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Thursday, 11-03-10 08:28
Helsana eliminerà oltre 500 posti di lavoro
Il numero uno dell’assicurazione malattia alle prese con una ristrutturazione
Zurigo – Profonda ristrutturazione in vista presso Helsana: il più grande assicuratore malattia elvetico prevede di sopprimere 500 posti di lavoro entro il 2012, con l’obiettivo di risparmiare 80 milioni di franchi l’anno. I contorni precisi della manovra saranno elaborati nelle prossime settimane, si legge in una comunicazione interna all’azienda. Contattato dall’Ats, un portavoce non ha voluto fornire dettagli.
Nel messaggio inviato agli impiegati la direzione motiva la misura con la necessità di tagliare i costi di esercizio, ritenuti di circa il 10% superiori a quelli medi del settore, migliorando così la sua concorrenzialità. Una parte della riduzione del personale dovrebbe avvenire attraverso la fluttuazione naturale. Attualmente la società impiega 3200 dipendenti.
Nella nota interna Helsana scrive anche che l’ottimizzazione dei costi – sia sul fronte del personale, sia in altri settori – si impone in un’ottica di rispetto della clientela. Dagli altri attori presenti nel settore della salute la cassa esige che tengano sotto controllo i costi: per evitare di perdere credibilità si deve quindi fare ordine anche in casa propria.
Che qualcosa si stesse preparando era già emerso nella conferenza stampa di bilancio a fine gennaio, quando la società aveva fatto sapere di voler «valutare in modo critico» i costi nel corso dell’anno.
I cambiamenti si faranno presto sentire anche a livello dirigenziale: come già noto da novembre, il primo luglio il capo delle finanze Daniel H. Schmutz subentrerà all’attuale presidente della direzione Manfred Manser, da 15 anni ai vertici del gruppo.
Nel 2008 Helsana era pesantemente sprofondata nelle cifre rosse, subendo una perdita di 215 milioni di franchi: l’anno seguente ha ridotto la perdita a 58 milioni, ma premi e spese d'esercizio sono rimasti sui livelli del 2008. Nello spazio di dodici mesi i fondi propri sono scesi da 816 a 758 milioni di franchi e la quota di capitale proprio si è contratta dal 15 al 13,8%.
Helsana si è così vista costretta ad aumentare sensibilmente i premi: +9,3% in media nel 2010 per l’assicurazione di base. Questa correzione ha causato la partenza di circa 165 mila assicurati. La compagnia rimane comunque la numero uno del settore, con quasi due milioni di affiliati.
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Thursday, 11-03-10 08:27
Il Nazionale lima i tagli ai disoccupati
Sinistra e sindacati mantengono tuttavia aperta la minaccia del referendum
da Palazzo federale Silvano De Pietro
Le schiarite all’orizzonte della congiuntura economica «non cambiano il fatto che continuiamo ad avere un alto tasso di disoccupazione con decine di migliaia di senza lavoro». Così ha sintetizzato ieri in Consiglio nazionale il presidente dell’Unione sindacale svizzera, il socialista sangallese Paul Rechsteiner. La situazione peggiorerà, ha aggiunto, se non si aiuteranno i giovani, invece di risparmiare riducendo loro le prestazioni dell’assicurazione contro la disoccupazione. Questo ed altri appelli simili hanno infine ottenuto che la Camera del popolo seguisse gli Stati nell’allentare la pressione sui disoccupati.
Il dibattito della sessione straordinaria dedicata dal Nazionale al tema disoccupazione, non ha segnalato alcuna novità nelle posizioni dei partiti. Naturalmente la sinistra, nel difendere la necessità di dare maggiore sostegno ai senza lavoro, ha sfruttato l’effetto della votazione popolare di domenica scorsa relativa al secondo pilastro, per rendere più credibile la minaccia di referendum contro la revisione della legge sull’assicurazione disoccupazione (Ladi).
«Quello che state qui rappresentando è un massacro delle prestazioni dell’assicurazione disoccupazione», ha tuonato il socialista sciaffusano Hans-Jürg Fehr rivolto «ai gruppi borghesi». «È un attacco frontale ai giovani», ha continuato, «è ingiusto, intollerabile, inaccettabile. Per questo abbiamo deciso il referendum. Suppongo – e in questo traggo speranza dal risultato della votazione di domenica scorsa – che dopo il furto delle rendite verrà respinto anche il furto delle prestazioni da voi organizzato».
Va bene la propaganda, ha replicato a Fehr la ministra dell’economia Doris Leuthard, «ma si dovrebbe anche rimanere sul terreno della realtà». Un richiamo che in definitiva è parso però diretto prorprio contro i parlamentari dell’Udc che avrebbero voluto mantenere la riduzione delle indennità per i disoccupati di lunga durata. Questo modello, ha invece sostenuto il Ppd, comporta un grave rischio d’ingiustizia, poiché la riduzione delle prestazioni ad un numero fisso di giorni non tiene conto delle situazioni individuali. E non è scientificamente provato che questa misura induca a ritrovare un impiego, ha aggiunto la consigliera federale.
Ago della bilancia s’è dunque rivelato il Ppd, che seguendo questa linea di attenzione verso un trattamento più equilibrato di chi rimane disoccupato, ha permesso al Nazionale di rinunciare al termine d’attesa di 260 giorni per gli studenti che non trovano un impiego al termine della formazione. Ed anche il limite di 260 giorni di indennità per chi ha meno di 30 anni e non ha figli, è stato respinto. In ogni caso, ha aggiunto Leuthard, se hanno pagato i contributi a lungo come tutti gli altri, non è giusto che siano svantaggiate.
Le posizioni dei partiti sono comunque rimaste distanti. Così, se per il Plr «una buona politica economica è il migliore strumento per prevenire la disoccupazione», come ha sostenuto il radicale vodese Charles Favre, per gli ecologisti ci vorrebbe invece un quarto programma congiunturale a sostegno dell’occupazione. «Questa discussione è un aiuto al suicidio», ha detto l’ecologista bernese Alec von Graffenried, «a prescindere se questa riforma verrà affossata nelle votazioni finali [tra una settimana, ndr] o poi col referendum».
