dai sondaggi telefonici e postali abbinati ai premi. « Non si lasci ingannare se le vien detto che la partecipazione o la risposta a tutte le domande è abbinata a un sondaggio o a un gioco a premi – si raccomanda in una nota dell’Ifpdt –. Simili procedimenti offendono la buona fede e sono illegali ».
In generale, spiega Ivana Calderali , redattrice del periodico dell’Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana ‘La borsa della spesa’, « quello che consigliamo è di lasciare in giro meno dati personali possibili, evitando di partecipare a tutti i concorsi che si ricevono per posta ». Ma, se proprio non si può farne a meno, aggiungono dall’Ifpdt, è necessario almeno chiedere per incarico di chi vengono raccolti i dati, capire come essi saranno usati e su cosa verte il sondaggio. Se il sondaggio è telefonico è pure caldamente raccomandato chiedere il nome all’interlocutore.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Sunday, 22-08-10 20:07
La Cina diversifica e punta sull’Asia
Gli investimenti valutari si spostano dal dollaro americano a quelli delle monete dell’area
ATS/RED


New York – La Cina accelera la diversificazione delle valute e dei titoli di Stato in cui investire le sue vaste riserve, e oltre all’Europa punta sull’Asia, con acquisti in crescita sui bond giapponesi e sud-coreani.
Secondo i dati raccolti dal «Wall Street Journal», fra fine 2009 e metà 2010, l’esposizione delle riserve valutarie di Pechino verso i ‘treasury’ statunitensi è scesa del 5,7% a 843,7 miliardi di dollari. Un ammontare che resta pur sempre enorme (la Cina è il maggiore sottoscrittore dei titoli di Stato americani e da anni finanzia il debito Usa) ma che comincia a vedere un’inversione di tendenza. Viceversa, è raddoppiato, a 4 mila miliardi di won (3,4 miliardi di dollari), il valore dei bond emessi dal governo sud-coreano, ultimo segnale che Pechino vuol sempre più diversificare le sue cospicue riserve alimentate dal suo maxi-surplus commerciale.
Giusto giovedì, ad esempio, la Cina ha deciso di aggiungere la valuta malese, il ringgit, al gruppo ristretto di divise che possono essere scambiate direttamente contro lo yuan, composto da dollaro, sterlina, yen, euro e dollaro di Hong Kong. Una mossa che serve a Pechino nel suo piano per spingere la valuta nazionale come divisa utilizzata per pagare gli scambi commerciali all’interno dell’Asia, in sostituzione al dollaro americano. E il numero delle valute accessibili al trading contro lo yuan è destinato ad aumentare ulteriormente, come hanno spiegato a Pechino.
La ‘Safe’, l’amministrazione valutaria cinese, ha le più grandi riserve in valuta estera del mondo, con un valore di 2’450 miliardi di dollari nei suoi forzieri. Poco si sa di come siano investite (Standard Chartered, una banca privata, stima l’esposizione alla valuta statunitense in quasi 2 mila miliardi, principalmente in titoli di Stato), ma le indicazioni danno un trend preciso: fin dall’inizio della crisi finanziaria tre anni fa Pechino ha fatto sapere che, dalla tradizionale esposizione ai dollari, si sta via via allontanando per diversificare.
La scorsa settimana, intanto, era emerso che Pechino a giugno ha ridotto di 21 miliardi, a 839,7 miliardi, le sottoscrizioni di treasury americani a lungo termine, una sforbiciata mai vista finora. Dal Giappone è filtrata la notizia che la Cina, nella prima metà del 2010, ha aumentato la propria esposizione netta verso il debito del Giappone di 1’730 miliardi di yen (20 miliardi di dollari). E Yu Yongding, un ex consulente della Banca popolare della Cina che fra giugno e luglio era stato in Europa come parte di una delegazione, ha raccontato che la Cina è più ottimista sugli investimenti finanziari in Europa e Giappone, e lo è meno per quanto riguarda gli Stati Uniti, dove del resto i rendimenti dei titoli di Stato sono ai minimi storici. Yongding ha spiegato che Pechino ha comprato « un bel po’» di bond europei, e ha confessato che a Pechino un banchiere centrale « di alto livello » gli ha chiesto di inviare un messaggio di fiducia, da parte della Cina, per l’economia europea e per l’euro.

pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Sunday, 22-08-10 20:07
‘Salviamo la posta!’
Torricella, protesta contro la chiusura
« Una posta che serve 1200 persone, oltre 250 fuochi, 25 piccole e medie aziende, un Centro amministrativo comunale sede della giudicatura di pace, eliminata in sordina come quella di un villaggetto discosto? No, no! ».
Questo il tenore della ‘resistenza’ che un Gruppo spontaneo di cittadini di Torricella sta mettendo in atto per scongiurare la chiusura dell’ufficio postale e perché lo sportello sia mantenuto aperto. E oggi, sabato 21 agosto, alle 17 davanti alla posta di Torricella l’appuntamento è per una manifestazione nella quale far sentire la propria voce contraria allo smantellamento. I promotori dell’iniziativa – all’azione oggi parteciperà anche il sindacalista ed ex granconsigliere Abbondio Adobati, il quale esporrà un proprio intervento – intendono ottenere almeno il mantenimento del servizio dal lunedì al venerdì, tre ore al giorno, al mattino o al pomeriggio.
Il Gruppo spontaneo ribadisce il proprio no alla chiusura dello sportello di Torricella e si dice contrario a far capo all’ufficio di Taverne, questo in particolare pensando agli anziani «che dovrebbero fare lunghe tratte senza mezzi pubblici e scarsi marciapiedi e dislivelli per andare alla posta». La manifestazione di oggi si svolgerà con qualsiasi tempo e si concluderà con una risoluzione firmata da tutti i presenti che sarà inviata alla Posta.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Sunday, 22-08-10 20:06
Ecco la ricetta per risanare la Cassa
La commissione dell’ente previdenziale dei dipendenti dello Stato ha approntato il piano di azione
BO.P


Raggiungere un grado di copertura del 100 per cento sull’arco di 40 anni è l’obiettivo. E lo si potrà raggiungere attraverso il passaggio dal primato delle prestazioni a quello dei contributi, con il congelamento dell’adeguamento al rincaro delle pensioni fino a che questo non raggiunga il 15 per cento e grazie al versamento da parte del Cantone del 55 per cento del deficit tecnico della cassa pensioni (più interessi) entro 40 anni.
Sono queste le principali novità introdotte con il piano di risanamento approvato ieri dalla Commissione della Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato (Cpds). Ne dà notizia la commissione stessa in un comunicato ai media. Nei prossimi mesi verranno formulati il messaggio e il disegno di legge che arriveranno sul tavolo del Consiglio di Stato. « L’entrata in vigore del piano di risanamento può essere ipotizzata al 1° gennaio 2012 », aggiunge l’amministratore della cassa Pierre Spocci , il quale si dice « soddisfatto di aver raggiunto il coronamento di un lavoro intenso durato due anni ».
Sulla base degli studi sviluppati dalla società Hewitt Associates di Neuchâtel e di alcuni rapporti del gruppo di lavoro istituito appositamente dalla commissione, è stato composto un piano d’azione che prevede un contributo al risanamento equamente distribuito tra il datore di lavoro, gli assicurati attivi e i beneficiari delle prestazioni della cassa.
In altre parole si è cercato un equilibrio di sacrifici tra il Cantone (ma pure enti esterni affiliati alla cassa), i lavoratori e i pensionati.
Il piano per i lavoratori...
Per sommi capi l’opera di risanamento prevede il cambiamento del piano assicurativo per i lavoratori con il passaggio dall’attuale primato delle prestazioni al primato dei contributi, il quale prevede una ridefinizione delle prestazioni. « Esse saranno comunque sostanzialmente sempre superiori a quanto previsto dal minimo Lpp (la Legge federale sulla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l’invalidità, ndr). Il nuovo piano sarà applicato a tutti gli assicurati attivi al momento del cambiamento ed ai nuovi assicurati », si legge nel comunicato della commissione.
Non sono poi previsti aumenti dei contributi a carico dei lavoratori, e nemmeno cambiamenti dell’età pensionabile. E se l’assicurato decidesse di smettere di lavorare prima dei 65 anni (per gli uomini) e 64 anni (per le donne) « anche nel nuovo piano è previsto il versamento del supplemento sostitutivo Avs/Ai », viene confermato nella nota.
È inoltre stata approntata una norma transitoria che garantisce l’aspettativa di rendita per i lavoratori che al momento del cambiamento hanno già compiuto i 50 anni. La commissione della Cpds propone infatti di garantire alle diverse scadenze di pensionamento e a partire dai 58 anni la pensione acquisita a quel momento « se superiore alla prestazione del nuovo piano in primato dei contributi ».
... per i pensionati...
Le pensioni già acquisite al momento del cambiamento del piano assicurativo saranno garantite. È però prevista la sospensione automatica dell’adeguamento delle rendite all’indice nazionale dei prezzi al consumo fino a che il rincaro complessivo raggiungerà il 15 per cento. Poi toccherà al comitato della cassa pensione definire eventuali modalità di adeguamento, « tenuto conto della situazione finanziaria della cassa », precisa la commissione. « Se il rincaro rimane sui valori di questi anni non ci dovrebbero essere problemi – aggiunge Spocci – . Si tratta comunque di cambiamenti non immediati, ci sono segnali e avvertimenti. Quindi qualora il rincaro dovesse diventare più importante si avrebbe il tempo di proporre degli interventi straordinari per limitarne gli effetti ».
Il gruppo di lavoro della commissione ha inoltre inserito nel piano di risanamento della cassa pensioni la possibilità – se verrà ritenuto necessario – di prelevare dei contributi supplementari per finanziare questa prestazione.
... e per le casse del Cantone
Il Cantone è il garante della Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato e per ottemperare a questo compito sarà chiamato a versare alla Cpds una quota equivalente al 55 per cento del disavanzo tecnico accertato al momento dell’introduzione del piano di risanamento.
Per rendersi conto dell’entità del contributo dalle casse cantonali, ipotizzando che l’entrata in vigore del piano fosse avvenuta al 31 dicembre 2009 – data cui fanno riferimento le ultime cifre – si tratterebbe del 55 per cento di circa 1,7 miliardi di franchi, ovvero attorno ai 935 milioni. Questo contributo contemplerà pure gli interessi del 3,5 per cento dell’ammontare residuo e verrà versato a rate, ogni anno per 40 anni.
Ma non è tutto, per il Cantone – come per gli altri datori di lavoro affiliati alla cassa – è previsto un aumento dei contributi che si attesterà al 2 per cento degli stipendi assicurati.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Thursday, 19-08-10 08:55
Nuove opposizioni ai centri commerciali
Agno, si delineano i contorni dei tre progetti avversati e contestati
A.R.


