| |
|
Messaggio di solidarietàInserite solamente messaggi di solidarietà!
Forum e discussioni: http://www.giulemani.forumattivo.com/
Cari internauti, vi informiamo che il nostro sito è destinato alla ricezione di messaggi di solidarietà e non allo scambio di commenti - considerazioni che possono avvenire sul forum Messaggi
|
PGR@SUNRISE.CH
|
Tuesday, 16-03-10 21:18
...Quel che il toyotismo non è mai stato
di Michel Freyssenet e Koichi Shimizu*
Meno di due anni or sono, l'accesso di Toyota al primo posto tra i costruttori mondiali di automobili ha dato luogo a una gara di lodi sul suo famoso sistema di produzione. L'attuale massiccio richiamo di veicoli a seguito dell'individuazione di alcuni difetti sembra avere l'effetto contrario. Il venerato Dio della riuscita industriale non era dunque infallibile oppure è venuto meno ai suoi principi fondamentali?
Le inchieste e i lavori di ricerca sul sistema nella sua esistenza concreta, sia nelle fabbriche giapponesi dell'azienda che nei suoi impianti negli Stati Uniti, in Europa, in Cina ecc., non hanno peraltro smesso di mostrarne da due decenni i limiti e le trasformazioni. Ma ciò non ha per nulla servito a temperare l'infatuazione fino ad oggi.
Malgrado le dimensioni del numero di veicoli richiamate ed eventuali procedimenti giudiziari per incidenti, quel che sta succedendo a Toyota non è nuovo e in definitiva relativamente banale. Toyota ha sufficienti riserve finanziarie, fama e competenze interne per riprendersi. Quel che invece non è solo aneddotico è la rivelazione, agli occhi di molti, della discrepanza tra l'immagine di eccellenza in tutti i campi che essi si erano formata e una realtà che ora appare molto più ordinaria. La sorpresa e l'emozione corrispondono alla grandezza dei miti veicolati e si aggiungono alle disillusioni attuali su come va il mondo. Accanto alle turpitudini finanziarie, si pensava vi fossero almeno ancora delle aziende industriali serie. Ma ecco che anche loro barano!
Bisogna dire che questo racconto fiabesco era bello. Raccontato e teorizzato da ricercatori del MIT nel 1990 nel loro bestseller mondiale "The Machine that Changed the World", il sistema di produzione di Toyota, ribattezzato "lean production" dopo alcune confusioni ed amalgama, era una macchina meravigliosa che risolveva sia la crisi del lavoro che quella della produttività degli anni 70. Salariati con posto di lavoro e carriera garantiti si liberavano dal lavoro parcellizzato immaginando collettivamente, nella loro equipe di lavoro, sistemi ingegnosi e soluzioni per i problemi multipli che perturbano generalmente la regolarità e la qualità della produzione, per ovviare ai frequenti sprechi di tempo e di materiale che aumentano i costi e alle rigidità che impediscono di rispondere nel tempo voluto a una domanda sempre più variabile, variata ed esigente.
Tutti sembravano guadagnarci. In molti vennero sedotti da questo metodo da un capo all'altro della scacchiera politica e intellettuale, com'era successo per il fordismo nel periodo tra le due guerre.
In realtà il toyotismo era ben altra cosa. Bisogna parlarne al passato, poiché Toyota ha dovuto abbandonare l'essenziale del suo sistema, anche se certi dispositivi perdurano adibiti ad altre funzioni. Da allora Toyota non è riuscita a superare i limiti e a ricostruire una nuova coerenza strategica, organizzativa e sociale, in altre parole a reinventare un nuovo toyotismo. In questo risiede la crisi di Toyota, ben più seria ed antica dell'attuale richiamo di veicoli, che non ne è che un sintomo.
Il sistema di produzione di Toyota era un sistema che permetteva di porre in atto una strategia di profitto basata sulla riduzione permanente dei costi a volume costante. Questa strategia si è affermata in numerose imprese negli anni 50 in Giappone, quando la distribuzione del reddito nazionale non permetteva ancora un decollo della domanda interna. L'originalità di Toyota, e fu il solo costruttore giapponese a farlo, fu di conservare questa strategia anche dopo che nei decenni seguenti il mercato dell'automobile e le esportazioni conobbero un notevole incremento. Le piccole economie su grande scala avvennero a complemento e non in sostituzione alla riduzione prioritaria dei costi. Una strategia povera dunque, ma che a determinate condizioni interne ed esterne può rendere molto. Le condizioni interne sono di limitare i rischi in termini di capacità, di prodotti, di macchine e di finanziamento che possono rovinare gli sforzi fatti. Le condizioni esterne sono molto più incontrollabili: variazione della domanda in quantità e diversità troppo alte, fluttuazione eccessivamente brutale dei tassi di cambio e di interesse, capovolgimento inaspettato dei rapporti di forza con i salariati. Questi sono i limiti della suddetta strategia.
Per metterla in atto, Toyota ha costruito progressivamente, durante il corso degli anni '50 e '60, un "compromesso sociale" con i salariati e i fornitori: garanzia di impiego per gli uni e di ordinazioni per gli altri, con riserva di applicare di giorno in giorno i metodi messi a punto per la riduzione dei costi.
All'interno, questa riduzione non è mai stata ottenuta grazie all'iniziativa volontaria e alla mobilitazione miracolosa dell'intelligenza dei salariati, ma con un sistema costrittivo che faceva dipendere il livello del salario mensile, il posto, l'impiego e la carriera dalla realizzazione degli obiettivi di riduzione dei "tempi standard", vale a dire dei tempi inizialmente stabiliti per effettuare compiti e operazioni, fissati dalla direzione per ogni équipe di lavoro. Le numerose innovazioni tecniche ed organizzative introdotte dagli ingegneri, avevano tutte lo scopo di aiutare ed obbligare i salariati che riuscivano a sopportare la pressione (gli altri venivano trasferiti) a raggiungere gli obiettivi. Il sistema Toyota non era neppure un sistema di produzione "guidato dalla domanda", capace di adattarsi alle minime variazioni di essa in termini di quantità, qualità e diversità; ma, al contrario, una produzione e una distribuzione pianificate adattabili soltanto al margine (5%), per non arrischiare di avere costose sovraccapacità.
Anche le relazioni con i fornitori non sono mai state un partenariato che avvantaggiava entrambi i contraenti, così come è stato idealizzato dai manuali di gestione, ma un obbligo di raggiungere gli obiettivi di riduzione dei costi applicando i metodi Toyota con l'aiuto e il controllo degli ingegneri di Toyota da una parte, e la permanente messa in concorrenza di almeno due fornitori per un medesimo pezzo dall'altra.
Questo sistema h costituito il successo di Toyota durante più di trent'anni, fino al giorno in cui è imploso nello stesso Giappone, nel 1990. Cercando di rispondere a un aumento brutale della domanda di automobili, a seguito ad una di quelle bolle speculative di cui il capitalismo liberalizzato detiene il segreto, Toyota non riuscì a trovare la manodopera necessaria e si trovò confrontata a un rifiuto dei salariati di aumentare il numero di ore supplementari.
Per rendere più attrattivo e sopportabile il lavoro nei suoi stabilimenti, Toyota dovette rivedere profondamente il suo sistema, al punto di cambiarne non la finalità, la riduzione dei costi, ma le modalità. Proprio in questa rubrica del giornale "Le Monde", nel 1997 ponevamo la questione: "Toyota abbandona il toyotismo?". La risposta era affermativa ed enumeravamo le trasformazioni radicali introdotte, completate in seguito da altre: fissazione del livello del salario e del bonus non più in funzione della realizzazione dell'obiettivo di riduzione dei tempi fissati per ogni équipe, ma in funzione dei guadagni di produttività degli stabilimenti, del livello di qualificazione dei salariati e della loro anzianità; interruzione del flusso continuo con l'introduzione di stock tampone; soppressione delle ore supplementari oltre le otto ore di lavoro legali, soppressione delle equipe di lavoro e dei capi-équipe sostituiti con degli "esperti", allungamento dei tempi di formazione, ecc.
I nuovi stabilimenti creati all'estero negli anni '90 e 2000 dovettero trovare la loro strada tra un sistema Toyota che stava cambiando profondamente in Giappone,con indicazioni a volte contraddittorie, e le costrizioni e specificità locali del mercato del lavoro, della regolamentazione sociale e delle relazioni sindacali. I risultati furono molto meno brillanti di quelli ottenuti prima del '90.
Lo scoppio della bolla immobiliare del '90, i crediti poco sicuri delle banche e i deficit pubblici gettarono il Giappone in un lungo marasma economico, dal quale fatica ancora ad uscire. L'obbligo fatto ai costruttori giapponesi di produrre e di rifornirsi localmente hanno bloccato la crescita delle esportazioni di Toyota. È poi riapparsa la disoccupazione. La domanda nazionale è diventata più incerta senza peraltro aumentare. Le fluttuazioni più frequenti dei tassi di cambio hanno ostacolato gli sforzi quotidiani per ridurre i costi. Per farvi fronte, Toyota ha introdotto il lavoro interinale che ha raggiunto un terzo della manodopera diretta. Il compromesso d'impresa e la coesione sociale della ditta sono andate in frantumi..
Sono apparse le prime difficoltà: prezzi meno concorrenziali, abbassamento della qualità e numerosi richiami a partire dal 2003. Toyota è poi ritornata su alcune decisioni antecedenti: il numero dei lavoratori interinali è stato fortemente ridotto, le équipe di lavoro sono state ricostituite e ricreati i capi-équipe. Non solo queste misure non sono state sufficienti, ma i problemi si sono ingranditi, generati e allo stesso tempo mascherati dai "successi" di Toyota. Il venir meno di alcuni dei suoi concorrenti locali al momento della crisi asiatica ha fatto guadagnare a Toyota quote di mercato in Giappone. Le esportazioni sono riprese e, soprattutto, la produzione all'estero è aumentata molto rapidamente, essenzialmente a causa della bolla internet negli Stati Uniti, poi con il crollo dei costruttori americani. Tra il 1998 e il 2007 la produzione mondiale di Toyota è più che raddoppiata, passando da 4,6 a 9,5 milioni. Ê aumentata in dieci anni tanto quanto nei primi cinquant'anni di esistenza. E ha perso ogni prudenza. Nuove capacità di produzione sono state create in tutta fretta, la gamma dei prodotti diversificata ancora di più e la rete dei fornitori mondializzata. Nello stesso tempo, Toyota subiva la concorrenza dei costruttori che si istallavano o obbligavano i loro fornitori ad installarsi nei paesi a basso costo, cosa che Toyota ha fatto poco.
Se Toyota si è mostrata in grado di non cedere alla pressione finanziaria per applicare i precetti di un capitalismo deregolato, si comunque lanciata in tutta fretta verso la produzione massiccia di 4x4 inquinanti e arroganti per i "nuovi ricchi", realtà mascherata grazie al successo del suo veicolo ibrido Prius, il cui bilancio energetico è peraltro modesto. E, alla stessa stregua dei costruttori americani, è ricorsa alla vendita a credito verso economie domestiche non solvibili. L'inversione brutale della domanda con l'arrivo della crisi e il rincaro altrettanto brutale dello yen l'hanno di conseguenza colpita in pieno, e le hanno causato le prime perdite.
A causa della crisi del lavoro degli anni '90 e di una crescita troppo rapida negli anni 2000, Toyota non è riuscita a costruire un nuovo compromesso di solida gestione d'impresa attorno ai mezzi di concezione, di produzione e di distribuzione, che fossero efficaci e accettabili dai suoi contraenti nelle condizioni del mondo attuale e nei numerosi paesi in cui si è inserita. Ritornare ai suoi fondamenti sarebbe illusorio. Le condizioni macroeconomiche e di società per far questo non esistono più. Non le resta che riuscire a inventare un nuovo toyotismo.
* Michel Freyssenet è sociologo, direttore di ricerca al CNRS e membro del GERPISA (Groupe d'études et de recherches permanent sur l'industrie et les salariés de l'automobile).
Shimizu Koichi è decano della facoltà di economia dell'Università di Okayama e membro del GERPISA.
Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano Le Monde il 16 febbraio 2010.
La traduzione in italiano, effettuata sulla versione integrale del testo, è stata curata dalla redazione di Solidarietà.
Solidarietà - Anno 11 - N° 5 - 11 marzo 2010
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 20:34
Il ticinese della settimana
Gianni Frizzo
La forza tranquilla. L’uomo
riservato che si è
trovato in prima linea.
Il difensore dei diritti dei più
deboli diventato leader. Gianni
Frizzo, volto e voce del già
leggendario sciopero alle Officine
FFS di Bellinzona, che
in questi giorni compie due
anni, più semplicemente si
definisce «uno che ha sempre
creduto nella solidarietà». A
fine febbraio è stato nominato
presidente della neo costituita
«Giù le mani dalle Officine
», l’associazione che vuole
far tesoro dei 33 giorni di sciopero
nella Pittureria e promuovere
pratiche e riflessioni
per una società solidale.
«Abbiamo voluto una struttura
trasversale e trasparente, le
riunioni di comitato saranno
a porte aperte», precisa Frizzo.
A lui trasparenza e schiettezza
non fanno difetto. Condite da
una bella determinazione. «I
politici non devono dimenticare
che il mondo gira grazie a
uomini e donne e alla loro
perseveranza», dichiarò ai
tempi dello sciopero. E ora
non c’è più ombra di dubbio
su chi ha ragione.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 14:05
per chi era in pittureria il 6 di marzo gianni parlo anche della trasparenza!
Incontro democratico sfacciato e osceno
di Aldo Bertagni
Un primo obiettivo, forse addirittura non voluto, l’hanno raggiunto: tutti ne parlano e, a giudicare dalle lettere ai giornali, non solo gli “addetti ai lavori”. Eppure non c’è apparentemente niente di originale nel mettere assieme un gruppo di intellettuali e politici per riflettere sui valori, i progetti e i metodi della democrazia. Gli esempi, da sempre anche in Ticino (e per fortuna!) si sprecano. Come mai dunque oggi l’associazione “Incontro democratico” ha così destabilizzato la casa dei partiti? Per la sfacciata e oscena trasparenza.
Sfacciata perché gli “incontri” fra dirigenti di diversi partiti ci sono eccome, regolarmente. Fatti e voluti per decidere questo o quello, per promuovere o conservare. È la voce meno eclatante della democrazia.
Oscena, perché infrange il pudore ottocentesco dei paletti ideologici; delle bandiere e degli inni di partito. Perché anche gli atti “osceni” si fanno, ma non si dicono. Non si dicono, perché non si possono sdoganare. Non possono acquistare un’identità riconosciuta.
È un po’ come capitava una volta coi figli generati fuori dai matrimoni condannati a non avere il cognome del padre naturale.