Il dossier ritorna per la terza volta al Consiglio degli Stati, poiché rimane una divergenza relativa alla comunicazione dei dati sui disoccupati stranieri.
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Thursday, 11-03-10 08:26
UNA MONETA UNICA? MR. MEDVEDEV L'AVEVA MOSTRATA...
al G-8 dell’Aquila il presidente russo Dmitri Medvedev già mostrò un prototipo di moneta comune. Tra l'altro...la Banca Centrale russa sta aumentando regolarmente le sue riserve in oro, probabilmente per superare il 10% rispetto alle valute cartacee che ha in cassaforte. (http://truthingold.blogspot.c[..]
Ma...una eventuale moneta mondiale, obbligherebbe anche ad una omogeneizzazione mondiale (di condizioni economiche e costumi sociali). Nella storia... quando il Sud agricolo fu omologato al Nord industriale, alla America costò la sanguinosissima guerra civile.
"Dobbiamo uscire da questa transizione il più presto possibile verso un sistema monetario globale più stabile e meno affidamento sul dollaro. Ci saremo dietro per dieci anni, la questione è decidere come ne usciremo». Martin Wolf, direttore del Financial Times (What Will the World Reserve Currency System Become? The Stakes Are Enormous).
Come già accadde a noi con l'Euro...quando viene imposta una moneta unica, la nazione-popolo perde la sua sovranità e qualcun altro controlla (ubi maior minor cessat...). Ai "controllati" resta - come ad esempio nel presente il caso "Grecia"- o truccare i bilanci o sottomettersi oppure "vendere". I Tedeschi - ubi maior nel nostro caso europeo- che NON sono famosi per il loro umorismo, per risolvere il deficit greco, hanno proposto la vendita dei gioielli greci, le isole: perchè non cominciare da Corfù?
(http://www.swissinfo[..] questione è tutt'altro che semplice...
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Thursday, 11-03-10 08:25
Piano dettaglio - Accordo Italia U.S.A. sul Clima:
http://www.scribd.com/[..] Pagina 38 si legge:
WORKPACKAGE 10: Esperimenti di manipolazione degli ecosistemi terrestri
Questo Workpackage ha come obiettivi:
1. lo sviluppo di nuovi sistemi per la realizzazione di esperimenti di manipolazione dell'ecosistema che permettano di esporre la vegetazione a condizioni ambientali simili a quelle attese in scenari di cambiamento globale;
2. lo studio, l'analisi e la comprensione dei principali meccanismi di risposta della vegetazione e degli ecosistemi mediterranei ai diversi fattori di cambiamento (temperatura, precipitazioni ed aumento della concentrazione di CO2 atmosferica);
3. la quantificazione degli effetti complessivi del cambiamento sulla produttività e sulla vulnerabilità degli ecosistemi (fertilizzazione da CO2, variazione della disponibilità idrica ed aumento di temperatura).
In dettaglio le attività saranno:
1. l'esecuzione di attività di ricerca eco-fisiologica su diversi siti sperimentali italiani dove vengono modificate artificialmente le condizioni ambientali a cui è esposta la vegetazione
2. l'approfondimento e la migliore conoscenza dei meccanismi di risposta delle piante attraverso la misura diretta dello scambio gassoso in condizioni di pieno campo
3. la verifica in campo di ipotesi sviluppate nell'ambito di esperimenti di laboratorio
4. la progettazione di tecnologie per la manipolazione delle condizioni ambientali con particolare riferimento al controllo della temperatura e della concentrazione atmosferica di CO2.
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Wednesday, 10-03-10 19:18
per chi e interessata/o inviare una busta affrancata con il proprio indirizzo + 1cd vergine a rangoni piergiorgio-cp35-6618arcegno per ricevere la registrazione in mp3 degli esposti presentati in pittureria sabato 6 marzo (2o anniversario dello sciopero delle officine di bellinzona).si tratta di + di 3 ore di ascolto.
non perdete questa preziosa opportunita!
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Wednesday, 10-03-10 13:54
In data 8 marzo scrissi:
“cara signora sadis presto ricevera lo studio della supsi sul polo tecnologico di bellinzona e dintorni.quale cittadino e sostenitore delle officine spero che vorra accoglierlo con il massimo impegno!
sabato,speravo di vederla in pittureria come ai vecchi tempi ma con il carico che ha sulle spalle non le e sicuramente possibile essere presente in ogni luogo.ho registrato tutti i dibattiti e se le interessano gliene faccio volentieri una copia.
si sono ascoltate e dette molte cose IMPORTANTI!
un caro saluto da piergiorgio rangoni”
e in data 10 marzo risponde:
“Egregio Signor Rangoni,
la ringrazio per il suo messaggio.
Effettivamente non mi è possibile andare sempre dove vorrei, nemmeno il sabato!
Comunque per quanto attiene allo studio di approfondimento conferito alla SUPSI sappia che lo seguo personalmente con i miei collaboratori per conoscere le tappe evolutive.
Avrà capito che non tendo a dare risonanza a tante cose che faccio / facciamo, ma l’importante è fare e chiacchierare meno in politica.
Con un cordiale saluto.
Laura Sadis”
…con un mio grazie:
“cara signora grazie per la sua risposta!
le auguro e vi auguro di farcela nel miglior bene per tutta la comunita ben rappresentata dal popolo delle officine.
ogni bene da Piergiorgio”
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Wednesday, 10-03-10 10:34
Una fiaccolata in onore di Bill
Appuntamento domani a un mese dalla tragica morte
Una fiaccolata per ricordare che è passato un mese dalla tragica morte di Bill Arigoni, investito da un’auto sulle strisce pedonali presso la rotonda di Magliaso. È lo stesso figlio Alessio, con la famiglia e gli amici, ad annunciare l’organizzazione di una manifestazione in onore del padre. Il ritrovo è fissato per domani sera, 11 marzo, alle 20 alla stazione Flp di Magliaso, da dove partirà una camminata fino al luogo dell’incidente. Nell’invito viene raccomandato l’uso dei mezzi pubblici ed eventualmente la condivisione dell’auto su www.liberalauto.ch. Fiaccole e candele sono benvenute all’evento che si terrà anche in caso di pioggia.