Fioccano le opposizioni alle tre domande di costruzione per altrettanti nuovi centri commerciali ad Agno. Dopo quella presentata dall’Associazione traffico ambiente (cfr. laRegioneTicino di venerdì 13 agosto), in Cancelleria comunale, oltre alle tremila firme della petizione, ne sono giunte altre tre da parte di diversi cittadini e società. Tutte mettono fra l’altro il dito nella piaga: l’aumento del traffico nel già tartassato Comune malcantonese.
Cominciamo dall’opposizione alla domanda di costruzione presentata dalla cooperativa Migros che prevede l’edificazione di un nuovo centro commerciale e la demolizione dell’Hotel La Perla, con tre piani fuori terra, per un volume di oltre 42mila metri cubi. Il costo dell’opera è stimato a quasi 12 milioni di franchi, mentre il supermercato avrebbe una superficie commerciale di 9mila metri quadrati e impiegherebbe 76 persone. L’opposizione solleva aspetti pianificatori (conformità di zona, rispetto della pianificazione di rango superiore). I ricorrenti contestano inoltre l’urbanizzazione del fondo, con particolare riferimento al fatto che la rete viaria comunale e cantonale è inadeguata e gli aspetti ambientali. Perciò chiedono di valutare gli aspetti viari e ambientali, tenendo conto di tutte le tre domande di costruzione. Ai ricorrenti non piacciono anche alcuni aspetti edilizi di dettaglio, le lacune della domanda per la demolizione dell’Hotel La Perla e la mancanza di un piano di cantiere (sia per la nuova costruzione, sia per la demolizione Hotel la Perla). Il progetto sarebbe inoltre in contrasto con le attività dello scalo di Agno, la cui direzione ha pure presentato ricorso.
Una seconda opposizione è stata inoltrata contro la domanda preliminare per la costruzione di un nuovo centro commerciale ai mappali 1504 e 741 di Agno. I due terreni si trovano lungo la strada cantonale (via Lugano), di fronte al World Trade Center. Nella zona ci sono già altri tre centri commerciali: Coop, Migros e Aldi. La superficie utile lorda di progetto è di oltre 10mila metri quadrati. Nel volume del centro commerciale dovrebbero trovare spazio due supermercati, un’autorimessa sotterranea con 176 posti auto, 16 posteggi esterni, dei locali di servizio e un distributore di benzina con annesso un negozio. Come nella precedente opposizione, si rileva che la rete viaria comunale e cantonale è inadeguata. Sarebbe incapace di smaltire il traffico locale e di transito e, nello stesso tempo, quello indotto dal nuovo centro commerciale, da quelli esistenti e da altri due previsti dalle relative domande di costruzione. In questo caso l’opposizione mette in evidenza la mancanza del rapporto sull’impatto ambientale, il fatto che la strada privata di accesso al supermercato attraversa una zona agricola, (ciò che è illegale). Accesso che si dirama dalla rotonda situata sulla strada cantonale, all’incrocio con la Via Fausto Coppi, cioè la strada che porta all’aeroporto. Una soluzione, questa, che sarebbe in contrasto con l’articolo 52 delle norme di applicazione del Piano regolatore.
La terza opposizione riguarda la domanda preliminare di costruzione presentata per il mappale 1572 già edificato e incluso nella zona residenziale semi-intensiva disciplinata dall’articolo 39 delle norme di applicazione del Pr. Il progetto prevede la realizzazione di un edificio formato da un corpo centrale su due livelli e da un’ala laterale su un piano. Secondo i ricorrenti, che evocano anche in questo caso i problemi dell’impatto sulla viabilità locale, quanto indicato nella domanda preliminare si porrebbe in netto contrasto con il piano regolatore comunale di Agno.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Thursday, 19-08-10 08:54
Salario al merito, la parola al popolo
Il referendum contro la nuova legge stipendi: consegnate diecimila firme
A.MA.