L’oscenità d’Incontro democratico sta nel fatto che i promotori oggi ritengono opportuno discutere alla luce del sole, in perfetta indipendenza e onestà individuale, progetti e idee solitamente affrontati nelle stanze dei partiti. Che non vuol dire certo rinnegare la propria casa di appartenenza, ma casomai tentare esperienze “esterne” per arricchire il proprio sempre più stretto nido. Dare dignità, identità, a spazi politico-culturali extrapartitici significa in realtà salvare i partiti storici da un declino inesorabile, come testimonia la sempre citata disaffezione dei cittadini non solo dalle bandiere, ma anche dalla politica. Chi oggi teme Incontro democratico non guarda la luna ma il dito che la indica perché è più attento ai pregiudizi ideologici imposti dal passato, che non al racconto sociale del presente e, ancor più, del futuro prossimo. Il racconto descritto da una società che, anche in Ticino, è mutata non poco.
Fatta la premessa, è interessante notare un secondo aspetto. Chi ragiona col pallottoliere elettorale in mano ha già tracciato disegni, congiure e congiunture di ogni tipo per dire che, va bene tutto, ma quelli lì (i radicali e i socialisti) stanno già preparando l’elezione in Consiglio di Stato di tizio e caio. Come se alla fine mandare in governo questo o quello fosse soltanto una partita a scopa. Chi gioca bene gli assi vince. Magari la politica si limitasse soltanto ai tatticismi più o meno raffinati... Magari perché non sarebbe così complessa qual è. In realtà spesso e volentieri i cittadini, gli elettori, fanno saltare il tavolo delle carte perché il loro sentire è distante mille miglia dagli abili giocatori.
Intendiamoci, qui come altrove la tattica serve quanto la strategia, ma quando la prima è fine a se stessa non porta lontano. Magari si amministra, ma non si governa (nel senso vero del termine) un Paese. Il nostro Cantone da anni ne è un esempio: le opposizioni incrociate bloccano tutto e pochi hanno il coraggio di guardare oltre la prossima scadenza elettorale. A cosa serve, in questi casi, delimitare gli orti?
Noi non sappiamo come finirà, cosa produrrà questa neoassociazione. E forse non lo sanno manco i promotori, perché non si pongono obiettivi strategici. Quello che sappiamo, però, è che il solo fatto di esistere ci dà speranza per un dibattito, un metodo, un approccio finalmente diversi. In sintonia con chi ama la politica, quella che non ha bisogno di teatrini televisivi per bucare lo schermo. Se poi questo nuovo vento sarà in grado di arieggiare le stanze dei partiti, ci guadagneremo tutti.
p.s.- Degni di nota i commenti acidi pubblicati sull’ultimo numero di ‘Popolo e Libertà’, organo ufficiale del Ppd. Quasi una scomunica preventiva. Perché tanto agitarsi se si vanta una granitica compattezza?
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 14:02
Moderato ottimismo per Mikron
Bienne – Mikron è sprofondato sempre più nelle cifre rosse nel 2009: il gruppo biennese specializzato nella fabbricazione di sistemi di lavorazione e assemblaggio ha registrato lo scorso anno una perdita netta di 32,8 milioni di franchi, contro un risultato negativo di 13,4 milioni nel 2008. Lo ha indicato ieri l’impresa, che è presente anche in Ticino con uno stabilimento ad Agno.
Per l’esercizio corrente, che sarà «presumibil- mente un anno difficile», il gruppo prevede una ripresa economica moderata, di cui pensa di poter beneficiare a partire dal secondo semestre. Mikron si attende un leggero miglioramento delle vendite e stima che il risultato operativo sarà «nettamente più vicino al pareggio».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 14:01
Apprendista non nel settore edile: un’occasione mancata
di Paolo Ortelli, direttore Centro di formazione professionale Ssic-Ti
Con la recente apertura della rassegna dei mestieri Espoprofessioni 2010, rassegna biennale dedicata alla presentazione delle possibilità formative per i giovani che dopo la scuola dell’obbligo si orientano verso una scelta di tipo professionale, si entra di fatto per il nostro cantone, nel cuore della campagna 2010 per la ricerca di posti di tirocinio.
Un momento importante che vede coinvolti oltre ai giovani, le famiglie che ansiosamente sono alla ricerca di soluzioni adatte e praticabili per i loro figli. Un momento in cui tutto il sistema formativo in ambito professionale colma, gestisce ed indirizza, le scelte strategiche di formazione dei nostri giovani. Una fase delicata rispetto a cui è fondamentale e doveroso porsi in modo critico rispetto ad una tendenza in atto da anni che caratterizza il sistema lavoro.
So che non mi farò particolari amici, ma è forse giunto il momento di dire basta alla spinta verso formazioni nel settore terziario. Da anni ormai la formazione professionale vive una sorta di spostamento in questo ambito rafforzata da scelte di genere che coinvolgono buona parte dell’emisfero giovanile femminile. È questione di cultura direte voi, certo, ma gli sforzi adottati dal sistema per cambiare questa tendenza non sembrano essere molti e soprattutto paganti. Se a questi dati poi, si aggiunge l’ormai scarsissima considerazione che gli ambienti scolastici, dell’orientamento con operatori sul campo troppo spesso permeati da realtà individuali di tipo scolastico e delle famiglie, che viene riservato alla formazione del secondario, ed in particolare a quelle del settore edile ed artigianale, ecco che la frittata è fatta.
Perché per esempio i ticinesi sembrano snobbare scelte professionali nel settore edile? Come comprendere che in un periodo di evidente incertezza generale un contesto come quello edile che rappresenta la storia e la Cultura del nostro paese e che continua a creare posti di lavoro con importanti possibilità di carriera, viene snobbato?
È su questa domanda che sarebbe bello vedere la nostra politica e la nostra scuola interrogarsi per una volta in profondità. E la riflessione sembra ormai non più procrastinabile anche alla luce di modelli lavorativi sempre più deliranti ed effimeri che vedono nel distacco sempre più marcato dalla realtà un elemento distintivo.
Da più parti sentiamo raccontarci l’importanza addirittura strategica per il nostro paese della formazione duale (apprendistato in impresa) e poi dall’altro, da anni, sono in atto tendenze schizofreniche nel proporre la proliferazione di offerte formative a tempo pieno, camuffate da apprendistato, che oltre a generare costi unitari ingentissimi per alunno, non fanno altro che negare lo sforzo, l’intensità e diciamolo pure, la fatica che con orgoglio contraddistingue una scelta di apprendistato tradizionale. Alla luce di tutto questo è forse tempo di ricordare come un apprendistato, non solo sia una cosa molto seria, ma come lo stesso implichi un’accelerazione del senso di responsabilità individuale dei nostri giovani assolutamente praticamente inesistente in soluzioni formative a tempo pieno. Elemento questo determinante ed indispensabile per una crescita profonda dei nostri giovani.
Scegliere un apprendistato tradizionale è difficile quanto fondamentale per chi decide, al termine della scuola dell’obbligo, di confrontarsi con una formazione professionale. Un datore di lavoro, dei colleghi di ogni età in ruoli, mansioni e funzioni diverse; un luogo di formazione, La scuola professionale, per acquisire una volta alla settimana nozioni di tipo teorico e, come se non bastasse, un terzo luogo di formazione: un centro di formazione professionale in cui svolgere i corsi pratici professionali (interaziendali) in cui calarsi nuovamente in una sorta di realtà intermedia tra i ritmi della quotidiana attività lavorativa e la crescita delle conoscenze professionali.
Un esempio su tutti l’apprendistato di Muratore. La sua durata è di tre anni per un totale di ca. 648 giornate lavorative, 135 a scuola, 67 con corsi pratici assistiti e 446 di lavoro in impresa. Spostamenti medi stimati in ca. 40’000 km che corrispondono ad un tempo indicativo di spostamento di ca. un’ottantina di giornate. A questi dati vanno aggiunti ca. 40 giorni di studio individuale e di preparazione agli esami. Il tutto per un’attività lavorativa distribuita mediamente su una trentina di cantieri in cui ci si è trovati a confronto con centinaia di lavoratori diversi.
Sono questi numeri che significano apprendistato e che raccontano di giovani che crescono con la realtà lavorativa e nella stessa. Realtà concreta che se anche talvolta cruda, resta estremamente significante ed indispensabile allo sviluppo di personalità forti e solide.
Al confronto, ed è ora che lo si dica ad alta voce, la scelta di una scolarizzazione a tempo pieno risulta perfino banale e decisamente priva di rischi. Soprattutto per la praticamente inesistente possibilità data a giovani di confrontarsi in tempo utile con la vita lavorativa e le responsabilità che la stessa esige da ogni lavoratore.
Realizzare un manufatto con le proprie mani, confrontarsi giornalmente con attività diverse, spesso all’aria aperta, in cui la relazione lavorativa si gioca sul fare e fare bene. Una prestazione di lavoro inserita in un contesto di relazione complesso ed importante.
Lavorare in squadra, lavorare sapendo che il risultato, l’esito del proprio sforzo, si materializzerà in una costruzione che resterà nel tempo, quasi a voler ricordare a tutti in modo evidente il proprio sforzo creativo ed operativo, sono elementi e valori determinanti che troppo facilmente o forse solo per pigrizia di un sistema comunicativo orientato alla volatilità della prestazione, non siamo più in grado di sottolineare e ricordare ai nostri giovani, alle loro famiglie ed in modo ancor più grave ai nostri insegnanti.
È tempo di ricordare a tutti noi e ricordare ai nostri giovani come il lavoro sia in esso un valore, e come è attraverso lo stesso che, i giovani prima e gli uomini poi, trovano la possibilità di crescere ed attestarsi nel mondo solidamente, sicuri di un senso intuito e di un posto trovato per sempre nel Mondo.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 13:59
La banca perde, i manager ci guadagnano
Il compenso del vertice di Ubs è salito a 68 milioni contro i 9 dello scorso anno
Zurigo – Malgrado una perdita di 2,74 miliardi di franchi, Ubs ha alzato nettamente le retribuzioni del top management. Nel suo insieme la direzione generale ha ricevuto lo scorso anno 68,7 milioni di franchi, contro 9,1 milioni nel 2008. La somma più elevata, di 13,2 milioni, è andata a uno dei due direttori dell’Investment banking, Carsten Kengeter. Lo rivela il rapporto di gestione pubblicato ieri, precisando che la maggior parte dell’ammontare è versata sotto forma di azioni, bloccate per 3-5 anni.
Con 3 milioni di franchi a titolo di rimunerazione fissa, il presidente della direzione della grande banca, Oswald Grübel, non è quindi il più pagato in assoluto. Grübel ha peraltro rinunciato alla componente variabile del suo salario per il 2009. Secondo la relazione annuale, gli altri membri della direzione e altri top manager hanno ottenuto un bonus e titoli azionari.
Tuttavia dato che Grübel si è privato del programma di distribuzione dei bonus del suo ex datore di lavoro Credit Suisse, Ubs gli ha proposto in contropartita 4 milioni di opzioni su azioni, il cui valore di mercato al momento della consegna il 26 febbraio 2009 era pari a 13,1 milioni di franchi.
L’ex Ceo Marcel Rohner, uscito dalla banca a fine febbraio dell’anno passato, per il periodo di disdetta di dodici mesi ha ricevuto il salario di 1,5 milioni di franchi, cui si sono aggiunti 1,2 milioni della cassa pensione. Complessivamente ai membri della direzione che hanno lasciato Ubs lo scorso anno sono stati versati 39 milioni di franchi, in base a clausole contrattuali.
Il presidente del consiglio di amministrazione di Ubs, Kaspar Villiger, ha ricevuto 676’571 franchi. L’ex consigliere federale era stato eletto alla presidenza nell'aprile scorso. Il suo predecessore, Peter Kurer, ha intascato dalla banca per i mesi ancora in carica nel 2009 794 mila franchi, cui si sono aggiunti un milione a titolo di consulenza e 3,3 milioni per la cassa pensione.
Per una volta i principali partiti politici svizzeri sono unanimi: l’ammontare dei salari versati ai vertici di Ubs resi noti ieri sono eccessivi. Tale situazione – che cade in concomitanza con le discussioni alle Camere federali sull’iniziativa popolare contro le retribuzioni abusive dei manager – rende per i partiti ancora più urgente regolamentare questo settore.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 16-03-10 12:50
‘Aggiramento di Bellinzona, così non va’
Alptransit: scettico sulla Camorino-Sementina rasoterra, il Gruppo Piano di Magadino propone due alternative
Così come concepita, con una linea di transito rasoterra e priva di ‘stazione Ticino’, la prevista circonvallazione ferroviaria di Bellinzona sarebbe uno sfregio per la porzione est del Piano di Magadino compresa fra Camorino e Sementina; avrebbe senso soltanto se completata dalla ‘stazione Ticino’ e se transitasse su un viadotto; in alternativa si valuti l’ipotesi di realizzare una circonvallazione in galleria a est della città. A lanciare questa riflessioneproposta sul progetto di aggiramento – inserito ormai da tempo nel Piano settoriale della Confederazione e per il cui finanziamento il Consiglio federale dovrebbe pronunciarsi quest’anno – sono cinque architetti del Gruppo Piano di Magadino Bellinzona-Locarno. Peter Brack, Loris Dellea, Biagio Lepori, Renato Magginetti e Orlando Pampuri prendono spunto dalla rivista ‘Archi’. Dal bimensile delle sezioni ticinesi di Sia e Otia (vedi “Il nodo di Camorino”, Thomas Bühler, n° 4/2009 pag. 64) hanno infatti appreso che nel nodo ferroviario Alptransit di Camorino “la linea principale da e per Bellinzona e il collegamento Lugano-Locarno saranno realizzati in ampia misura su viadotto, così da mantenere aperte le possibilità di sviluppo planovolumetrico, di destinazioni d’uso, di relazioni di viabilità e visive”. Per contro – prosegue ‘Archi’ – la ‘direttissima’ intesa come proseguimento della linea veloce a nord della galleria di base del Ceneri – in direzione di Sementina e del tunnel verso Gnosca – avrà “un tracciato a raso e, destinata ad attraversare il fiume Ticino così come il Piano di Magadino, sarà realizzata in un secondo tempo”.
Gallerie e chilometri: cosa cambierebbe
Col tunnel a est di Bellinzona il tracciato si allungherebbe di 2 chilometri. La galleria del Ceneri si allungherebbe di 8,5 km e quella della Riviera di 5; per contro si eliminerebbe quella di Sementina-Gnosca lunga 7,5 km. Il tracciato in galleria aumenterebbe di 6 km, ma il numero di gallerie si ridurrebbe da tre a due. Le parti di tracciato fuori terra si ridurrebbero di 4 km e gli attraversamenti di valle con tracciato fuori terra da due a uno, con una drastica riduzione dell’inquinamento fonico sui versanti coinvolti da questi attraversamenti. L’impatto fonico relativo all’attraversamento su viadotto della Moesa, tra Castione e Lumino, sarebbe minore grazie alla particolare conformazione orografica della valle in quel punto.