Intanto attorno alla figura del deputato socialista non diminuiscono, anzi crescono, gli attestati di stima e riconoscenza per le battaglie condotte senza risparmiarsi mai. «Centinaia e centinaia le testimonianze di affetto, solidarietà e partecipazione al dolore – scrive Alessio – sono state indirizzate ai famigliari. Vi si leggono parole eccezionali su quell’uomo che al cospetto di tanta ammirazione si sarebbe certamente imbarazzato. La lista provvisoria di coloro che hanno dato un segno di vicinanza si trova sul blog all’indirizzo www.billarigoni.ch».
In questo sito internet – altro progetto in cantiere – dovrebbe confluire la testimonianza su tutto il lavoro politico condotto dal granconsigliere. Ma non solo: «Vi è l’idea di intitolare a Bill Arigoni la futura passeggiata a lago con pista ciclabile che andrà da Agno a Magliaso. Una causa perorata per l’impegno che, dagli anni 80, Bill ha profuso per la salvaguardia delle acque del lago Ceresio e per l’accessibilità delle sue rive a tutta la popolazione. Vi sono poi altre idee, come l’istituzione di una fondazione a suo nome per perorare alcune delle sue lotte, oppure l’istituzione di un premio “Bill Arigoni” per le questioni sindacali». Hasta siempre, come ricorda il blog.
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Wednesday, 10-03-10 10:34
Bellarena, l’Acb sospende le trattative
Giulini taglia i ponti con la società Hrs: ‘Manca la fiducia, preponderante il no cantonale su via Tatti’
Progetto Bellarena: cala il gelo fra il presidente dell’Acb Gabriele Giulini e la Hrs Real Estate Sa, gruppo turgoviese specializzato nella costruzione di centri commerciali e infrastrutture sportive con cui i vertici del Bellinzona calcio, del Patriziato di Carasso proprietario del terreno in via Tatti e il Municipio cittadino lo scorso 24 giugno, avevano siglato una dichiarazione d’intenti con l’obiettivo di realizzare uno stadio all’altezza della massima serie calcistica.
In risposta a una recente lettera che la Hrs aveva inviato a Giulini, quest’ultimo il 5 marzo tramite il proprio legale, avvocato Fabio Abate ha scritto a Christian Peter, direttore della società di Frauenfeld, dicendogli che «la realizzazione di un nuovo stadio e il conseguimento dell’obiettivo entro tempi ragionevoli (secondo l’Associazione svizzera di football occorre una domanda di costruzione valida entro la primavera 2011 affinché all’Acb sia concesso di restare in Super League) non possono prescindere dal pieno rispetto dell’attuale quadro normativo. A tal proposito gioca un ruolo determinante la posizione dell’Autorità cantonale». Detto altrimenti: perché insistere su via Tatti se il Cantone ha già pronunciato e ribadito il proprio ‘niet’ verso l’insediamento in quel comparto di un grande attrattore di traffico quale può essere uno stadio con centro commerciale annesso? Come riferito ieri da TeleTicino, Giulini nella lettera “si interroga sulla possibilità di mantenere i contatti con Hrs, poiché non sembra sussistano le premesse per instaurare un solido rapporto di fiducia”. Qualcosa fra le parti dev’essersi rotto, altrimenti non si spiegherebbe il tono usato. In conclusione, Giulini “deciderà se e come prendere ancora contatto con voi”.
Venti righe in tutto che lasciano intendere come l’Acb abbia il solo e unico interesse a fare in modo di avere la domanda di costruzione pronta fra un anno. In questo senso buoni auspici giungerebbero da Castione dove si prospetta la realizzazione di una città-mercato, sotto il marchio del gruppo italiano Policentro, con tanto di stadio inglobato e una maggiore propensione cantonale ad accettarne l’insediamento.
A Sant’Antonino, ricordiamo, vi sarebbe la terza via rappresentata dalle mire della vodese Arco Real Estate Development, che avrebbe trovato i partner commerciali interessati ad insediarsi nell’imponente complesso (stadio, negozi e hotel) ma che deve pure fare i conti con la Zona di pianificazione, la quale blocca ogni edificazione fino a quando uno studio – appena iniziato e della durata di sei mesi – dirà se in quella zona commerciale, forse già satura, si potrà ancora costruire o no.
Abbacchiati il sindaco di Bellinzona Brenno Martignoni e il capo dicastero pianificazione Filippo Gianoni. «Giulini infatti tronca i contatti con Hrs senza nemmeno informare il Municipio che è parte in causa», rileva il primo: «E questo proprio quando lo stesso Esecutivo – nonostante, lo ricordiamo, il parere negativo del Cantone – ha da tempo avviato una lunga e onerosa procedura di variante di Piano regolatore per via Tatti includendo anche lo stadio. Comunque, in definitiva, l’importante è che l’Acb abbia uno stadio col quale restare in Super League. Se sorgerà a Castione – conclude Martignoni – per me va anche bene».