Il segretario della Vpod Raoul Ghisletta lo ha definito un « buon » risultato. Diciamo che è più che buono. Considerato il momento in cui è stato lanciato il referendum, riuscire a racimolare le settemila firme necessarie quando in diversi sono in vacanza (e magari all’estero) era infatti tutt’altro che scontato. E ancor meno scontato era raggiungere quota « 10’524 ». Tante sono le sottoscrizioni raccolte contro la revisione della Legge stipendi – e dunque contro l’introduzione del salario al merito per gli impiegati del Cantone (la misura non riguarda i docenti) – varata in giugno dalla maggioranza del Gran Consiglio (i soli a opporsi i socialisti). Ieri a Bellinzona la consegna delle firme. Il comitato referendario ne ha consegnate alla Cancelleria dello Stato quasi diecimila: 9’997, per la precisione. Che sono, ha spiegato il sindacalista e deputato Ps, quelle « già vidimate » a livello comunale. Le altre 527 verranno trasmesse a Bellinzona dalle cancellerie comunali interessate.
Nessun dubbio sulla riuscita del referendum e il consistente numero di firme, ha aggiunto Ghisletta incontrando i giornalisti prima della consegna delle stesse, « è di buon auspicio per il prosieguo della campagna » in vista della votazione popolare, in programma per domenica 28 novembre. Nella conferenza indetta ieri dal comitato referendario (sindacati, associazioni, Ps e Partito comunista; Mps e Associazione per il servizio pubblico « hanno dato il loro sostegno » alla raccolta delle firme) sono stati ribaditi i motivi dell’opposizione alla Legge stipendi uscita di recente dal parlamento. Motivi riassunti in un comunicato distribuito alla stampa. « No ai bonus salariali »: secondo il nuovo articolo 7a, si osserva fra l’altro, « il governo potrà distribuire bonus annui (denominati “gratificazioni straordinarie”) senza alcun limite superiore, e questo contrariamente all’attuale 7a, la cui applicazione peraltro è sempre stata molto controversa e soggettiva ». No poi « agli aumenti salariali per gli alti funzionari » e « alla meritocrazia che favorisce gli alti dirigenti e i privilegiati ». Una meritocrazia che, se applicata, « alimenterà favoritismi e ingiustizie tra i dipendenti, che nuoceranno al clima di lavoro ». Il comitato referendario ricorda inoltre che « già oggi il Consiglio di Stato può incidere negativamente sugli stipendi dei dipendenti che non lavorano bene (si tratta di casi limitati) , sia tramite il blocco degli scatti annui, sia tramite riduzioni mirate del salario ». Blocco e riduzioni che sono previsti dal vigente « articolo 32 della Lord », la Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti.
Oltre 10’500 firme raccolte contro il salario al merito. « Diverse arrivano dal settore privato, dove si è constatato che il sistema che si vorrebbe ora introdurre nell’amministrazione cantonale non funziona – ha osservato Lorenzo Jelmini dell’Ocst –.
Ed è assurdo che per accrescere la motivazione dei dipendenti si voglia far leva unicamente sul salario. Ci sono altri elementi su cui porre l’accento per aumentarla ». All’incontro con i giornalisti ha partecipato anche il presidente e parlamentare del Ps. Manuele Bertoli ha sostenuto che « non siamo contrari a premiare chi lavora bene; non si può però ridurre la questione del merito all’aspetto salariale, lasciando per giunta al datore di lavoro il potere di definire una parte dello stipendio ». Come si legge nella nota stampa, il comitato referendario « si oppone ai nuovi meccanismi di progressione dei salari, che saranno non più definiti dalla legge (e quindi dal parlamento), ma unilateralmente dal Consiglio di Stato: già questa delega di competenze dal Legislativo all’Esecutivo è discutibile ». Per Michele Sussigan , alla testa del Comitato di coordinamento sindacale (Ccs), « il salario al merito nelle pubbliche amministrazioni crea burocrazia e apre le porte ad apprezzamenti soggettivi delle prestazioni dei collaboratori ».
Se la revisione della Legge stipendi verrà bocciata in votazione popolare, stessa sorte toccherà a quella della Lord: la richiesta formulata in giugno in Gran Consiglio dallo stesso Bertoli di disgiungere le due riforme era stata respinta (in aula si era andati con un solo decreto). « Qualora la Legge stipendi dovesse cadere sarà nostra premura far sì che la nuova Lord, su cui vi è stato in Gran Consiglio ampio consenso, venga riproposta, senza ovviamente quei punti che facevano riferimento alla normativa sugli stipendi », ha affermato ieri Bertoli.