Il viadotto o la circonvallazione in tunnel a est
La linea veloce a nord della galleria di base del Ceneri – evidenzia il gruppo di architetti – sarebbe destinata ad attraversare il Fiume Ticino e il Piano di Magadino con un tracciato rasoterra fino oltre il suo sottopassaggio alla linea ferroviaria Bellinzona-Locarno, «per poi rialzarsi lentamente su rilevato e arrivare infine a superare a malapena la diga insommergibile del fiume». Secondo loro questo intervento avrebbe quattro «deva- stanti» conseguenze.
Anzitutto, «un problematico proseguimento a bassa quota anche a Sementina con un grave impatto su questa parte di territorio»; in secondo luogo creerebbe «un’interruzione di tutte le strade del Piano, eccetto le ultime due strade agricole in prossimità del fiume»; terzo, «la creazione di enormi sacche di territorio confinato tra la barriera già esistente dell’autostrada e il nuovo sbarramento sul Piano di Magadino che verrebbe creato con l’attuale progetto della linea veloce a raso. Tutta questa area ha una larghezza media di 600 metri e si estende dal rilevato autostradale di Comelina (Portale nord della galleria di base del Ceneri) fino al Fiume Ticino per una lunghezza di 2’000 metri»; infine, «la linea ferroviaria veloce rasoterra e l’autostrada creerebbero un unico sbarramento sul Piano di Magadino con 120 ettari di terreni, residui e di difficile accesso».
Un attraversamento dunque inaccettabile «perché comporterebbe una profonda cesura, un’interruzione totale della continuità dello spazio fisico di questa parte di territorio con la conseguente disgiunzione della città di Bellinzona dal Piano e dal Lago Maggiore».
Non è tutto: un’ulteriore conseguenza sarebbe la preclusione dell’estensione del Parco del Piano di Magadino fino a Biasca: «Quello del ‘Parco del Fiume Ticino’, come lo chiamiamo noi, è uno dei progetti principali che possono e devono strutturare un nuovo disegno del Piano di Magadino e del fondovalle della Riviera».
Le varianti ipotizzate
Tuttavia – evidenzia il gruppo di architetti – l’aggiramento degli abitati da Camorino a Castione, Bellinzona compresa, «è indispensabile e urgente per salvaguardare la qualità di vita in tutta quest’area urbana e richiede una soluzione rispettosa di tutto il territorio coinvolto, un progetto capace di valorizzare i contesti nei quali si iscrive».
Escluso quindi l’attraversamento a raso terra del Piano, per la ‘direttissima’ rimangono a loro avviso solo due varianti di tracciato possibili. La prima variante – spiegano – è attraversare completamente il Piano (in direzione del tunnel fra Sementina e Gnosca) su un viadotto che scavalca tutte le infrastrutture (come già previsto nei primi progetti); una struttura che s’inserisce nel Piano rispettando le trame geometriche tracciate dalla Bonifica. «A Camorino, questa linea entrerebbe in galleria con un suo portale in quota per poi riunirsi al tracciato attualmente in corso d’opera. Il raccordo alla linea da e per Bellinzona e Locarno avverrebbe quindi nella galleria di base del Ceneri (attualmente in costruzione), ciò che comporterebbe l’uso del portale in costruzione solo per le linee regionali».
Il progetto di questo tracciato è nato dalla chiara esigenza espressa dal Cantone di non fungere da semplice corridoio di transito ferroviario, ma di garantirsi almeno una fermata in Ticino – la cosiddetta ‘stazione Ticino’ – per i treni internazionali fra Zurigo e Milano. «Que- sto tracciato ha quindi senso unicamente se esistono le premesse concrete per la realizzazione della ‘stazione Ticino’ sul Piano di Magadino; in caso contrario questo intervento sul Piano risulterebbe inutile e solo ingombrante in questo pregiato comprensorio territoriale».
La seconda variante proposta: aggirare Bellinzona a est prolungando la galleria del Ceneri fino oltre Arbedo, per poi attraversare la Moesa su viadotto tra Castione e Lumino, rientrare immediatamente in galleria e continuare fino a Biasca. «L’esi- stente stazione di Bellinzona, con un suo raccordo in galleria alla linea ferroviaria veloce che l’aggira ad est, diventerebbe una delle stazioni viaggiatori di Alptransit». A mente degli architetti, «questa variante ha il vantaggio di evitare due attraversamenti del Fiume Ticino, uno sul Piano di Magadino e l’altro in Riviera».
‘Inutili lacerazioni’
Percorrere per il lungo il Cantone Ticino con l’autostrada – rilevano infine Peter Brack, Loris Dellea, Biagio Lepori, Renato Magginetti e Orlando Pampuri – «ci ha insegnato quanto questo territorio sia sensibile all’introduzione di tali infrastrutture di interesse internazionale». Di fatto questo grande progetto del secolo scorso «ha inferto al nostro territorio non poche inutili ed evitabili lacerazioni, ma ha anche mostrato come una più attenta e sensibile progettazione può, oltre a soddisfare le esigenze funzionali dell’infrastruttura, salvaguardare e valorizzare le qualità delle preesistenze a livello locale».
Loro ne sono convinti: per aggirare con la nuova linea ferroviaria veloce Bellinzona, ovvero una strettoia orografica già chiusa dalla città e dalla sua murata, non è necessaria la costruzione di un secondo sbarramento verso il Piano di Magadino.
In conclusione, «riteniamo indispensabile operare subito una scelta che tolga al più presto dall’abitato di Arbedo, Bellinzona e Giubiasco il previsto intenso traffico ferroviario indotto da Alptransit e che impedisca il prospettato scempio del tracciato a raso terra sul Piano di Magadino tra Sant’Antonino, Camorino, Giubiasco e Sementina».
Il quartiere Nosetto nella Commissione Alptransit
Lo chiede l’omonima associazione di Sant’Antonino per meglio gestire i disagi
Il quartiere Nosetto di Sant’Antonino non demorde: vuole farsi sentire dalle autorità comunali, cantonali e federali, affinché i problemi della convivenza con il cantiere Alptransit siano gestiti in modo diverso. Dopo aver ricevuto risposta dalle autorità federali e cantonali, l’‘ A ssociazione quartiere Nosetto’ (Aqn) ha chiesto e ottenuto un incontro col Municipio di Sant’Antonino, fissato per il primo d’aprile. I problemi sono noti: polvere, rumore, vibrazioni.
L’Aqn si era rivolta a Berna in dicembre, dopo che un tentativo di comunicazione da parte di alcune casalinghe era andato a vuoto: i rappresentanti di Alptransit San Gottardo Sa (Atg) non si erano presentati alla manifestazione organizzata dalle donne, che avevano proposto uno ‘scambio di doni’ poco prima di Natale. Si trattava di un incontro informale, cui però nessun dirigente aveva voluto partecipare. Un comportamento ritenuto «inaccettabile» da parte dell’Ufficio federale dell’ambiente che ritiene la comunicazione «un elemento centrale». Per questo motivo alla manifestazione informativa che l’Atg si è impegnata a organizzare per gli abitanti nelle vicinanze del quartiere nelle prossime settimane dovrebbero esserci anche dei rappresentanti dell’Ufam.
Molto meno soddisfacente per l’Aqn è stata la risposta ricevuta il 20 gennaio scorso dal Dipartimento cantonale del territorio, che invita gli abitanti del quartiere a segnalare disturbi ed emissioni moleste al numero verde dell’Atg. «A noi non basta un numero verde da cui riceviamo sempre le solite risposte – ci spiega Bruno Roman, membro di comitato dell’Aqn –. Vorremmo far parte della commissione comunale Alptransit, in modo da portare direttamente in Municipio le segnalazioni e i disagi che viviamo». Il ruolo dell’Aqn dovrebbe essere di consulenza e vigilanza sui problemi e sulle soluzioni proposte. In questo senso sono stati organizzati l’incontro col Municipio e prossimamente anche con i rappresentanti dell’Atg. Tra gli argomenti in discussione vi saranno la viabilità (una strada privata è bloccata, obbligando gli abitanti a immettersi direttamente sulla ‘tirata’), i ripari fonici (non adeguati), l’uso delle baracche una volta terminato il cantiere (si propone di destinarle a scopi didattico-ricreativo).
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 15-03-10 12:37
Per un polo ferroviario nel bellinzonese
Lavoro Il futuro delle Officine FFS di Bellinzona, un tassello nelle logiche industriali sul territorio
Sergio Agustoni
L’iniziativa popolare lanciata dai lavoratori delle Officine FFS di Bellinzona (OBe), all’indomani dello sciopero vittorioso nel marzo 2008, postula la creazione di un polo tecnologico nel settore dei trasporti ferroviari: un «bene comune» per l’economia di un’intera regione. Sottoscritta da 15’000 persone, è ferma da mesi in Gran Consiglio, in attesa dello studio prospettico chiesto dal Governo ticinese a un gruppo di ricercatori della Supsi. Tra un mese dovrebbe essere pubblicato e il Consiglio di Stato dovrà sciogliere il nodo della sua partecipazione attiva, in termini di politica industriale e di appoggio finanziario. Sul piano finanziario vi sono tre varianti possibili: società pubblica, a capitale misto o privata. Sul piano industriale, a parte il mantenimento di un incerto status quo, si prefigurano due scenari: quello minimo si limiterebbe a promuovere un centro di profitto dipendente ancora dalle FFS o maggiormente autonomo e quello più ambizioso consisterebbe in un centro di competenze multipolo tra le Officine, gli impianti Alptransit di Biasca, la stazione merci di Chiasso e i dipartimenti specializzati della Supsi. Resta da verificare l’esistenza di una coerente volontà politica, che possa favorire lo sviluppo di un vero polo delle tecnologie ferroviarie.
A due anni da una triplice vittoria si constatano importanti cambiamenti. Lo sciopero del 2008 ha bloccato in modo salvifico lo smantellamento della manutenzione delle locomotive di media e nuova generazione, la flotta del traffico merci transalpino e nell’Altopiano anche in futuro; nel 2013 dovrà però essere rinegoziato il contratto con FFS Cargo. In secondo luogo è stato bocciato lo scorporo e la privatizzazione della manutenzione dei carri; certo le OBe hanno perso alcune commesse, ma sono i suoi competitori privati ad aver subito le conseguenze peggiori del forte regresso del traffico merci. Nel settore Cargo si va ora verso una privatizzazione strisciante. A livello internazionale le FFS avranno un ruolo di semplice trazione dei treni blocco allestiti dalla logistica di Hupac. La neo-fondata alleanza europea Xrail coordinerà invece il traffico transfrontaliero dei carri singoli, per cercare di riconquistare i volumi di trasporto andati persi a favore dei camionisti. Sul piano interno infine le FFS razionalizzano il traffico standardizzato in carri completi e gruppi di carri, con conseguente drastica riduzione del personale. In terzo luogo, di fronte all’incorporazione delle OBe nella divisione viaggiatori, l’assemblea ha ottenuto delle garanzie. Ciò apre nuove possibilità, ma accentua anche la competizione fra i vari siti. La politica d’investimento delle FFS privilegia i centri di competenza di Yverdon, Olten e Winterthur e svantaggia Bellinzona e Bienne.
Nel frattempo le OBe hanno fortemente incrementato la produttività. Sono competitive nella manutenzione delle locomotive e per la prima volta dal 2000 hanno ricevuto un incarico anche per le carrozze viaggiatori; più difficile è il mercato dei vagoni merci. L’assenza di un capannone adeguato a una linea di manutenzione delle composizioni automotrici è un handicap. Le officine di Yverdon approfittano di un vantaggio comparativo, perché hanno impianti moderni, riserve di capacità e integrano le perle della flotta FFS (locomotive 2000, composizioni IC e ICN attuali e future). A Bellinzona sono perciò necessari nuovi investimenti per estendere la gamma delle manutenzioni e delle revisioni; si pensi per esempio agli elettrotreni TILO. Gli investimenti dovranno essere integrati in un disegno coerente, puntando a nuovi prodotti e servizi per le esigenze delle FFS e dei committenti esterni.
La prossima scadenza cruciale sul mercato elvetico sarà l’esito della gara d’appalto di 2 miliardi per 59 composizioni automotrici a due piani, destinate al traffico Intercity e Interregio sull’Altopiano con velocità fino a 230 chilometri orari. Vi sono opzioni per altri 5 miliardi. L’elettrotreno è di nuova concezione e finora non sono trapelate indiscrezioni sulle offerte inoltrate (Stadler, Siemens, Bombardier) e in particolare sui sistemi d’inclinazione. Dopo lo sbandamento di fine millennio, quando sembrava inevitabile la perdita definitiva del tradizionale Know how, qualcosa si muove nell’industria ferroviaria elvetica. L’esempio Stadler Rail (espressione del genio ferroviario elvetico), la Ricerca & sviluppo e la produzione residua dei grandi del settore in Svizzera (Bombardier, ABB, Sécheron SA), il potenziale ingegneristico del sistema universitario dimostrano che esiste tutt’ora la massa critica necessaria per un’importante sforzo d’innovazione e una consistente attività industriale.
Due ginevrini, l’economista JeanNoël DuPasquier e l’architetto Daniel Marco, nel frattempo scomparso, hanno proposto una riflessione sul passaggio dal rapporto salariale a quello territoriale, che consente una lettura interessante della lotta alle OBe. Partita come conflitto «fordista» all’interno del rapporto salariale per la difesa dei posti di lavoro e del servizio pubblico incalzato dal liberal-produttivismo capitalista, l’agitazione ha posto l’accento sul rischio di desertificazione industriale e sociale di tutto un territorio cresciuto attorno alle ferrovie. È maturata la coscienza del ruolo delle Officine, inteso come competenze professionali, rapporti sociali e soggettività in movimento. La dimensione territoriale non è l’ennesima piroetta velleitaria, ma lo spazio in cui costruire un movimento dei beni comuni e nuove realtà formative, di Ricerca & sviluppo e produttive.
Nel frattempo il tessuto industriale ticinese ha subito colpi durissimi con i tagli draconiani all’Agie e alla Mikron. In prospettiva il capitale globale, specialmente italiano, potrebbe continuare a scegliere il Ticino per le carte del suo marketing territoriale (retributive, logistiche, amministrative e fiscali), come dimostrano i casi recenti della toscana Pramac e della trevigiana North Face; il rischio è tuttavia di alimentare uno sviluppo squilibrato, fatto di dumping salariale e di lavoro interinale e precario. Di fronte all’incertezza congiunturale e ai problemi strutturali persistenti, sono palesi la latitanza degli ambienti economici e l’assenza di una vera politica industriale. Una riflessione pubblica è perciò necessaria e la decisione del Governo ticinese sul polo ferroviario sarà un segnale importante. I saperi manifatturieri e operai esistenti e le competenze diffuse nel territorio transfrontaliero vanno però integrati da filiere scolastiche adeguate, tavole rotonde progettuali, messa in rete delle potenzialità, programmi di Ricerca & sviluppo tra pubblico e privato, capitali a condizioni agevolate per progetti imprenditoriali; si tratta di favorire un circolo virtuoso, costitutivo di un rapporto territoriale senza sudditanze. Soprattutto vanno riconosciuti il ruolo preminente dei comitati dei lavoratori e la centralità dei rapporti di lavoro e delle relazioni sociali nel determinare le linee di forza dello sviluppo territoriale.