La Romantica di Melide è di Nazarbaiev
La famiglia al potere in Kazakistan l’avrebbe acquistata per 8,5 milioni
La Romantica di Melide, lo storico edificio dell’Ottocento, passa nelle mani della famiglia Nazarbaiev, al potere in Kazakistan. Secondo quanto riferito ieri dal Tg della Tsr, il genero del presidente Noursoultan Nazarbaiev avrebbe acquistato, in tutta segretezza, lo stabile. Timur Kulibayev, uno degli oligarchi più potenti e influenti del paese asiatico, avrebbe proceduto alla compera attraverso un’elaborata manovra finanziaria. Infatti la stessa dimora è stata in un primo tempo acquistata da Behgjet Pacolli, l’uomo d’affari d’origine kosovara, che avrebbe funto da “prestanome”. Dietro, sempre stando a quanto riferito dall’emittente romanda, si sarebbe infatti celato Kulibayev, marito della primogenita dell’uomo forte del Kazakistan. Il prezzo dell’operazione ammonterebbe a 8,5 milioni di franchi. Il tutto senza che, sul registro di commercio, figurasse traccia del vero nome del nuovo proprietario. L’operazione è stata conclusa grazie alla Stott Limited, una società offshore basata nelle Isole Vergini britanniche. Ed anche in questo caso, dietro la Stott si nasconde la Transasian Oil, società controllata da Kulibayev attraverso un uomo di fiducia di origine indiana. Nel 2008, le sorti della Romantica erano state oggetto di diversi atti parlamentari da parte di legislatori locali, preoccupati dalle voci di una possibile vendita dell’immobile ad una società fantasma estera. Timori dei quali era stato messo al corrente, via lettera, anche il governo e che riguardavano soprattutto la possibile demolizione della signorile dimora. Il tutto per far spazio ad un enorme palazzo. Diverse opposizioni avevano però convinto i nuovi proprietari a desistere dall’idea di abbattere la Romantica. Il destino dell’immobile, a questo punto, sembra piuttosto orientato verso una trasformazione in albergo di lusso.
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Wednesday, 10-03-10 08:50
Dopo Alptransit anche il supercomputer parla tedesco
La Ssic scrive al Poli di Zurigo per una gara d’appalto pure in italiano
«Per essere giuridicamente determinanti, la documentazione di gara e l’offerta per l’appalto d’impresa generale per la costruzione Lca del nuovo Supercomputing Center a Lugano devono essere redatte in lingua tedesca». Questo è quanto è balzato agli occhi della sezione ticinese della Società svizzera impresari costruttori (Ssic) leggendo il bando di concorso apparso sul sito Simap il 26.02.2010. Detto in altre parole, secondo il Politecnico di Zurigo per poter concorrere per la costruzione edile della nuova casa luganese del supercomputer federale bisogna che le scartoffie siano debitamente compilate in tedesco.
Questa decisione «ha parecchio stupito» la Ssic, la quale ha preso carta e penna e ha scritto al Politecnico poiché ritiene che, anche se non esplicitamente sancito da una legge, «gli atti di appalto, l’offerta e il contratto di una costruzione eseguita in Ticino, debbano essere in lingua italiana».
Un’affermazione avvalorata, per gli impresari costruttori, da quanto espresso dal Tribunale Federale nella causa tra la stessa Ssic sezione Ticino e Alptransit San Gottardo riguardante la lingua contrattuale del bando di concorso per opere sotterranee della galleria di base del Ceneri. Pur non essendo entrato nel merito della vertenza, il tribunale ha infatti rilevato che: “Di per sé, il tema della lingua del contratto concluso in seguito ad una gara d’appalto indetta da un ente riconducibile alla Confederazione non è invece di poco conto. Esso tocca infatti la questione sensibile del quadrilinguismo e del rispetto delle lingue minoritarie da parte delle autorità federali”. Non un obbligo dunque, ma lo sprone quantomeno ad avere un’attenzione particolare verso la difesa del quadrilinguismo. Sulla base anche di queste considerazioni espresse dalla massima carica giudiziaria federale, la Ssic chiede «cortesemente un maggior rispetto di questa problematica», e l’ammissione quale lingua di concorso e di contratto, anche l’italiano.
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Wednesday, 10-03-10 08:49
‘Attendiamo il rapporto Supsi’
La Gestione sulle Officine Ffs: lo studio è fondamentale
La Commissione della gestione del Gran Consiglio, come peraltro lo stesso Consiglio di Stato, attende il rapporto Supsi sul futuro delle Officine Ffs di Bellinzona. Solo a quel punto potrà esprimersi sull’iniziativa popolare che chiede la creazione di un Polo tecnologico-industriale nel settore dei trasporti pubblici. È quanto precisa una nota della Gestione che ieri ha preso posizione su un articolo pubblicato da laRegione Ticino; nel servizio in questione si scriveva che l’iniziativa citata è ferma da due anni nei cassetti dei commissari parlamentari. Cosa peraltro vera, seppur con le precisazioni sopra riportate.
La Gestione desidera puntualizzare «che in data 9 dicembre 2008 ha ricevuto una delegazione dei rappresentanti del Comitato “Giù le mani dall’Officina” e il prof. Rudel della Supsi, i quali hanno avuto ampio spazio per esporre l’iniziativa popolare cosí come tutte le indicazioni e le richieste del caso». La Gestione ne ha preso atto, così come è venuta a conoscenza dell’incarico affidato dal governo alla Supsi per allestire uno studio teso a verificare la fattibilità della proposta contenuta nell’iniziativa.
La Commissione – si aggiunge – ha quindi concordato con gli iniziativisti che avrebbe proseguito l’approfondimento della materia in base ai risultati dello studio citato: «Quest’ultimo, non ancora in possesso della Commissione, è fondamentale per affrontare un esame serio dell’iniziativa». Dunque si attende il rapporto Supsi che dovrebbe essere in dirittura d’arrivo. Sempre ieri la Gestione ha sottoscritto il rapporto di Saverio Lurati che accoglie parzialmente un’iniziativa di Gianni Guidicelli sulle modifiche alla Legge per l’innovazione economica ed un secondo, sempre di Lurati, sulla mozione Ghisletta riferita alla cassa malati svizzera dei frontalieri. Iniziato anche il dibattito sulla riforma della Lord (la legge che regola i rapporti con i dipendenti dello Stato): le conclusioni sono attese entro giugno.
Nota a margine. Attilio Bignasca è tornato o no in Gestione? «No, questa mattina (ieri, ndr) ero presente nella sottocommissione logistica, presieduta dal vicepresidente, per spiegare delle cose» ci dice il diretto interessato. Insomma, la polemica col presidente Raoul Ghisletta continua.
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Tuesday, 09-03-10 21:35
INVICTUS
All'età di 12 anni, Henley rimase vittima della tubercolosi. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che lo costrinse all'amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all'età di 53 anni.
La poesia "Invictus" fu scritta proprio sul letto di un ospedale.