pg r da a

pgr@sunrise.ch

 
Thursday, 19-08-10 08:53
La revisione fa pagare ai salariati la crisi
Sindacati e sinistra si oppongono alla riforma dell’assicurazione disoccupazione
SDP


Berna – Non peggiorare un’assicurazione valida. È questa la motivazione centrale che ha mosso i sindacati ad opporsi alla revisione della legge sull’assicurazione contro la disoccupazione (Ad). Secondo loro, tale riforma farebbe pagare di più ai salariati per ottenere minori prestazioni. Sarebbe quindi una riforma «assurda e sinonimo di puro smantellamento» a scapito dei disoccupati. Questi ed altri argomenti sono stati illustrati ieri, in vista della votazione popolare del 26 settembre, dal comitato che ha promosso il referendum e che è composto, oltre che dai sindacati (di sinistra e di ispirazione cristiana), anche dalla Società svizzera degli impiegati di commercio e dal Ps, dai Verdi, dal Partito cristiano-sociale, dal Partito evangelico e da diverse altre organizzazioni minori. «Ancora una volta, una maggioranza politica della Berna federale, che non ha mai avuto problemi ad accordare nuovi privilegi ai benestanti, vuole imporre uno smantellamento alla gente comune», ha affermato il consigliere nazionale socialista e presidente dell’Unione sindacale svizzera (Uss) Paul Rechsteiner. I sindacati non mettono in discussione la necessità di risanare l’assicurazione contro la disoccupazione, ma il modo in cui questo verrebbe fatto. Le cause della disoccupazione sono da ricercare nella società e nell’economia, e non presso i disoccupati. Per tale ragione i costi della disoccupazione dovrebbero essere sostenuti dall’insieme della società e dell’economia. E invece, l’assicurazione contro la disoccupazione non è finanziata come un’assicurazione sociale. I 620 milioni di risparmio ottenuti grazie ai tagli potrebbero essere «trovati senza problemi sottoponendo la totalità dei salari alti e molto alti alla contribuzione» , ha dichiarato Rechsteiner. «Per un’assicurazione sociale come l’Avs, va da sé che la totalità dei redditi alti e molto alti sia sottoposta a contribuzione, anche se le rendite versate non sono più elevate di quelle della maggioranza della popolazione». Non è possibile, ha proseguito il sindacalista, che a partire da 126 mila franchi di reddito annuo si paghi un contributo ridotto e da 315 mila in su non si debba pagare addirittura più nulla.
Il passaggio ad un sistema di finanziamento più giusto non è mai stato preso seriamente in considerazione dalla maggioranza parlamentare. E questo perché, secondo l’Uss, la Segreteria di Stato dell’economia avrebbe «fornito cifre sbagliate» . Con queste argomentazioni la sinistra e i sindacati sperano di ripetere il successo del 7 marzo, quando col 72,7% di voti contrari sono riusciti a fermare la revisione della Legge sulla previdenza professionale.


 
Cerca
Unia Regione
sev logo gross 09

TreniniKnopf 09