Lo sviluppo delle attività presuppone un concreto sostegno e un impegno da parte delle autorità politiche
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 15-03-10 11:13
Germania, boom di auto-denunce per evasione
Amburgo – Le autodenunce per evasione fiscale in Germania sono quasi 10 mila, indica la rivista economica «Capital». Il fenomeno è da collegare all’acquisto di un Cd contenente dati bancari rubati in Svizzera. Secondo un’inchiesta condotta presso i ministeri delle finanze di tutti i Länder tedeschi, i contribuenti tedeschi che si sono denunciati sono stati 9'547. Quotidianamente si registrano circa 250 nuovi casi. Sempre secondo «Capital», il primo posto è occupato dal Baden- Württemberg con 2'418 autodenunce, seguito dalla Renania settentrionale-Vestfalia (1'930), Baviera (1'625), Hessen (1'228) e Renania Palatinato (700 milioni di euro). Tre Länder hanno già valutato a quanto ammontano i rientri fiscali: 70 milioni di euro nella Renania Palatinato, circa 50 milioni in Bassa Sassonia.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 15-03-10 11:11
È corsa agli armamenti in tutto il mondo
Stoccolma – Accelera la corsa agli armamenti a livello mondiale: nel quinquennio 2005-2009 la vendita di armi convenzionali è cresciuta del 22% rispetto al periodo 2000-2004. Lo stima il rapporto dell’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace (Sipri). Gli aerei da combattimento fanno la parte del leone, rappresentando il 27% sul volume totale di armi vendute in tutto il mondo, creando «una preoccupante corsa al riarmo» in particolare il Medio Oriente, il Nord Africa, il Sud America e il Sudest Asiatico, sottolinea il rapporto. Nel quinquennio in esame, i Paesi «ricchi di risorse naturali hanno acquistato una quantità considerevole di aerei da guerra a prezzi molto elevati». Nella sola America del Sud, l’afflusso di armi è stato superiore del 150% rispetto al periodo 2000-2004. Ancora più eclatanti i dati del Sudest Asiatico: le importazioni in Malaysia sono cresciute del 722% rispetto al 2000.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 15-03-10 11:08
La Posta
Le macchine turbano i sonni dei postini
Allarme per una nuova ristrutturazione
BERNA (ats/red) La Posta Svizzera vuole acquistare nuove macchine per smistare le lettere che renderebbero in gran parte superflua la selezione manuale, mettendo seriamente in pericolo una parte dei 20mila postini. È quanto ha evocato il portavoce del gigante giallo, Oliver Flüeler, alla trasmissione “10 vor 10” della Televisione svizzerotedesca. Questo nuovo progetto, denominato Distrinova, prevederebbe l’acquisto di venti-sessanta apparecchiature.
Un postino su 5 a rischio?
Anche se, stando almeno a quanto riferito dal portavoce della Posta, la decisione definitiva non è stata ancora approvata; la reazione dei sindacati non si è fatta attendere. Secondo il Sindacato della comunicazione queste macchine, del costo di parecchi milioni di franchi l’una, sopprimerebbero fino a un quinto delle ore di lavoro dei postini. «Se tali apparecchiature verranno introdotte in tutta la Svizzera, 3.400 impieghi saranno minacciati», ha dichiarato il vice-presidente del sindacato Fritz Gurtner.
Piani sociali previsti
Dal canto suo, in un’intervista pubblicata dal domenicale Sonntag, il direttore della Posta Jürg Bucher ha sottolineato che la conseguenza di questo progetto sugli impieghi non è ancora stata valutata. «La cifra di 3.400 posti di lavoro mi è nuova». Se Distrinova dovesse condurre a licenziamenti, questi sarebbero accompagnati da piani sociali, ha però tenuto a precisare Bucher.
Serie di riorganizzazioni
Per far fronte al calo strutturale della domanda e alla crisi economica, la Posta aveva deciso, lo scorso mese di ottobre di chiudere i centri per gli invii espresso e di corriere che si trovano negli agglomerati urbani integrandoli alle attuali basi di distribuzione.
Tra le località toccate dalla misura di ottobre figuravano Berna, Ginevra, Losanna, Basilea, Zurigo, Winterthur, Aarau e Olten. Anche in quell’occasione la Posta aveva annunciato che sarebbe stato negoziato un piano sociale con i sindacati. Nella loro presa di posizione i sindacati avevano criticato i licenziamenti, minacciando di non poterne tollerare altri.
Da parte sua il management aveva giustificato la decisione col calo strutturale degli invii di corriere ed espresso, servizi utilizzati per la spedizione urgente di pacchi e lettere. La situazione congiunturale e la concorrenza sempre più agguerrita avrebbe aggravato ulteriormente i problemi strutturali della Posta. Già nel 2007 l’ex regia aveva riunito una parte dei centri e delle filiali di corriere con le basi di distribuzione, utilizzate soprattutto da clienti commerciali. Per gli oltre 300 collaboratori era stato previsto un trasferimento alla Distribuzione di Postlogistic.
Un anno fa l’allora nuovo direttore della Posta Michel Kunz, poi sostituito da Jürg Bucher aveva dichiarato che l’ex regia federale intendeva risparmiare, in particolare a livello di organico, ma che intendeva rinunciare a licenziamenti ricorrendo a pensionamenti anticipati e partenze volontarie.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
Website
|
Sunday, 14-03-10 21:02
La première édition du Festival du Film Vert a eu lieu à Orbe en février 2006. Son but était de présenter à un public aussi large que possible une sélection de films traitant de questions liées à l'environnement, au développement durable ou aux rapports Nord-Sud. La deuxième édition, forte du succès de la première, a eu lieu dans une dizaine de villes simultanément (surtout en terres vaudoises), rencontrant un excellent échos médiatique suivi d'une bonne fréquentation. La troisième édition aura lieu à Orbe dans les salles du cinéma Urba le 2 février 2008 et à Bussigny le 1er mars.
La demande du public, l'envie de montrer certains films engagés sur des sujets méconnus du grand public et le soutien dont nous jouissons de la part des médias nous encourage dans notre volonté de continuer dans cette direction. Courant mars, une association sera créée, dans le but de renforcer l'organisation et de lui permettre d'obtenir des moyens financiers pour faire du Festival du Film Vert un événement romand dès l'édition 2009.
Historique
Le 18 février 2006 a eu lieu à Orbe la première édition du Festival du Film Vert. Avec relativement peu de promotion, dans une ville de petite taille, les huit séances projetées dans les deux salles du cinéma Urba ont affiché un remplissage moyen de plus de 80%, soit plus de 520 entrées, et de bons commentaires des spectateurs quant à la programmation.
L'année suivante, le 17 février 2007, le Festival avait lieu dans neuf villes du canton de Vaud (Aubonne, Bussigny, Lausanne, Leysin, Nyon, Orbe, Payerne et Vevey), suivi une semaine plus tard par Vernier (GE). Ce sont à nouveau des équipes locales de bénévoles qui se sont chargées de l'organisation sur place, alors les responsables du Festival se sont occupés de la programmation et de la communication pour tout le monde. La programmation comptait 7 films, projetés selon des horaires différents dans chaque ville en fonction du nombre d'écrans disponibles et des choix des équipes locales. Le succès fut variable d'une ville à l'autre, certaines se faisant peut-être un peu de concurrence, mais le bilan global restait très positif (il n'existe malheureusement pas de chiffre quant au nombre total d'entrées). A noter que de nombreuses radios, télévisions locales et journaux on t couvert cet événement.
Il faut préciser également que tout ceci s'est fait sans sponsors ni autre aide financière, à base de travail bénévole et d'arrangements à l'amiable, la plupart des réalisateurs acceptant que leurs films soient projetés gratuitement. Les ventes de billets d'entrées ont permis de couvrir, dans la plupart des cas, la location des salles et des moyens audiovisuels. Les excédents de dépenses ont été couverts par du sponsoring (Les Verts).
Buts
L'idée de ce petit festival est venue d'un double constat. Premièrement, de par sa nature, la vidéo est un média très efficace pour présenter des problèmes complexes, en particulier dans le domaine de l'écologie. D'autre part, il existe de nombreux documentaires d'excellente qualité qui ne sont que très peu diffusés : il est en effet difficile d'obtenir une diffusion en salle pour ce genre de films, les télévisions préfèrent leurs propres productions et le public n'en achète pas volontiers en DVD. Présenter des films peu connus sur des sujets écologiques actuels est le but du Festival du Film Vert. Dans les médias, tout le monde reprend les grands thèmes environnementaux à toutes les sauces: journaux, radios et télévisions parlent tous les jours de réchauffement climatiques, d'énergie ou d'OGM. On ne peut que s'en fél iciter, mais il existe d'autres façons d'aborder ces questions ainsi que de nombreux autres sujets qui ne doivent pas être oubliés. Présenter des films de qualité mais portant sur des sujets en rapport avec l'écologie moins médiatisés, ou alors avec une approche différente, est l'objectif du Festival du Film Vert.
Les films présentés cette année correspondent parfaitement à cette recherche, sur des sujets aussi variés que la reforestation au XIXème siècle, la mondialisation, les éoliennes, l'histoire du blé ou encore l'histoire incroyable de Bruno Manser, devenu Laki Penan
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:52
Con il Jackpot vi regalo
la Biblioteca nazionale
Corrado Galimberti
Laurea in economia? Master in business administration? Specializazzione in management pubblico? Ma va là. Chi conduce le danze a livello pubblico, avrebbe dovuto giocare al lotto. Con un Jackpot di oltre 35 milioni (quello vinto mercoledì scorso), amministratori e politici comunali, cantonali e federali, se fossero stati baciati dalla fortuna avrebbero potuto realizzare una montagna di progetti: dai nuovi magazzini della Biblioteca nazionale a Berna al Palazzetto del cinema a Locarno, ma si sarebbero potuti anche salvare i posti alla Rsi dai tagli imminenti.
Tanto per cominciare la piscina di Locarno, che è costata 33 milioni di franchi, sarebbe stata una passeggiata. Il Jackpot potrebbe però venire in aiuto a chi ha finalmente concretizzato, dopo anni di litigi e bagarre, la Casa del cinema. Il centro, che dovrebbe sorgere nell’area delle ex scuole comunali di Locarno, avrà un costo tra i 27 e i 34 milioni di franchi. E, anche in questo caso, avanzerebbe qualcosina.
Poi si potrebbe fare i generosi con quei “poverini” della Banca nazionale. Produrre banconote, infatti, costa. Per l’esattezza circa trenta centesimi per ogni biglietto, non importa se da dieci o mille franchi. Ogni anno, la Banca nazionale spende infatti quasi trenta milioni di franchi per sostituire le banconote logore.
Per non essere troppo veniali, un pensiero dovrebbe andare alla cultura. La costruzione del magazzino sotterraneo della Biblioteca nazionale svizzera, a Berna, fa parte della terza (e ultima) tappa di un progetto per soddisfare le esigenze di spazio che richiedono migliaia di volumi, e il cui costo si aggira intorno ai 37 milioni di franchi. Rimanendo in ambito di spese a carattere nazionale, viste le difficoltà sorte in campo diplomatico negli ultimi mesi, il lotto potrebbe dare un aiutino almeno a costruire un nuovo edificio della rappresentanza diplomatica elvetica a Washington, per la quale sono stati stanziati quasi venti milioni di franchi. Oppure, giusto per fare cifra tonda, visto che le uscite d’esercizio del Dipartimento federale di giustizia e polizia vanno dai 28 a 30 milioni l’anno, il lotto capiterebbe a proposito per dare una boccata d’ossigeno a Eveline Widmer Schlumpf.
Il trasferimento dei posti di lavoro dei giornalisti da Palazzo federale al nuovo centro per la stampa hanno reso necessario i lavori di trasformazione del terzo piano dell'edificio del Parlamento. Interventi di adattamento e di risanamento sono stati decisi anche per l'ala ovest ed est di Palazzo federale e, per queste misure, sono previsti complessivamente spese per oltre trenta milioni di franchi.
Sempre a proposito di giornalisti, visto che il canone più caro d’Europa non basta, la Dea bendata potrebbe portare un gradito dono al consiglio d’amministrazione della Srg Ssr Idée Suisse che ha deciso una serie di misure di risparmio. A partire dal 2011, infatti, sarà necessario risparmiare circa 17 milioni di franchi all'anno ed entro il 2014 i tagli dovranno avvicinarsi progressivamente a circa 33 milioni di franchi all’anno. In questo modo il Jackpot avrebbe salvato un centinaio di posti di lavoro a tempo pieno. E sarebbe avanzato pure qualcosina per rifare il look, per l’ennesima volta e perchè no?, allo studio del Tg.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:52
Rappresentare il popolo
è soltanto un’illusione
Sandro Cattacin
L’idea è semplice: i cittadini devono credere in questo Paese e investirsi per mantenere la sua autonomia, la sua libertà e la pace sociale. Tutti sono chiamati alle armi, tutti si impegnano nel volontariato sociale e partecipare alla vita politica è un dovere che deve essere guidato unicamente dall’interesse per il Paese e da nient’altro. Ci si aspetta anche che si faccia parte di consigli di amministrazione, naturalmente senza essere remunerati. È questa l’idea, tutta svizzera, della “milizia”.
Consacrare il proprio tempo alla patria, senza ricevere nulla in cambio, è il credo, forse un po’ troppo sempliciotto, del nostro sistema. Se lavoro senza ricevere uno stipendio, non lo faccio certamente per arricchirmi, ma perché mi guida la bontà; è questo ciò che si pensa, partendo da diversi presupposti che appaiono un po’ dubbiosi. In primis, il fatto che orientare le proprie azioni verso un proprio interesse è percepito come un problema. E potrebbe anche esserlo, ma noi viviamo in una società nella quale si impara che l’egoismo serve, che si deve pensare a se stessi, soprattutto quando si è giovani, per fare carriera. Se si pensa agli altri, si è prima di Ambrì o di Piotta – dove magari funziona anche il sistema di milizia –, poi della Val Leventina e poi ancora Ticinesi e solo dopo tutti questi passaggi si è magari anche Svizzeri, ma sicuramente mai solidali con i sostenitori del Berna o dello Zurigo.