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
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Tuesday, 09-03-10 21:12
"cara signora sadis presto ricevera lo studio della supsi sul polo tecnologico di bellinzona e dintorni.quale cittadino e sostenitore delle officine spero che vorra accoglierlo con il massimo impegno!
sabato,speravo di vederla in pittureria come ai vecchi tempi ma con il carico che ha sulle spalle non le e sicuramente possibile essere presente in ogni luogo.ho registrato tutti i dibattiti e se le interessano gliene faccio volentieri una copia.
si sono ascoltate e dette molte cose IMPORTANTI!
un caro saluto da piergiorgio rangoni"
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Tuesday, 09-03-10 11:48
Più che un Polo, un’unione di forze
Officine, Arnoldo Coduri (Dfe) ribadisce il sostegno del Cantone al progetto: con Bellinzona pure Biasca, Chiasso e Supsi
DELDA
«Il sostegno c’è sicuramente, ma bisogna prima vedere quello che si vuole mettere sul tavolo. Ed è appunto per questo che abbiamo chiesto la consulenza di specialisti». Il direttore della Divisione dell’economia Arnoldo Coduri rimette il treno sui binari: il Cantone crede nelle Officine Ffs di Bellinzona e si impegnerà affinché il Polo tecnologico-industriale venga realizzato. In quale forma e con quali partner è ancora da valutare. È questa la risposta alle critiche espresse sabato dal professor Roman Rudel in occasione del dibattito svoltosi in pittureria in occasione dei festeggiamenti per il secondo anniversario dello sciopero (si veda laRegione di ieri).
In breve: il geografo aveva biasimato la mancanza di volontà politica e l’assenza di sinergie con il mondo accademico e della ricerca per effettivamente creare sul sedime dello stabilimento industriale un centro di competenza e di innovazione nel settore del trasporto pubblico. Un progetto fondamentale per garantire un futuro solido e concreto al sito cittadino e il cui studio di fattibilità allestito dalla Supsi (Roman Rudel ne è stato il coordinatore) e costato 100 mila franchi verrà consegnato entro la fine di aprile al governo. E verosimilmente verrà discusso durante la tavola rotonda in programma al Museo dei trasporti di Lucerna il prossimo 28 maggio.
Ieri mattina, intanto, vi è stato un ulteriore incontro tecnico fra i membri del gremio e la consigliera di Stato Laura Sadis nonché i suoi più stretti collaboratori. Il gruppo di lavoro ha illustrato le conclusioni al quale è giunto sulla base dell’analisi dei punti di forza e di quelli deboli nonché dei possibili scenari sui quali vorrebbe fare degli approfondimenti. Un summit che ha fatto seguito al pre-rapporto di 200 pagine trasmesso prima di Natale e che conteneva una ‘radiografia’ della situazione attuale.
‘Un centro di competenza
multipolare’
«[..] Polo tecnologico-industriale non ha senso a Bellinzona. Gli spazi sono quelli che sono, oltretutto in pieno centro città. Di questo sono perfettamente coscienti anche Roman Rudel e gli altri ricercatori – afferma Arnoldo Coduri –. Piuttosto si deve parlare di un centro di competenza o di una struttura multipolare, dove accanto alle Officine ci potrebbero essere pure la stazione merci di Chiasso, il comparto di Biasca (che sta cambiando volto con Alptransit, ndr.) e la futura Centrale d’esercizio di Pollegio che gestirà il traffico ferroviario delle gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri, e la Supsi che ha competenze che devono e possono essere integrate. Un parco tecnologico presuppone poi che ci siano delle aziende che operano sullo stesso mercato e che si possano sviluppare attorno (ad esempio le Ferriere Cattaneo di Giubiasco o la Casram di Mezzovico, ndr.)».
Il 2 aprile 2008 è un giorno che è entrato nella storia del nostro Cantone. Per la prima volta il Consiglio di Stato in corpore è sceso in piazza fianco a fianco dei cittadini per manifestare il suo appoggio alla lotta degli operai delle Officine. Due giorni prima il Comitato di sciopero aveva depositato alla Cancelleria dello Stato il testo dell’iniziativa popolare per dar vita al Polo tecnologico-industriale. In pochi giorni furono raccolte 15 mila firme, il doppio di quelle necessarie che furono consegnate dopo qualche settimana. Due date significative che testimoniano quanto politica e popolo fossero in quel periodo di mobilitazione e di rivendicazione uniti come mai forse lo erano stati nella Svizzera italiana.
‘Nel mercato c’è interesse
per nuovi servizi’
A distanza di due anni l’iniziativa è ancora ferma nei cassetti della Commissione granconsiliare della gestione e tutti si chiedono quando si potranno finalmente gettare le fondamenta per la creazione del polo. Stessa sorte per la mozione presentata dal deputato indipendente nonché sindaco della Turrita Brenno Martignoni che persegue i medesimi obiettivi. «Appunto perché il Cantone attende le risultanze dello studio per capire cosa c’è oggi e quali potrebbero invece essere le prospettive – osserva il nostro interlocutore che ha partecipato a quasi tutte le tornate della Tavola rotonda a fianco della delegazione del Governo –. Prospettive più che buone direi, visto che nel mercato ferroviario sembrerebbe esserci interesse per nuovi servizi. La volontà politica, quindi c’è, eccome». Personale qualificato
e know-how
La trasformazione in un parco dove verranno sviluppati nuovi servizi ed attività di ricerca ed innovazione nel campo della gestione e della manutenzione dei vettori di trasporto è indispensabile per consentire allo stabilimento di esserci anche dopo il 31 dicembre 2013. Giorno in cui scadrà il piano industriale firmato dalle parti il 28 novembre 2008 che prevede che le Ffs Cargo e le divisioni viaggiatori e infrastrutture facciano eseguire la manutenzione pesante (locomotive e carri merci) alle Officine. Per ovviare alla possibile perdita del principale cliente, il sito si sta già guardando in giro nel tentativo di acquisire ordini e commesse da parte di terzi di modo da aumentare in modo durevole la propria produttività rispondendo alle esigenze della clientela internazionale. In quest’ottica il Comitato di sciopero ha già ottenuto dall’ex regia il potenziamento dell’ufficio vendite che dal 1° dicembre ha raddoppiato le sue unità.