Il sistema di milizia rappresenta la speranza di essere un Paese unito, dove esiste la solidarietà tra lavoratori e imprenditori, come successe nel momento della mobilitazione generale durante la seconda guerra mondiale, o quella tra i cantoni – miraggio quasi religioso, mai realizzato in questo Paese pieno di diffidenze federaliste e concorrenza intercantonale.
In questo paese dal miraggio confederale, ci si aspetta che il parlamentare sia in grado di agire al di sopra del proprio interesse, rappresentando solo ed esclusivamente il Paese. La realtà è però un'altra e lo sappiamo. Il politico, per fare il suo lavoro sotto la cupola, ha bisogno di un salario che i cittadini gli negano. Così, i parlamentari diventano rappresentanti di banche, di associazioni di contadini, di sindacati, di regioni o di industrie e chi ha i soldi può comperarsi un po’ di parlamentari. In questo modo, l’accesso all’assemblea legislativa diventa doppiamente legittimo: c’è il voto, democratico, e c’è l’interesse, più o meno concreto o più o meno ideologico. Il parlamento diventa così la camera del popolo, ma anche la camera degli interessi presenti nel Paese. Cosa c’è di male? Magari solo il fatto che esistono interessi che hanno più potere di altri e che noi, in fin dei conti, non sappiamo quali interessi votiamo.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:51
Parlamentari sul libro paga
delle società più importanti
Libero D'Agostino
La fulminante carriera del politico ticinese che dal Palazzo delle Orsoline dà la trionfale scalata a Berna.Parlamentari che siedono nei consigli di amministrazione di importanti società o che figurano come consulenti di grandi gruppi. Lobby, affari e politica. Una combinazione vischiosa tanto più se di mezzo ci sono anche le banche. Come in Svizzera, al centro di un lungo servizio di Das Magazin, il settimanale del Tages Anzeiger: politici sul libro paga del mondo economico. È la traccia di un’inchiesta che scrosta per benino la gloriosa facciata del parlamento di milizia, portando alla luce il ricco e ambiguo affresco di un sistema consociativo che dalle istituzioni e dai partiti si è esteso al rapporto tra imprese e politica. Ma il finanziamento dei partiti e dei politici resterà blindato nel più stretto riserbo, dopo il no del Consiglio nazionale alle due iniziative parlamentari per rendere pubbliche elargizioni e donazioni, e fare luce sui risvolti meno visibili del lobbismo.
Niente d’illegale per carità. Poltrone nei consigli di amministrazione e interessi vari sono pubblicamente dichiarati nell’apposito registro del parlamento. Su quanto rendono in soldoni vige, invece, la più rigorosa riservatezza elvetica. Restano, perciò, nell’ ombra possibili conflitti d’interesse ma, soprattutto, quegli affari e le pressioni che potrebbero condizionare le scelte politiche. “Altro che! Ci sono parlamentari lobbisti che arrivano in commissione e leggono i testi preparati dalle cerchie economiche di riferimento” dice Chiara Simoneschi Cortesi deputata ppd.
“Parlamentari a cui banche, grandi imprese fanno da back office- chiosa ironico il deputato socialista Fabio Pedrina-. Se guardiamo a quanti siedono nei cda delle casse malati o delle casse pensioni, si spiegano subito certe scelte nella politica sanitaria o in quella previdenziale”. Ricca l’aneddotica dell’ onorevole Pedrina. Ma per il senatore plr Dick Marty sono i rischi di un parlamento di milizia, voluto dal popolo e sancito dalla Costituzione: “Per limitare il rischio di commistioni inopportune o scorrette - spiega- ci sono sia il registro degli interessi, assai dettagliato, sia il voto palese, per cui c’è abbastanza controllo”. Del resto non basta un parlamento di professionisti per scansare certi pericoli, esemplare quello che è capitato in Italia con Tangentopoli prima e con Corruttopoli negli ultimi mesi. “Il migliore antidoto contro i condizionamenti è la trasparenza e un forte senso etico di ogni parlamentare” afferma Marty. Eccola, l’ancora di salvezza della politica come milizia. Milizia il concetto cardine delle vita istituzionale svizzera, da Berna al più sperduto villaggio di valle, dalle Camere federali all’esercito, dai parlamenti cantonali all’associazionismo civile. Un modello che se ha contribuito a ben strutturare la società civile, il federalismo e il senso di comunità, oggi mostra i suoi limiti proprio nella politica, col rischio d’inquinarla con infiltrazioni indebite.
L’articolo di Das Magazin muove dalla carriera di Flavio Cotti, deputato a Bellinzona, poi a Berna e presidente nazionale del Ppd ,per approdare infine al Consiglio federale. Un’ascesa che, nella ricostruzione di Das Magazin, sarebbe stata favorita dall’amicizia con Franz Lusser direttore generale della Sbs (oggi Ubs), banca che all’epoca avrebbe elargito anche una generosa donazione al Ppd. “Che l’attività parlamentare - sottolinea Pedrina- sia storicamente condizionata da colossi della finanza e dalle grandi organizzazioni economiche lo hanno dimostrato un’infintà di studi e ricerche”.
Ma il settimanale arriva a fatti e nomi di oggi. Al lavoro nelle commissioni dove più forte è la pressione delle lobby, ai 50 milioni di franchi spesi dai partiti nella campagna elettorale del 2007, quando il loro budget ufficiale era di appena 16,6 milioni; ai 12 milioni di costo dei loro apparati. Da dove arrivano tutti questi soldi? Top secret. “Per una vera trasparenza- sostiene Pedrina- nel registro degli interessi bisognerebbe indicare anche le retribuzioni percepite e i partiti dovrebbero rendere pubblici i finanziamenti. Ma il fronte borghese si è sempre opposto”.
Das Magazin è stato ripreso dal settimanale Internazionale che, settimana scorsa, ne ha fatto la storia di copertina, con il sarcastico titolo “Svizzera fondente”nell’immagine di una cioccolata a 18 carati. “Più che gli interessi dichiarati, temo quelli occulti” sottolinea Marty. Che ci possa essere un condizionamento è fuor di dubbio anche per il deputato leghista Norman Gobbi: “Nelle Camere siedono, difatti, i rappresentanti dei diversi interessi del Paese, dai sindacati al mondo economico. Il problema non si risolve, però, con i politici di professione, visto ciò che succede negli Usa o in Italia. Servono soprattutto correttezza e onesta personale”. Per Simoneschi Cortesi il parlamento di milizia sta comunque mostrando i suoi limiti, anche perché sottoposto ad un carico di lavoro più gravoso. “La polarizzazione destra-sinistra da un lato e dossier sempre più tecnici e complessi dall’altro - spiega- hanno provocato una forte densificazione del lavoro delle Camere, che oggi richiede più tempo rispetto al passato. Ci vorrebbe una riforma per prolungare i giorni delle sedute e nell’ambito di questa revisione si potrebbe anche pensare di vietare la partecipazione a società o a gruppi che più possono influenzare le scelte politiche”.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:50
“Patto con le ditte ticinesi
contro le insidie dall’Est”
Mauro Spignesi
Sono oltre quattrocento, e distribuiscono un migliaio di salari. Le aziende italiane che decidono di insediarsi in Ticino sono in crescita. “Ma ora è arrivato il mondento di fare il salto di qualità e di fare squadra”, spiega Giovanni Moretti, delegato della Camera di commercio italiana per la Svizzera: “Serve una nuova cultura. E molti imprenditori lo hanno capito: proprio in questi giorni ho assistito a un accordo tra due ditte, una del comasco e una ticinese nel campo dell’edilizia che hanno chiuso un accordo. Secondo i lavori si sposteranno da una parte all’altra della Dogana, il fatto interessante è la flessibilità: secondo la località nella quale sono impegnati rispetteranno le diverse regole sul lavoro (orari, paghe e autorizzazioni)”.
D’altro[..] i progetti ci sono. A cominciare da Copernico che ha portato novanta società, sino a Reti per continuare con il Plat e finire con l’ultima che si chiama “ch.it.network”. Riprende ancora Moretti: “La collaborazione transfrontaliera è utile a tutti. Al Ticino che spesso si sente lontano da Berna e al Comasco e Varesotto che è distante da Milano. Se si riuscisse seriamente appunto a fare squadra sarebbe davvero importante, in particolare sul mercato internazionale in chiave di concorrenza nei confronti del paesi dell’Est che stanno diventando competitivi sui prezzi. Ma non ci sono soltanti i costi sul piatto della bilancia. Le ditte ticinesi portano affidabilità e il made in Svizzera che vuol dire qualità, le aziende italiane invece portano la creatività e il buon gusto. Caratteristiche che se messe insieme, se sfruttate appieno nella loro complementarietà, potrebbero rivelarsi vincenti”. Gli esempi di successo ci sono. C’è l’elettricista di Lugano che ha fatto società con un collega di Milano e tra lavori nel comasco e in Ticino in cinque anni hanno messo su un buon gioro d’affari e oggi hanno dieci dipendenti. “Poi ci sono le 40 imprese e i dieci professionsiti che sono protagonisti del progetto sul risparmio energetico con il supporto del Politecnico e della Supsi”, riprende ancora Giovanni Moretti: “Sono tutti tentativi per trovare una via d’uscita dalla crisi e creare una rete capace di dare risposte al territorio, di disegnare nuovi modelli di business”.
Quello transfrontaliero è un mercato particolarmente interessante. Altrimenti non si capirebbe come mai sempre più aziende sono pronte a fare investimenti sostenuti. Come la Pramac che sviluppa, produce e commercializza a livello mondiale gruppi elettrogeni, e componenti per impianti fotovoltaici, arriva da Siena e nel Locarnese ha investito 85 milioni e creato centinaia di posti di lavoro. Ma poi a far gola c’è il marchio “made in Svizzera” che è un formidabile apripista. Un altro esempio: una azienda che ha creato un prodotto contro la caduta dei capelli e nelle confezioni usa il bollino rossocrociato, perché ha depositato il brevetto a Berna, pur mantenendo il suo stabilmento in Italia.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:50
“Anche i ragazzi clandestini
hanno diritto ad un mestiere”
Clemente Mazzetta
“Visto che sono qui, meglio che imparino un mestiere, utile per loro e per la società, invece che starsene in giro a fare niente”. Con caratteristico pragmatismo, il ministro Luigi Pedrazzini condivide pienamente la mozione di Luc Barthassard (Ppd), approvata al Nazionale, che vuole garantire un “permesso speciale” ai giovani stranieri richiedenti l’asilo per “imparare un mestiere”.
Anche se la legge è categorica: niente apprendistato per chi non è in regola con i documenti.
“Ma da sempre il Ticino, - continua Pedrazzini -, come potrà meglio spiegare Gendotti, ha cercato di garantire i diritti all’istruzione e alla formazione ai giovani che arrivavano da noi”.
In effetti, quello che il comune di Losanna ha recentemente sbandierato - assumere anche “sans papier” fra i loro apprendisti (ne cerca ogni anno 150 ) garantendo la formazione anche a chi non è in regola, è clandestino – in Ticino era “prassi”... seminascosta. Si faceva, ma non si diceva: “Tessiner modell”, si spiegava ai ministri confederati.
La questione dei ragazzi stranieri che non avevano la possibilità di completare una formazione professionale è stata affrontata dal Cantone “pragmaticamente”, ricorda Fulvio Pezzati, presidente della commissione cantonale per l’integrazione e la lotta al razzismo. “E l’abbiamo affrontata con il cosiddetto pretirocinio d’integrazione, un servizio molto efficace a favore dell’integrazione dei giovani migranti”.
Una specie di anno ponte che dava “il via libera” all’apprendistato per gli stranieri fra i 15 e i 18 anni, che avevano bisogno di imparare la lingua. “Il Cantone ha investito moltissimo in questo progetto, anche se gli asilanti non potevano essere inseriti nello Stato – spiega Pezzati - ; è il solito problema, se li facciamo lavorare la Svizzera diventa attrattiva per i richiedenti l’asilo, se no stanno in giro a fare niente”.
“Ma abbiamo fatto di tutto per dare una formazione ai ragazzi fino ai 18 anni, camminando sul filo della legalità e probabilmente andando oltre - ricorda Filippo Joerg, responsabile del Pretirocinio d’integrazione fino a pochi anni fa - senza però rivendicare una modifica di legge”.
Quella che si aspetta da Berna. “Era ora – afferma Gigi Galli, già operatore di Sos Ticino, ora ricercatore alla Supsi –; in troppi hanno perso gli anni migliori della loro vita senza poter imparare un mestiere, un danno per loro, ma anche per la Svizzera”.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:49
Il curriculum è impossibile
e gli aspiranti tentano il bluff
Ezio Rocchi-Balbi
C’è da chiedersi come possano riciclarsi quei brillanti young-manager che, a causa della crisi, stanno disperatamente cercando un’altra occupazione degna della professionalità acquisita. Almeno stando a quanto richiede il mondo del lavoro ticinese l’impresa non è delle più semplici, a partire dal fatto che i loro diplomi federali, i loro “patentini” di procuratore, i loro attestati valgono esattamente come quelli all’esordio nel mondo del lavoro. In soldoni, sono richieste tutte queste specificità tipiche di chi ha già una certa esperienza alle spalle, ma il posto in palio prevede paga e trattamento da “junior” manager. Ameno che non venga ricercata una persona dalla specializzazione tecnica ben definita, infatti, chi offre lavoro compila profili esasperati. Basta scorrere gli annunci per capire che è praticamente impossibile trovare in un neoassunto 20/30enne un curriculum che vanti “esperienza pluriennale nel settore”, “competenza maturata all’estero”, “completa padronanza scritta e parlata” di tre o quattro lingue, magari corredata da nozioni di “information technology” dell’ultima generazione. Non mancano nemmeno descrizioni di profili così particolareggiati ed esclusivi che il sospetto e che vengano “disegnati” su misura del candidato , unico, di cui si sa già nome e cognome. “Infatti riceviamo curriculum di quelli che ormai definiamo ‘easy writer’ - commenta ridendo un cacciatore di teste della Lwp -. Le aziende tratteggiano profili così impossibili che anche chi cerca lavoro, senza trascurare la chance, finisce per corredare il proprio profilo con qualità, master e specializzazioni fantascientifiche. Insomma sia le ditte, sia gli aspiranti tentano il bluff”. Ma anche nei posti offerti nei ranghi più modesti non mancano perle e svarioni. C’è chi cerca guardiani notturni disposti a “lavorare di notte”, chi addette all’imballaggio dall’orario “flessibile” includendo “ore notturne, festivi e prefestivi”, e c’è anche chi cerca un “cuoco vegetariano” disposto a lavorare “su chiamata, solo domenica, mercoledì e venerdì”. Ma non mancano i datori di lavoro generosi: uno studio avviato nel centro di Lugano cerca un semplice contabile - sempre corredato da specializzazioni da general manager -, ma forse roso dal dubbio di aver chiesto troppo concede il “posteggio auto a disposizione”. Oddio, magari trattenuto dalla paga...
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 14-03-10 09:49
Ci spacciamo per disoccupati
e scopriamo la faccia del precariato
Ezio Rocchi-Balbi
Pizzaiolo o contabile. Sono queste le professioni che hanno qualche chance in più di trovare un lavoro in Ticino. Ed è meglio rassegnarsi all’idea che il posto non sarà a tempo indeterminato. Scarsa varietà nelle professioni più richieste e precariato pressochè sicuro sono le caratteristiche che maggiormente si ripetono nelle quasi duecento inserzioni monitorate e analizzate dal Caffé su quotidiani e siti online, alla voce “offerte di lavoro”.
Mentre a Berna si battagli sull’assicurazione disoccupazione, basta leggere attentamente questi annunci per un paio di settimane per tracciare il profilo di un’offerta che in Ticino non offre molte varianti. Sia nella fascia bassa - cuochi, camerieri,operai - sia in quella medio-alta. Qui il candidato ideale non può avere più di 45 anni, deve conoscere a menadito l’inglese, oltre ad almeno un paio di lingue nazionali, e, soprattutto, essere svizzero. Al limite domiciliato con permesso C. “È vero, la richiesta di ‘svizzeri’ è aumentata, ma la situazione è tale che, se prima ricevevamo 50 candidature, adesso sono 200 a risponderci e soprattutto dall’Italia – commenta Simona Mazzucchelli della Luisoni consulenza professionale di Lugano, specializzata in ricerca di personale dal target medio-alto -. Come è vero che difficilmente si lascia la porta aperta sul discorso dell’età; l’ideale è sui 35 anni, ma mai comunque più di 45. Un altro fenomeno che registriamo, oltre ovviamente al calo di domande con i ruoli amministrativi unici, è quello dei requisiti qualitativi richiesti che sono triplicati”. Persino le mansioni di “manovalanza”, se non per i titoli di studio, alzano il tiro su elasticità oraria, disponibilità festiva e notturna, naturalmente ai minimi salariali. Insomma, tante caratteristiche da candidato con requisiti di prima classe, ma a tariffa low cost. E più la ricerca di personale si fa specializzata, più si pretendono profili più vicini a quello di un amministratore delegato che a quello di un banale impiegato.
Basta leggere le inserzioni per capire che non basta avere un’esperienza maturata nello stesso identico settore, ma è richiesta la conoscenza specifica della stessa piattaforma informatica utilizzata in azienda. E non parliamo di aspiranti dirigenti, ma di semplici contabili. Per non dire della terminologia da setta esoterica: “responsabile B2B marketing”, “business analyst”, “senior system engineer”... Agli addetti al “customer service” (servizio clienti),come alle impiegate adatte al lavoro di “front office” o “back office” (come dire a contatto con la clientela o meno), vengono imposti non pochi paletti: l’età massima scende ai 30 anni, assunzione a lungo termine ma a scadenza e inglese indipensabile.
“L’inglese sta sostituendo il tedesco come lingua madre, ma considerando che le richieste del mondo bancario finanziario sono quasi scomparse, il problema più evidente è nella ricerca di personale specializzato – aggiunge Franco Pizzi della luganese Lwp Lederman Wieting & partners -. I profili richiesti non corrispondono mai a quelli dei neo laureati, al punto che i più si chiedono, leggendo gli annunci, se le loro scelte di studio coincidono con l’attuale realtà. Tra l’altro, fra tante proposte, la nostra selezione è limitatissima: sottoponiamo all’azienda tre, cinque candidature al massimo”.
E non è un caso se oggi, per ammissione delle stesse agenzie di consulenza, anche un neo laureato in economia si deve adattare a ruoli di aiuto contabile, o addetto al customer service. A 3'700 franchi mensili.
Resta il fatto che, di questi tempi, trovare un posto richiede le stesse chances di una vincita al lotteria. “Effettivamente la situazione è quella che è: dura per chi cerca lavoro - ammette un selezionatore della Sidler di Lugano. - I posti a disposizione sono pochi e anche le aziende più affidabili ne approfittano un po’, nel senso che sapendo di offrire un’opportunità ricercatissima pretendono il massimo della qualità senza rischiare nulla”.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 23:16
Solidarietà operaia dalle Officine Bellinzona alle fabbriche serbe in lotta
Sabato sera, 6 marzo 2010 in Pittureria, è un momento di gran emozione alla festa in occasione del 2° anniversario dello sciopero vittorioso nelle Officine di Bellinzona, quando in nome delle operaie e degli operai tessili di RAŠKA in Serbia prende la parola Seneda Rebronja, affermando sotto gli applausi di tutti che « anche noi vogliamo vincere come voi nelle Officine di Bellinzona, e poi faremo anche noi una grande festa invitando tutti quanti! » La colletta organizzata spontaneamente con una vecchia scatola di cartone passa da uno all’altro, e in tempo di niente si raccoglie una cifra notevole a sostegno delle lotte operaie in Serbia. Il “popolo delle Officine”, gli operai con i loro sostenitori non hanno dimenticato la solidarietà trovata dappertutto due anni fa, e oggi aiutano chi sta lottando ancora.
È un’ emozione da descrivere difficilmente, e per capirla fino in fondo bisogna esserci stati. È questa forte unione sentita in modo quasi palpabile tra persone completamente diverse che non si sono mai viste prima e che tra loro possono parlare soltanto tramite interpreti, eppure sentono istintivamente e in modo molto chiaro che stanno lottando per gli stessi fini, in luoghi molto lontanti e in periodi differenti. La forza che esce da tali incontri fa immagginare la potenza invincibile che è la solidarietà tra uomini e donne in lotta per i loro diritti, persone che dai loro traguardi e ideali non si lasciano distogliere da niente e nessuno.
È questa difesa tenace, decisa, quasi ostinata della dignità umana e di valori morali che non sarà mai capita per esempio da quelli che al soldo dei potenti riempono le colonne dei giornali scrivendo subito di «atti di disperazione» quando si continua a lottare in situazioni in cui altri avrebbero già mollato. È la potenza degli impotenti, mettendo in giuoco il proprio corpo o addirittura la propria vita, che spaventa i potenti e li costringe a cedere, perché da questa maniera radicale gli viene tenuta presente la propria fugacità e la fragilità del loro potere basato sulla corruzione e sull’intimidazione. È la fragilità e transitorietà di un sistema assurdo e inumano che può funzionare soltanto fino a quando chi ne soffre non si organizza e non si ribella.
Ci vuole un modo spregiudicato di osservare le cose per capire che è un segno di forza e non di debolezza ciò che a prima vista appare un semplice «atto di autolesione». Sono ormai passati un po’ di anni, quando nel 1996 alla maestranza del complesso industriale tessile di RAŠKA a Novi Pazar, nel sud della Serbia, furono ordinate delle ferie forzate, gli uomini furono immediatamente mandati in guerra, le donne a casa. Dieci anni più tardi, la guerra è terminata da tempo, ma i salari arretrati non sono stati ancora pagati, quando loro, per l’80 % donne, entrano in sciopero per rivendicare quello che gli è dovuto: oltre i salari anche i contributi per la pensione, i quali contano quanto i salari da quando - a parte degli assegni familiari - le pensioni spesso sono l’unica fonte economica per intere famiglie.
Alla RAŠKA, l’assenza del personale è stata sfruttata da direttori e manager senza scrupoli per svendere allo Stato i diritti e le quote operaie. Poiché di solito in Serbia solo il 40 % dei titoli di un’azienda apparteneva allo Stato, mentre il 60 % era rimasto a quelli che nel periodo dell’autogestione ci lavoravano. Ecco la formula con cui il regime di Milošević ha trasformato in “legale proprietà privata” le fabbriche che prima erano di tutti e di nessuno. Non basterebbero delle pagine intere per descrivere tutti gli imbrogli e soprusi con cui ovunque in Iugoslavia sono stati strappati di mano (o vengono strappati ancora) alle operaie e agli operai le loro quote. Alla RAŠKA, comunque, improvvisamente si trovano con le mani vuote. Mani che con più ragione vengono usate poi per difendere decisamente i propri diritti, così è stato necessario, per esempio, prendere il direttore letteralmente per la gola, affinché mostrasse i libri della contabilità agli operai.
Con l’intenzione di chiudere la facenda, il governo offre al personale della RAŠKA un’indennità di 10 mensili – una cifra vergognosa confronto ai salari e contributi pensionistici di 10 anni! Le operaie e gli operai rifiutano l’offerta del governo nello stesso modo come la proposta di far seguire la loro causa da sindacalisti professionali. Dellusi sia dai sindacati vecchi, sia da quelli nuovi cosidetti “indipendenti”, si difendono da se stessi e prendono in mano il loro destino, costituendo “l’Associazione delle operaie e degli operai tessili di Novi Pazar, Sjenica und Tutin” ed eleggendo come presidente uno di loro, Zoran Bulatović.
Nel centro di Novi Pazar occupano un palazzo pubblico e ne fanno la loro casa sindacale, bloccando le entrate e riempendo parecchie bottiglie con benzina, per precauzione, nel caso che alla polizia saltasse in mente di attaccare l’edificio. Il governo evita lo scontro diretto, mettendo in pratica un piano diverso: invece di pagare alle operaie e agli operai tutti gli arretrati, viene deciso di mandare in fallimento la RAŠKA, liberandosi così di tutti i debiti e lasciando ancora una volta le 1523 operaie e operai con le mani vuote. I media preferiscono ignorare la vertenza, nel modo che nel 2008 fallisce un primo sciopero della fame organizzato dalle operaie.
Senada Rebronja è unica madre di tre figli, di cui uno disabile, e vive dai suoi genitori. Quando nella primavera del 2009 anche un secondo sciopero della fame rischia di fallire, decide assieme ad alcune altre donne di arrivare ad un gesto estremo. Nessuno dovrebbe sapere quello che ha in mente. Ma siccome succede spesso che le donne sentono il bisogno di comunicare ciò che gli pesa sul cuore, Zoran Bulatović viene a conoscenza dell’intenzione, e prima che Senada Rebronja potesse metterla in pratica, lui stesso passa all’azione, tagliandosi il mignolo e presentandolo alla frotta di cronisti accorsi in fretta.
Allora la storia della fabbrica tessile nel sud della Serbia, abbandonata da tutti, giunge persino ai giornali esteri. « Quando gli operai diventano cannibali », s’intitola per esempio un articolo nel quotidiano tedesco TAZ , mostrando pubblicamente la sua imbecilità e ignoranza più assoluta verso le lotte operaie. Si parla di «autolesione» e di «disperazione», ma neanche una parola sulla dichiarazione del ministro responsabile che subito si vede costretto di far marcia in dietro, considerando un «malinteso» il fallimento della RAŠKA organizzato dal governo. Questa volta, grazie al gesto estremo di Zoran Bulatović, lo sciopero della fame delle donne ha fatto effetto, le operaie e gli operai RAŠKA, impedendo il fallimento della loro fabbrica, hanno raggiunto un primo obiettivo.
Da quelle giornate drammatiche nel maggio 2009, in tutto il paese corre la metafora «muovere la Serbia col mignolo…». La lotta delle operaie e degli operai RAŠKA rassomiglia a quella dell’INNSE di Milano, quando in agosto del 2009 quattro operai e un sindacalista sono riusciti ad entrare nel capannone assediato dalle forze dell’ordine, conquistando un carro ponte nell’altura di 20 metri e minacciando di buttarsi sotto, se la polizia non si ritirasse, come hanno riferito immediatamente la televisione italiana in coro con tutti i giornali. I quattro operai non pensavano minimamenti di buttarsi sotto, ma per attirare i cronisti che altrimenti ignorano completamente le lotte operaie, in Italia c’è bisogno di queste minacce – e in Serbia di un mignolo tagliato.
Gli operai delle Officine si sono subito ritrovati nella lotta della Jugoremedija, quando Branislav Markuš, il terzo membro della delegazione serba alla festa a Bellinzona ha raccontato come i 350 operai e operaie della fabbrica farmaceutica a Zrenjanin, nel nord della Serbia, sono stati i primi nel loro paese a presidiare la fabbrica durante un lungo sciopero contro la privatizzazione. Il governo aveva venduto la quota statale a uno speculatore ricercato dalla Interpol che col tempo tramite manovre oscure era riuscito a controllare tutta l’azienda. Ci volevano tre giorni e tre notti di presidio permanente davanti al ministero a Belgrado per convincere il governo di annullare i contratti di vendita con il losco «uomo d’affari», nel modo che oggi il 60 % alla Jugoremedija appartiene di nuovo alla maestranza, e lo Stato come minoranza deve adattarsi alle decisioni dei lavoratori.
Da quando la Jugoremedija è riuscita a togliersi dai piedi il suo padrone speculatore, sta in netta ripresa, la quale ha permesso di assumere nuovo personale: confronto al periodo della privatizzazione sono 100 persone in più che oggi ci lavorano. Per non dimenticare che anche nelle Officine di Bellinzona un anno dopo lo sciopero 31 operai itinerali sono stati assunti fissi, e ancora oggi la direzione aziendale deve discutere prima col comitato di sciopero tutte le decisioni che riguardano il personale, col risultato che per esempio l’anno scorso il sistema di lavoro chiamato Kaizen è stato sostituito con un modello di lavoro elaborato sulle proposte degli operai.
Per quanto siano isolati questi singoli esempi, la Jugoremedija ha portato la prova che non c’è bisogno di padroni per produrre, anzi da quando la fabbrica viene gestita dagli operai, funziona meglio di prima. Non c’è da meravigliarsi quindi che varie fabbriche nella regione di Zrenjanin hanno seguito l’esempio della Jugoremedija, lottando anche loro in maniera vittoriosa contro la privatizzazione.
Mentre alla Jugoremedija sono stati raggiunti, almeno per il momento, tutti gli obiettivi, gli operai e le operaie della RAŠKA devono probabilmente affrontare ancora le battaglie più decisive. Prossima¬mente, il vecchio complesso tessile con le sue 7 fabbriche viene messo all’asta. Possibili compratori ci sono a sufficienza, provenienti dalla Germania, dall’Italia e dalla Turchia, affermano Senada e Zoran, spiegando anche il motivo per cui si limitano per il momento ad osservare attentamente l’andamento delle cose: non vogliono fornire al governo un pretesto per mandare la RAŠKA di nuovo in fallimento. Nel caso però che il governo dovesse organizzare l’asta – come spesso successo con altre fabbriche – in un modo che alcuno speculatore vicino al governo possa comprare tutto quanto per quattro soldi, allora non esiteranno a rispondere con i metodi adeguati di lotta.