D’altronde le premesse ci sono tutte. A Bellinzona vi è personale qualificato ed il know-how per eccellere anche al di fuori dei confini nazionali. A ciò si aggiunga la posizione strategica sull’asse nord-sud che con l’inaugurazione della galleria di base del Ceneri fra sei anni sarà ancora più trafficato e la presenza sul nostro territorio di istituti universitari e di ricerca. Stando all’iniziativa la gestione del Polo verrebbe affidata ad una società composta da Ticino e Grigioni, dalla Confederazione, dalle Ffs e dai Comuni.
Collaborazione con l’ex regia
‘Le Ferrovie sono indispensabili’
Sostegno al Polo tecnologico-industriale, dimostrando la disponibilità ad entrare in discussione, è stata espressa anche dalle Ferrovie. In una lettera datata 28 novembre 2008 (giorno in cui fu decretato il passaggio delle Officine dalla divisione Cargo a quella Viaggiatori) – firmata dall’allora presidente del Consiglio d’amministrazione Thierry Lalive d’Epinay e dal direttore dell’ex regia Andreas Meyer – si evidenziava come le Ffs si ‘confrontano positivamente con l’idea di parco tecnologico nel trasporto su rotaia, in particolare per il traffico merci. Tuttavia la realizzazione dipende da misure politiche e per questo la politica deve assumersene la gestione’. «Il Cantone non può certo acquistare le Officine di Bellinzona. Quello che si vuole fare è creare qualcosa assieme alle stesse Ferrovie per approfittare delle competenze presenti nel sito industriale e sviluppare dei settori che finora non sono mai stati approfonditi. È un discorso, dunque, che deve essere portato avanti in collaborazione con l’ex regia e di transenna con la Confederazione», specifica il direttore della Divisione dell’economia Arnoldo Coduri.
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Tuesday, 09-03-10 11:47
È la Svizzera il Paese più innovativo
La Confederazione guida la classifica degli investitori in ricerca e sviluppo
Berna – La Svizzera risulta essere il Paese più innovativo a livello mondiale secondo un’indagine effettuata nel 2008 dal Centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo (Kof), i cui risultati sono stati pubblicati ieri dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco). La debolezza della congiuntura potrebbe avere tuttavia un impatto negativo sull’innovazione, compromettendo il potenziale di crescita a medio termine, temono gli autori del sondaggio.
Nel confronto mondiale, secondo il Kof, i Paesi più innovativi d’Europa occupano i primi posti della classifica (Svizzera, Svezia, Finlandia), seguiti da Israele, dagli Usa e dal Giappone.
I principali punti di forza della Confederazione sono l’elevata quota di imprese che investono nell'innovazione e nella ricerca e sviluppo (R&S) nonché la conversione delle novità in prodotti e servizi di mercato. La performance è un po’ meno buona, invece, per quanto riguarda il volume dei fondi destinati all'innovazione e R&S. L’asso nella manica del sistema elvetico è costituito dalla presenza di un settore Pmi particolarmente innovativo e contemporaneamente a un numero considerevole di multinazionali che investono somme ingenti in R&S.
Il sondaggio – che si svolge ogni tre anni su mandato della Seco – è stato effettuato nell’autunno 2008, poco prima del crollo dell’economia presso 6 mila imprese, si legge in un comunicato.
La Svizzera si è classificata ancora in prima posizione, ma il suo distacco si è ridotto, sottolinea la Seco. Negli ultimi dieci anni, diversi Paesi dell’Unione europea (Ue) hanno recuperato terreno nei confronti della Confederazione, in particolare la Finlandia, ma anche la Danimarca, il Belgio e la Germania.
D’altro canto con l’inizio del 2000 la capacità innovativa dell’industria elvetica e, poco dopo, del settore dei servizi si è assestata a un livello nettamente inferiore a quello in cui si situava nei primi anni Novanta, rileva la Seco. Il calo ha interessato sia la quota di imprese che realizzano innovazioni sia il volume del denaro investito a tal fine. Da allora il vantaggio della Svizzera si è però stabilizzato.
Un problema strutturale è costituito dalla carenza di personale altamente qualificato, nonostante il forte afflusso di forza lavoro dall’Unione europea.
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Tuesday, 09-03-10 11:46
Ci sono opinioni politicamente scorrette
di Silvano Toppi
Ci sono opinioni politicamente scorrette. Anche nella nostra repubblica.
Dire, ad esempio, che le imposte non vanno diminuite ma piuttosto aumentate. Si rischia la fucilazione. Tanto più che se c’è un modo certo per guadagnarsi l’elettorato o gli ambienti economici, lo si trova proprio nella promessa di sgravi fiscali.
Dire ancora, ad esempio, che non è il maggior valore attribuito ad un finanziere che ci salva ma quelli prodotti da una maestra dell’infanzia o da un’infermiera d’ospedale. Si rischia, soprattutto in terra nostra, dove abbondano banche, uffici fiduciari e qualche finanziere d’alto bordo, di essere presi per matti. L’unica via che rimane allora, per osare scorrettezze e sparigliare le carte di luoghi comuni venduti come assiomi, è quella di pescare in casa d’altri e trarre qualche considerazione.
Il tema-cocktail dell’imposizione fiscale, degli sgravi fiscali, della tassa globale, dei condoni fiscali o della concorrenza fiscale è all’ordine del giorno un po’ ovunque. Sarà congenito alla politica creativa ma, bisogna pur dirlo, appare, con asfissiante monotonia, come l’unica idea o il magico abracadabra che si riesce a esprimere per rimettere in sesto la baracca. Non ci si preoccupa d’altro. Ad esempio, delle enormi e crescenti discrepanze di reddito o della disoccupazione strutturale.
Guardiamo quindi alla Germania, ma in modo diverso da quello che la Svizzera ha fatto sinora. Il nuovo governo ha subito annunciato una vasta riforma fiscale che prevede alleggerimenti d’imposta per 24 miliardi. La quale stenta però a decollare. Una approfondita inchiesta svolta su questa proposta nel quadro del Deutschland-Trend (v. www.infratest-dimap) rileva che una consistente maggioranza di cittadini tedeschi (58 per cento, contro il 38 per cento) è contraria ad una riduzione delle imposte. Con una motivazione precisa: perché si rischia di aumentare ancora il debito pubblico.