A prima vista sembra che alla RAŠKA viene seguita una strategia operaia completamente diversa da quella alla Jugoremedija: mentre qui si lottava contro la privatizzazione, là invece si chiede addiritura che lo Stato trovi un nuovo padrone (privato) per continuare l’attività produttiva. Come è possibile che gli operai di una fabbrica lottano decisamente contro la privatizzazione, mentre in un’ altra è proprio quello che vogliono? L’esempio dimostra in modo lampante che si tratta soltanto della forma con cui viene organizzato lo sfruttamento del lavoro salariato. Se la fabbrica è dello Stato o di un padrone privato, per gli operai non importa chi sta calpestando i loro diritti. Quello che conta invece è come loro riescono ad organizzare la lotta unita e compatta che è significa sempre di più, nella fase attuale di un capitalismo parassitario, una lotta contro la chiusura delle fabbriche. Oggi lo Stato con il suo apparato repressivo non si limita, come una volta, a garantire lo sfruttamento del lavoro salariato, ma sempre più spesso organizza la svendita e lo smantellamento dei mezzi di produzione dei salariati.
È notevole come i casi si rassomigliano: non soltanto nella Iugoslavia „socialista“ di una volta si svendono le fabbriche a prezzi stracciati ai speculatori spuderati, anche nell’Italia “capitalista” lo Stato ha venduto la INNSE al rottamaio Genta per il prezzo di un appartamento a Milano (700'000 Euro). Gli esempi dimostrano quanto siano ingenue e stupide le generiche rivendicazioni di una “nazionalizzazione” delle fabbriche, come se lo Stato fosse l’alleato naturale dei salariati. Al contrario, quasi sempre è proprio lo Stato che si presenta agli operai come nemico diretto con cui si devono battere: alla Jugoremedija “contro la privatizzazione” per far annullare la vendita ad un padrone speculatore, alla RAŠKA “per la privatizzazione”, evitando il fallimento della fabbrica (e quindi le perdita delle loro rivendicazioni) e favorendo la vendita ad un padrone privato per rendere possibile la continuazione produttiva.
L’appello di rispondere alla globalizzazione delle aziende, globalizzando le lotte operaie, rimane vuoto e insignificativo, se non viene seguito da esempi concreti. La visita della delegazione operaia serba non soltanto ha affermato ancora una volta che gli operai di tutti i paesi hanno gli stessi problemi, alla festa delle Officine di Bellinzona ne è diventato anche un bellissimo esempio di solidarietà operaia internazionale. - rth
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 10:03
una bella storia per crescere e preparare tempi nuovi!!!!
La pianista che pregò per Stalin
Emilio Spedicato
(...) Ho avuto la fortuna di studiare pianoforte per nove anni, con una insegnante, Giulietta Irina Zambelli Kirpischeff, di origine russa. Giulietta, di padre italiano e madre nobile russa, era nata a Pskov, all’epoca della rivoluzione bolscevica; la madre era pianista e lei e le due sorelle pure studiarono pianoforte al Conservatorio di Leningrado, diretto per molti anni dal compositore Glazunov (che una volta avuto il permesso di recarsi in Occidente, pensò bene a non ritornare nella Russia sovietica).
Una sorella era avviata alla carriera concertistica, ma nei tragici anni Trenta in cui milioni di persone furono eliminate da Stalin, dal brillante generale Tukachevsky ai contadini ucraini che rifiutavano la collettivizzazione, anche le tre sorelle e la madre fuggirono, credo per qualche tragico motivo di cui la mia insegnante mai volle parlare.
In Italia si sistemarono vicino a Milano. La maggiore continuò in parte la carriera concertistica, divenendo l’esecutrice delle opere pianistiche di Luciano Chailly (...), la minore, Gulitta, fu la mia insegnante; e da lei appresi non solo quanto so di pianoforte, un dono che mi ha accompagnato in giro per il mondo dove suono su qualunque pianoforte trovo, ma tante storie della Russia di un tempo, da quando in inverno i lupi ululavano attorno alla loro casa in campagna, alle vicende politiche del tempo di Lenin e di Stalin.
Una famiglia religiosa, che veniva da una Russia dove oltre il 90% delle chiese furono distrutte o trasformate per altri usi. Dove Lenin dava 100 rubli ai membri di una squadra speciale per ogni pope ucciso, dove i 600.000 popi e monaci di prima della rivoluzione si ridussero a poche migliaia… e da lei, che parlava bene l’italiano ma con il musicale accento russo, appresi questo accento, che mi fu utile quando studiai, purtroppo non quanto avrei voluto, questa lingua complessa e bellissima.
(...) E’ un fatto curioso che quasi tutti i grandi compositori di musica siano uomini, pochissime le eccezioni e di non grandissimo rilievo, come Clara Schumann. Questa straordinaria donna fu moglie di Schumann, grandissimo compositore ma con problemi psicologici e neurologici che lo portarono al manicomio, e fu madre di una decina di figli. Fu concertista numero uno fra le donne del suo tempo e confrontabile con i migliori pianisti uomini, anche autrice di composizioni brevi, ma di grande bellezza e delicatezza, quasi un secondo Mendelsohn.
Perché siano poche le donne compositrici non so spiegare, avendo le donne una sensibilità musicale non inferiore a quella maschile, e possedendo l’orecchio assoluto con maggiore frequenza degli uomini. Ma a livello di esecutrici molte sono le donne, non inferiori in qualità agli uomini.
Fra le grandi pianiste del novecento mi erano note in particolare Alicia de Larrocha, straordinaria interprete mozartiana e della musica spagnola; fu scoperta da Herbert Breslin, il manager di Pavarotti, che dovette insistere per tre anni prima che lei credesse che l’invito a suonare in America non fosse fasullo. E poi Guiomar Novaes, la brasiliana allieva di Backhaus, dalle mani piccole ma dal tocco sensualissimo, esecutrice dei schumanniani Studi sinfonici come da nessun altro ho sentito suonare (Richter disse che mai osò suonare un certo pezzo di Schumann perché il suo maestro Neuhaus lo suonava in un modo insuperabile). E Clara Haskil, la grandissima mozartiana, dal corpo infelice, dalla mente e dal tocco aperti al sublime.
E’ stato con grande sorpresa ed emozione che ho scoperta una grave mancanza nella mia conoscenza dei pianisti, e pianiste, del novecento. La scoperta è iniziata quando, discendendo a piedi dall’Osservatorio di Arcetri verso il centro di Firenze, reduce da un convegno di archeoastronomia, entrai in un negozietto di libri usati e notai l’autobiografia di Shostakovitch. Un autore poco conosciuto da me, non particolarmente apprezzato (forse perché poco ascoltato: lo stesso Shostakovitch dichiara che scoprì la bellezza di Wagner solo dopo averne ascoltato un’opera per nove volte).
Lo comperai vedendo che trattava di vari personaggi dell’era sovietica, interessanti per me, sia per gli aspetti musicali che politici. La lettura dell’opera è stata affascinante. Shostakovitch conosceva ad esempio Tukachevsky, ne era amico e sopravvisse alla fucilazione del generale, che Stalin temeva perché era assai intelligente ed ammirato da tutti. Secondo Shostakovitch, se Tukachevsky non fosse stato eliminato, l’Unione Sovietica non si sarebbe fatta trovare impreparata al momento dell’attacco, imprevisto da Stalin, di Hitler.
(...) E arriviamo a due pianisti di cui Shostakovitch parla con ammirazione, definendoli i più grandi, a parte Rachmaninoff, che era in una classe speciale. Uno è Sofronitsky, morto relativamente giovane, donnaiolo ed uso all’alcol ed alle droghe; nome a me noto, ne acquistai dischi anni fa nell’Europa dell’Est. L’altro è una donna, Maria Yudina, nome per me assolutamente nuovo. Telefono alla mia insegnante Giulietta, lucidissima anche se prossima ai 90, mi dice che li conosceva entrambi, e mi fa presente che l’accento in Judina cade sulla u.
Maria Yudina era ebrea (il nome anche lo fa pensare), nacque nel 1899, morì nel 1971; varie notizie si trovano su internet ed è da poco uscito, a cura di una scrittrice di Russia Cristiana, un libro che parla anche di lei. A vent’anni si convertì al cristianesimo ortodosso, mai sposandosi per dare tutto il suo impegno alla musica ed alla difesa dei valori religiosi. Diplomatasi al conservatorio di Leningrado, ne fu espulsa, e poi da quello di Mosca, perché non aveva paura a proclamare i suoi valori religiosi ed a criticare le scelte antireligiose del regime. Era una pianista straordinaria, la cui tecnica fu considerata insuperabile da Richter, e la cui originalità e profondità di interpretazione la rendevano un mito. Shostakovitch la conosceva bene, la ammirava pur considerandola un po’ stravagante: discutevano spesso dei valori religiosi, lei tentando di convertire lui ateo convinto.
E qui racconto un episodio, riportato da Shostakovitch, che è a parere mio quasi da brivido. Una sera Stalin ascoltò alla radio il concerto K488 di Mozart, dal secondo tempo doloroso e meraviglioso, suonato dalla Yudina. Telefonò alla direzione della radio per avere il disco con la registrazione. Gli dissero che glielo mandavano, ma il concerto non era stato registrato. Allora richiamarono la Judina, che arrivò tranquilla, gli orchestrali, che arrivarono nervosi, ed ebbero bisogno di tre direttori, per trovarne uno che non tremasse come una foglia. Quindi il disco in copia unica arrivò a Stalin. Dopo un po’ la Yudina si vide premiata con il premio Stalin e con 20.000 rubli.
E scrisse questa lettera, citata a memoria da Shostakovitch, che afferma che la Yudina mai mentisse:
«Vi ringrazio, Josip Visarionovich, per il vostro aiuto. Pregherò per voi giorno e notte, chiedendo al Signore di perdonare i grandi peccati che avete commesso nei confronti del popolo e del Paese. Il Signore è misericordioso e vi perdonerà. Il denaro l’ho dato alla chiesa che frequento».
Era una lettera da suicidio. Stalin la lesse e nulla disse. E la mise da parte. E a Yudina nulla accadde. Il disco con il K488 suonato dalla Judina era sul giradischi di Stalin quando fu trovato morto nella sua dacia. Era stata l’ ultima musica che aveva ascoltato.
Potenza della musica e del coraggio di una grande donna. E Dio è misericordioso.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 10:01
Era meglio che parlasse o che tacesse? Ma chi? Laura Sadis. Ma su cosa? Su Incontro democratico. Sì, ma per dire cosa? Per dire che non vede dove sia lo scandalo. Mah, tutto sommato era meglio che tacesse, perché parlando si è tirata addosso un sacco di gabole. E allora noi la facciamo salire, perché ha il coraggio di dire apertamente quello che pensa. Costi quello che costi. Del resto lo ha sempre detto: se mi volete io sono così! Volete scoprire il vero volto del senator Filippo Lombardi? Andate a vedervi la trasmissione ‘Contesto’ (Tsi) di questa settimana. Si è comportato da vero cafone: ha continuato ad interrompere la collega Carobbio ed ha bellamente ignorato i continui richiami del moderatore. Un atteggiamento classico da figlio di papà quando non sa più che pesci pigliare. E allora, il berluschino di Melide, si faccia dare altri soldi dal babbo così potrà acquistare anche la Tsi!
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 10:00
Incontro democratico, buona la prima
Sala stracolma ieri sera al Canvetto luganese per seguire l’appuntamento della neoassociazione
La serata a Lugano è tiepida, dopo tanto freddo, e si direbbe un segno premonitore: la primavera sta davvero arrivando, finalmente. Nel cortile del Canvetto, pochi minuti prima delle 18, numerosi capannelli che indugiano nelle chiacchiere. Si vedono facce note e altre, molte, decisamente sconosciute. Telecamere e microfoni inseguono i soci fondatori per una risposta, una battuta, all’ultima dichiarazione di chi questo ‘Incontro democratico’ proprio non lo digerisce. Poi tutti entrano ad ascoltare Dick Marty e Bernard Bertossa che parleranno di giustizia e politica. Una cosetta mica da niente. Ma restano tutti – almeno un centinaio i presenti – sino alla fine.
Fa un certo effetto al cronista notare uomini e donne con diverse identità politiche, di appartenenza, stare seduti fianco a fianco per seguire un confronto-dibattito sui difficili rapporti fra il mondo giudiziario e il potere istituzionale. Fa effetto in Ticino, dove anche nei paesi più piccoli – persino nei villaggi – la parola d’ordine è boicottare tutto ciò che fa l’avversario politico. Anche se promuove una discussione sul Merlot. E chi trasgredisce viene accolto dall’altra parte come un “marziano” capitato lì per sbaglio. Qui al Canvetto è diverso, ma dire se è davvero una nuova primavera sollecitata da questa associazione trasversale, è decisamente troppo presto.
Il cronista nota comunque che per una volta i deputati, i dirigenti (peraltro in netta minoranza), stanno in platea. Mischiati fra i cittadini comuni. Il palco, verrebbe da dire, è dedicato alla cosiddetta società civile. Ha gioco facile Diego Scacchi, presidente di ‘Incontro democratico’ salutare i convenuti con queste parole: «Tutto funziona nell’ambito dell’associazione. La partecipazione a questa serata è confortante a sostegno degli intendimenti e bontà dell’associazione stessa, e per quanto vogliamo perseguire». Il primo appuntamento – inutile negarlo, molto delicato data l’attesa mediatica – è andato bene, a conferma che c’è voglia di confronto civile, aperto, senza pregiudizi. Il cronista tenta di cadere nel tranello: quanti saranno i socialisti e quanti i radicali qui presenti? Sicuramente in maggioranza i primi, ma fare i conti serve a ben poco perché probabilmente ieri sera c’era anche chi non si sente per forza di qua o di là. Ma vuole esserci per capire di più. Per orientarsi in una società sempre più confusa. Non sono state due ore perse, perché i due relatori hanno affrontato il tema senza peli sulla lingua. Con pareri non sempre concordanti. È politica tutto questo? Certo lo è, ma ha il sapore della primavera.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 09:59
....Il cronista nota comunque che per una volta i deputati, i dirigenti (peraltro in netta minoranza), stanno in platea. Mischiati fra i cittadini comuni. Il palco, verrebbe da dire, è dedicato alla cosiddetta società civile….
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 09:57
Le Ffs cercano dirigenti del traffico ferroviario
I giovani, tra i 18 e i 30 anni, saranno attivi al Cep di Pollegio
Le Ffs cercano nuovi dirigenti del traffico ferroviario per il futuro Centro d’esercizio di Pollegio. La formazione di un anno (con retribuzione al 100%) inizierà in novembre ed è rivolta a giovani tra i 18 ed i 30 anni che possiedono un attestato di fine apprendistato professionale e/o di maturità. Il concorso scade il 9 aprile prossimo.
Un’occasione dunque d’oro per i giovani delle Tre valli che presto vedranno sorgere ‘in casa’ il cosiddetto Periscopio che gestirà il traffico ferroviario delle gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri. In qualità di dirigente del traffico ferroviario il giovane sarà chiamato a controllare tutti i treni in una zona definita facendo sì che l’orario sia rispettato. Cura la comunicazione con partner interni ed esterni, come macchinisti e disponenti di settore delle centrali di dirigenza dell’esercizio e tiene i viaggiatori costantemente informati. Sa prendere velocemente le giuste decisioni. Così facendo riduce al minimo i ritardi. Le Ferrovie stanno cercando persone responsabili, aperte e a cui piace prendere decisioni, che abbiano familiarità con il lavoro allo schermo. Insomma, chi considera il lavoro a orari irregolari e il lavoro nel fine settimana un’opportunità per organizzare con flessibilità il suo tempo libero. Gli interessati devono avere buone conoscenze del tedesco ed aver piacere a lavorare in team.
Ulteriori informazioni telefonando a Giuseppe Gaia allo 051 227 62 67. La documentazione di candidatura completa va inviata come detto entro il 9 aprile al seguente indirizzo: Sbb Ag, Hr Shared Service Center, Mattia Maffezzini, Hammerallee 2, 4601 Olten.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 13-03-10 09:56
Salari meritocratici nelle Ffs?
Berna – Le Ffs stanno pensando di introdurre il salario al merito. L'ex regia vuole riformare il suo sistema salariale che giudica antiquato. La proposta non entusiasma il Sindacato del personale dei trasporti (Sev) che teme salari più bassi. «Il nostro obiettivo è mettere un legame più stretto tra prestazioni e rimunerazione per fare in modo che il buon rendimento sia meglio retribuito», afferma Markus Jordi nel giornale aziendale Corriere Ffs. I salari sono oggi definiti in modo indipendente dal mercato e dal settore: in alcuni le paghe sono troppo alte, in altri troppo basse. Questa disparità salariale inquieta il Sev: quello che Jordi intende, dichiara il portavoce del sindacato Peter Moor, è che i dipendenti di grado inferiore sono troppo pagati e i quadri non abbastanza. «Siamo contrari a una diminuzione degli stipendi del personale che si occupa delle pulizie con il pretesto che sono meglio pagati rispetto al settore privato», afferma Moor
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 12-03-10 11:49
Duecento fuochi in ricordo di Bill
Magliaso, la fiaccolata attraversa quel maledetto passaggio pedonale per cominciare un nuovo percorso positivo
Non è stata organizzata come un secondo funerale. La fiaccolata di ieri sera a Magliaso in ricordo di Bill Arigoni, a un mese da quel tragico giovedì 11 febbraio quando il deputato socialista venne investito e perse la vita a sessant’anni, è stata voluta per «ricordare le cose positive che lui ha realizzato», ha detto il figlio, Alessio Arigoni. E per lasciarsi alle spalle il periodo nero per cominciare un nuovo percorso umano positivo.
Alla manifestazione hanno partecipato circa duecento persone. Torce alla mano, dalla stazione Flp di Magliaso hanno camminato in silenzio, lungo il marciapiede, fino al luogo dell’incidente. Poi, ‘quel maledetto’ passaggio pedonale presso la rotonda è stato attraversato da tutti e le auto hanno dovuto fermarsi. Almeno per un po’. «Questa azione vuole essere un segnale rivolto a tutte le autorità politiche comunali, cantonali e federali – ha proseguito Alessio Arigoni –. Autorità che non hanno fatto nulla in questi decenni per risolvere o almeno migliorare la situazione viaria, rimpallandosi la responsabilità dei fallimenti».
Giunta dall’altra parte della strada al ‘ponte vecchio’, la fiaccolata si è raggruppata attorno ai familiari dell’ex deputato socialista. E il figlio ha voluto rinnovare i ringraziamenti a tutte quelle centinaia di persone ticinesi ma pure provenienti da oltre Gottardo di ogni ceto sociale che hanno condiviso il lutto, manifestato sostegno, testimoniato solidarietà direttamente alla famiglia oppure sul sito internet www.billarigoni.ch in fase di allestimento ma già attivo. Ed ha rievocato alcuni episodi di vita del padre. «Un uomo giusto, appassionato della vita, che nel suo mondo è riuscito a collegare persone con idee molto diverse dalle sue e rappresentanti di tutti i partiti politici – ha ricordato Arigoni –. Fu fra i primi in Ticino a parlare di ecologia. E per questo all’inizio degli anni Ottanta spesso veniva guardato con supponenza e considerato un figlio dei fiori. Possedeva una grande creatività politica». Impossibile rievocare tutte le sue battaglie. Alcune ancora ‘pendenti’, come la rivendicazione per il libero accesso alle rive del lago di Lugano, altre finite con un esito positivo, come i ‘pic-nic anti-nucleari’ organizzati nei Grigioni nel luogo che avrebbe dovuto ospitare le scorie radioattive.
Fra le proposte per ricordare la sua vita, ha aggiunto il figlio, «c’è quella di dedicargli la passeggiata a lago che collegherà Magliaso ad Agno. Si sta pure pensando all’istituzione di una fondazione a suo nome per perorare alcune delle sue battaglie, oppure la creazione di un sito internet che conterrà tutto il suo lavoro politico».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 12-03-10 11:48
Soltanto capitali dichiarati? Bello, ma irreale
La strategia del Consiglio federale lascia perplesse le professioni fiduciarie
Lugano – La strategia tracciata dal Consiglio federale e fatta propria anche dalla maggioranza – per il momento – del Partito liberale radicale svizzero, non fa l’unanimità delle professioni fiduciarie. «Un conto sono i ragionamenti sui massimi sistemi, un altro conto è la realtà», afferma Cristina Maderni, presidente della Federazione ticinese delle associazioni fiduciarie (Ftaf). Stiamo parlando della futura strategia per la piazza finanziaria svizzera immaginata dal Consiglio federale e che ha tra i suoi punti forti l’eliminazione sostanziale della differenza tra frode fiscale, sottrazione d’imposta e il fatto – e sta qui la novità più rilevante – di non accettare più patrimoni esteri non dichiarati al fisco.
In futuro soltanto fondi ‘puliti’ e noti alle autorità fiscali estere dovrebbero poter essere accettati dalle banche svizzere e di convesso da tutti gli intermediari finanziari non bancari operanti in Svizzera.
«Sarebbe bello operare in un mondo più trasparente e soltanto con capitali ‘bianchi’, ma la realtà spesso si discosta molto da quanto auspicato non solo con i clienti esteri ma anche con quelli svizzeri. Ma la parola amnistia a Berna non piace», continua la signora Maderni la quale precisa che i capitali neri, quelli frutto di frode o di reati penali, per intenderci, sono già banditi dalla Confederazione e gli operatori del settore si attengono scrupolosamente alle norme anti-riciclaggio e di compliance tra le più severe al mondo. Fino ad oggi, comunque, persiste questa differenza tra frode fiscale e sottrazione d’imposta (l’evasione fiscale, ndr) e la vicinanza con l’Italia, un’economia a bassa moralità fiscale, hanno favorito la piazza finanziaria ticinese.
«Non possiamo sostituirci ai mancati controlli italiani», aggiunge, auspicando da parte del Consiglio federale «maggiore coraggio nel pretendere una nuova Convenzione contro la doppia imposizione con l’Italia che elimini tutte le cosiddette liste nere nazionali nelle quali è inserita la Svizzera suo malgrado». «Siamo convinti che soltanto con degli accordi internazionali si possa uscire da questa situazione che diventa sempre di più ambigua». «Infine – conclude Maderni – non sarebbe male avere degli obiettivi strategici a medio termine per l’intero settore finanziario svizzero. Obiettivi raggiungibili e che tengano conto di tutte le realtà aziendali e non soltanto dei grandi istituti bancari».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 12-03-10 11:48
Salari ‘abusivi’, iniziativa verso il voto
Bocciata la linea dell’Udc: non passa al Nazionale il controprogetto indiretto. Si decide mercoledì prossimo
da Palazzo federale Edy Bernasconi
)
Berna – Si allungano i tempi per l’esame dell’iniziativa «contro i salari abusivi» promossa dall’imprenditore sciaffusano Thomas Minder. Il Consiglio nazionale non è infatti riuscito ieri a concludere la discussione che riprenderà la prossima settimana, quando l’argomento figura pure all’ordine del giorno del Consiglio degli Stati. È però assai probabile che il dibattito davanti alla Camera dei cantoni, a questo punto, slitti alla sessione di giugno. Tutti si dicono pronti a riconoscere che, come ha dimostrato la vicenda Ubs, vi sono aziende che hanno girato ai loro dirigenti non solo stipendi milionari ingiustificati, ma anche regali sotto forma di “bonus” e di indennità di buonuscita a sei zeri che urtano la sensibilità popolare. È sulle misure da prendere che le forze politiche non riescono a trovare un accordo.
Ieri il Nazionale, a stretta maggioranza, ha accantonato l’idea di integrare l’esame dell’iniziativa nell’ambito della revisione della legislazione sulle società anonime, come chiedeva una mozione d’ordine firmata dal democentrista Hans Kaufmann a nome della minoranza della commissione affari giuridici. La sua proposta è caduta con 101 voti contro 91 e questa decisione porta ad accantonare, almeno momentaneamente, l’ipotesi di un controprogetto indiretto che avrebbe permesso di evitare il ricorso alle urne. L’Udc ha caldeggiato questa soluzione alla luce dell’accordo tra il vicepresidente del partito Christoph Blocher e Minder. Quest’ultimo si è infatti detto disposto al ritiro dell’iniziativa, qualora fossero apportati validi correttivi al diritto societario. A votare per il controprogetto indiretto con l’Udc sono stati solo i Liberali radicali.
I consiglieri nazionali saranno ora chiamati ad esprimersi sull’iniziativa, impegnandosi nel contempo a perfezionare il testo del controprogetto diretto elaborato da una commissione preparatoria, via che gode pure dei favori del Consiglio federale secondo quanto dichiarato da Eveline Widmer-Schlumpf. La frazione dell’Unione democratica di centro appoggerà invece l’iniziativa, anche se a malincuore «perché, fatta eccezione per il fronte rosso-verde, la maggior parte di noi in questa sala è cosciente che il testo proposto è eccessivo e lo ha riconosciuto lo stesso iniziativista» ha affermato il vallesano Oskar Freysinger. Il timore dei partiti borghesi (Plr, Ppd e Pbd) è che, come vorrebbe il testo dell’iniziativa, imponendo il rinnovo annuale dei Consigli di amministrazione e, soprattutto, obbligando le società quotate in borsa a sottoporre all’approvazione degli azionisti l’ammontare delle remunerazioni dei “manager” si corre il rischio di favorire la fuga di aziende importanti. Queste preoccupazioni sono state ribadite, tra gli altri, dal ginevrino Christian Lüscher (Plr), per il quale essere contrari all’iniziativa non coincide necessariamente con l’essere d’accordo con versamenti di somme «sproporzionate e fuori misura». Sarebbe come dire che tutti coloro i quali hanno votato contro l’istituzione dell’avvocato degli animali sono automaticamente favorevoli al loro maltrattamento. Il Plr, a differenza dell’Udc, si impegnerà tuttavia a favore di un controprogetto diretto con contenuti più moderati, onde scongiurare gli abusi senza che lo Stato metta eccessivamente il naso nell’economia privata.
Chi si schiera in modo fermo per l’iniziativa è invece la sinistra insieme ai Verdi. Quanto proposto da Minder «è solo il primo passo» ha così affermato Marina Carobbio-Guscetti. Per la consigliera nazionale ticinese il fatto che vi siano «manager i quali guadagnano 56 volte più del loro ultimo collaboratore» non è semplicemente accettabile. Per questo il Ps non solo sosterrà l’iniziativa Minder, ma rinnova il suo appoggio a quella dei Giovani socialisti che propone, a sua volta, di istituire il principio secondo il quale un alto dirigente non può guadagnare più di dodici volte l’anno quanto percepito dai loro dipendenti di livello salariale più basso. Anche il popolare democratico Meinrado Robbiani ritiene del resto che limitarsi ad aumentare il potere degli azionisti non sia sufficiente.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 12-03-10 11:47
‘Il sostegno pubblico si rivela efficace’
Micro-imprenditor[..] strumenti del Cantone per sostenere la micro-imprenditorialità «pos- sono essere giudicati nel complesso positivamente: si tratta infatti di aiuti concreti che hanno dimostrato la loro efficacia e che hanno permesso la nascita di attività indipendenti scaturite dalla volontà di persone desiderose di realizzare un loro progetto professionale o nella situazione di doversi costruire un nuovo percorso lavorativo». Così il Consiglio di Stato rispondendo a un’interrogazione dei deputati Plr Franco Celio eGiacomo Garzoli.
Considerato che il principale problema, scrive il governo, consiste nell’accesso al credito per importi di entità contenuta, e che questo segmento non suscita tendenzialmente l’interesse del settore bancario tradizionale, «si può affermare che le forme di sostegno garantite dall’ente pubblico rappresentano un valido appoggio per avviare micro-progetti meritevoli e finanziariamente sostenibili».
Significativi i dati forniti dal Consiglio di Stato. Soltanto nel 2009 all’Ufficio delle misure attive della Sezione del lavoro (Dipartimento finanze ed economia) sono state inoltrate 226 richieste che hanno portato all’avvio di ben 81 progetti. Tutte queste nuove realtà imprenditoriali, una trentina delle quali promosse da persone che avevano un’occupazione dipendente, «hanno richiesto e ottenuto il rimborso degli oneri sociali, solo circa la metà ha fatto richiesta anche per la misura dell’accompagnamento tecnico».
Guardando al futuro, prima di ipotizzare un potenziamento del sostegno pubblico alla micro-imprenditorialità «occorre consolidare l’applicazione degli strumenti già esistenti, valutando attentamente i risultati e le reali esigenze del mercato», rileva il governo nella risposta all’atto parlamentare.
Al riguardo il Consiglio di Stato ricorda fra l’altro che, nell’ambito del Decreto legislativo concernente lo stanziamento di un credito quadro di 19,5 milioni per attuare misure di politica regionale cantonale complementari alla politica regionale della Confederazione, il Cantone ha previsto lo stanziamento di 500 mila franchi a favore di ciascuno dei quattro costituendi Enti regionali di sviluppo «proprio per il sostegno di micro-progetti».
Il governo segnala inoltre l’«interes- sante» progetto “fondounimpresa.ch”, dedicato all’autoimprenditorialità e strettamente legato alla formazione professionale. Un progetto nato dalla collaborazione fra la Scuola professionale artigianale e industriale di Lugano-Trevano e la Fondazione Ecap, con il sostegno del Cantone e della Confederazione.
|
|
|
|
|