Dall’inchiesta emergono fatti singolari: gli stessi sostenitori dell’attuale coalizione governativa (centro-destra) sono in maggioranza contrari; i cittadini con redditi medi e superiori sono molto più contrari (69 per cento) dei cittadini con redditi inferiori ai 1500 euro mensili, che avrebbero poco o niente da guadagnarci. Esito quasi incredibile, politicamente scorretto. Esito forse inimmaginabile in casa nostra (anche se due nostre votazioni sugli sgravi lasciano qualche dubbio). Contano però le considerazioni, rilevate dall’istituto che ha svolto l’indagine. Una inaspettata maturazione civica: il problema è sempre meno quello della riduzione delle imposte o della concorrenza fiscale ed è sempre più quello dell’impoverimento dello Stato, delle collettività territoriali, dell’equilibrio rigoroso tra ventilati sgravi fiscali, possibilità di investimenti nelle infrastrutture pubbliche, nella formazione e nella ricerca e livello dell’indebitamento. Un inimmaginabile realismo, poi: la crisi è tutt’altro che superata (lo pensa il 64 per cento dei tedeschi); bisogna quindi dare priorità assoluta a un sistema di ridistribuzione e di spese pubbliche più che mai essenziale e al “patto per il lavoro”, bisogna garantire protezione e coesione sociali perché là sta la democrazia. Sembra rovesciarsi persino l’assioma che è necessario creare nuovamente ricchezza per poter distribuire. Si ritiene invece che occorre usare la ricchezza esistente se si vuol crearne dell’altra e salvare l’uomo.
Un altro studio condotto in Gran Bretagna dalla geniale New Economic Foundation (v. www.neweconomics.org), basato sulla metodologia del “Social Return on Investment” (in parole povere: quale ristorno sociale, e non solo di reddito economico, posso avere da un investimento), sarà molto inglese ma è illuminante per diversi aspetti. Si capovolgono i criteri con cui valutiamo i nostri apporti alla società, che non possono essere solo di crescita economica, di guadagno o redditività, ma di essere-bene sociale, umano, ambientale. Si dimostra, in tal modo, che una determinata attività può aggiungere nella comunità un valore che è di gran lunga superiore a quello solitamente ridotto al “quanto vali” in guadagno, stipendio, bonus. Esemplifichiamo, sintetizzando. Nella analisi britannica i finanzieri della City risultano distruttori e non creatori di ricchezze: per ogni euro che creano ne distruggono sette. I peggiori sono comunque i consulenti fiscali (e, nel bilancio politico-sociale, la nostra storia recente lo conferma), quelli che permettono a privati e società di evitare imposte, sottraendo alla comunità risorse essenziali: distruggono infatti 47 volte più ricchezze di quante ne creano. Le maestre dell’infanzia (formazione) o le infermiere d’ospedale (salute) o chi si occupa del riciclaggio (ambiente) generano invece ricchezza circa dieci volte superiore rispetto alle retribuzioni che sono loro concesse. È ovvio, anche questo è un metodo politicamente scorretto, soprattutto quando si continuano a privilegiare le speculazioni dei finanzieri e i bonus dei manager.
Dovrebbe comunque indurre a rispettare di più docenti, personale medico, netturbini. O, come fa la brava consigliera Widmer-Schlumpf, a ritenere ormai ipocrita la distinzione tra evasione e frode fiscale. Opinione sino all’altro ieri politicamente scorretta.
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Tuesday, 09-03-10 11:45
Ffs: aumenti salariali individuali
Berna –Nel 2010 le Ferrovie federali svizzere metteranno a disposizione lo 0,5 per cento della massa salariale per aumenti individuali. I 27 mila dipendenti riceveranno inoltre un premio unico «quale ringraziamento e riconoscimento per le buone prestazioni fornite l’anno scorso». Chi ha un tasso di occupazione pari almeno al 50 per cento riceverà 650 franchi, mentre chi lavora di meno avrà diritto alla metà di tale somma, hanno comunicato oggi le Ffs. Gli aumenti salariali sono stati fissati da un tribunale arbitrale paritetico, chiamato in causa alla fine del 2009 dopo la rottura delle trattative con i sindacati. Secondo le Ffs, il risultato è «buono ed equilibrato». Anche il sindacato transfair si dice soddisfatto: calcola infatti un aumento salariale complessivo dell’1,3 per cento, superiore allo 0,8 per cento fissato inizialmente come tetto massimo dalle Ffs. Meno contento, invece, il Sindacato del personale dei trasporti (Sev): considerando il buon risultato d’esercizio, deplora che non vi sia stato un aumento generalizzato delle retribuzioni. Tuttavia, accoglie positivamente i miglioramenti per i salari bassi.
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Tuesday, 09-03-10 11:44
Le imprese sono predominio assoluto degli uomini
New York – Il mondo delle imprese è ancora predominio assoluto degli uomini, tanto che la parità uomo-donna «resta ancora un mito». A decretare il divario che ancora divide i generi è l’ultimo rapporto del Forum economico mondiale (Wef), pubblicato ieri, che piazza la Svizzera al 13esimo rango, su 134 Paesi esaminati. Per la Confederazione il dato è immutato rispetto alla classifica pubblicata un anno fa. I primi dieci Paesi nella graduatoria sono, nell’ordine, Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca, Irlanda, Filippine e Lesotho. A livello internazionale i risultati dell’indagine su 600 società, pubblicata in occasione della festa della donna, rappresentano «un campanello di allarme sul fatto che il mondo aziendale non sta facendo abbastanza per raggiungere l'uguaglianza tra genere maschile e femminile», sottolinea Saadia Zahidi, coautrice del rapporto. Guardando ai settori di attività, sono i servizi quelli che a livello mondiale contano più dipendenti donne. In particolare, all’interno di questo comparto, i servizi finanziari e le assicurazioni sono decisamente rosa (60%).
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Tuesday, 09-03-10 11:42
Donne e lavoro,‘le mimose non bastano’
Vpod: parità ancora lontana. L’esempio degli asili nido
Avanti così, si va indietro. Le donne guadagnano il 19,3 per cento in meno rispetto agli uomini. Nel 2006, secondo i dati forniti dall’Ufficio federale di statistica (Ust), la differenza era del 18,9%. Un peggioramento «allarmante», secondo il sindacato svizzero dei servizi pubblici e del sociosanitario (Vpod), che non si verificava dal 1996.
Sindacato che, in occasione della giornata internazionale della donna, ha voluto attirare l’attenzione su un settore prevalentemente femminile che presenta una «grave situazione salariale»: gli asili nido. E lo ha fatto consegnando, a mo’ di simbolo, delle mimose al personale dell’asilo ‘Latte e miele’ di Castione. «Studi scientifici e dibattiti l’8 marzo non bastano per cambiare lo stato delle cose. È necessario discutere il tema apertamente in pubblico – hanno detto alla stampa le sindacaliste Rezia Boggia e Mara Rossi – e agire per migliorare concretamente questa grave situazione». Le donne guadagnano meno, è stato fatto rilevare, non perché producono meno sul lavoro, ma «perché per un lavoro di pari valore sono retribuite meno; perché spesso sono impiegate a tempo parziale (il 57% delle donne attive professionalmente, contro solo il 12% degli uomini); perché lavorano in settori con stipendi più bassi; perché le loro opportunità di carriera sono ridotte». Una situazione oltretutto illegale, dato che la Costituzione dal 1981 vieta qualsiasi discriminazione anche a livello salariale. Il sindacato ritiene «inaccettabile che in uno dei Paesi più ricchi del mondo esistano ancora disparità di questo livello».
Sugli asili nido la Vpod aveva puntato i riflettori già due anni or sono quando, assieme all’Unione sindacale svizzera (Uss), aveva lanciato una petizione. Al governo si chiedeva di aumentare sia il numero di queste strutture, sia i sussidi per finanziarle e dare alle operatrici stipendi «dignitosi». Stando a un rilevamento della Divisione dell’azione sociale, infatti, nel 2007 gli stipendi erano «bassissimi, alcuni sotto il minimo vitale: 1’900 franchi al mese per personale formato occupato a tempo pieno, addirittura 1’200 franchi per personale non formato». Oggi in Ticino ci sono 45 asili nido, per 290 posti di lavoro a tempo pieno e «la situazione non è certo migliorata, anzi». I Comuni che dovrebbero finanziare le strutture per un terzo (lo prevede la Legge sulle famiglie del 1° gennaio 2006), investono «meno del 10%». Nel 2009 la Vpod si era rivolta alla Commissione tripartita in materia di libera circolazione «per denunciare la grave situazione di dumping salariale in questo settore». Si stanno dunque attendendo «sviluppi sia dei politici che stanno vagliando il contenuto della petizione, sia dall’ispettorato del lavoro che sta verificando in tutti i nidi la situazione di ogni operatrice». La voce... rosa potrà essere fatta sentire sabato 13 marzo a Berna, tappa svizzera della terza Marcia delle donne che si svolgerà in tutto il mondo fino al 17 ottobre contro povertà e violenza. Dal Ticino saranno organizzati viaggi in bus; iscrizioni ai sindacati Unia a Locarno o Vpod a Bellinzona.
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Tuesday, 09-03-10 11:41
Voto Lpp: la fiducia va ricostruita
Berna – «Un’umiliazione per il Consiglio federale» (Blick) che ricorda la battaglia della Beresina (24 Heures). I principali quotidiani della Svizzera interna non hanno dubbi all’indomani del chiaro no popolare all’abbassamento del tasso di conversione. Governo, parlamento e ambienti economici sono invitati a fare un mea culpa per ripristinare la fiducia ed evitare che vengano compromesse altre riforme delle assicurazioni sociali.
All’origine della bocciatura della revisione della Legge sulla previdenza professionale «vi è l’insicurezza derivante dalla situazione economica generale, nonché la rabbia per i bonus in particolare», scrive la Neue Luzerner Zeitung. In questo contesto – aggiunge – la popolazione non era disposta ad accettare una riduzione delle rendite. Sulla stessa lunghezza d’onda la Basler Zeitung, secondo cui «l’uomo della strada si è rifiutato di pagare per gli errori commessi dai manager». ELe Matin ascrive il responso delle urne al malumore, originato dalla débâcle di Ubs negli Stati Uniti.
Per il Quotidien Jurassien, il cui cantone ha registrato il tasso di no più elevato (85%), la votazione evidenzia una mancanza di fiducia nel settore finanziario. Secondo il Tages-Anzeiger, la credibilità degli assicuratori privati è fortemente compromessa a causa della mancanza di una regolamentazione degli utili, imputabile a governo e parlamento. «Non si può avere fiducia in un sistema poco trasparente», sottolinea pure la Berner Zeitung.
La Neue Zürcher Zeitung osserva che è un’impresa ostica convincere la popolazione della necessità di una riduzione delle rendite. Per questo motivo – prosegue – non è stato saggio proporre un’ulteriore riduzione del tasso di conversione dopo quella avviata nel 2005. «É stata una soluzione apparentemente troppo semplice per essere onesta», scrive il 24 Heures, aggiungendo che il problema del finanziamento delle rendite non è comunque risolto.
Alcuni giornali guardano anche al futuro di altre riforme. «L’11 a revisione dell’Avs non avrà chance in una votazione popolare, qualora dovesse essere improntata soltanto alla riduzione delle prestazioni», scrive il Landboten di Winterthur. Secondo Le Temps, la situazione è invece diversa per la revisione dell’assicurazione disoccupazione, a condizione che vengano eliminate le misure più drastiche: «Non è affatto scontato che la sinistra incassi una nuova vittoria».
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Tuesday, 09-03-10 02:22
Salve sentivo parlare di dal presidente dell'unia di andare prima in penzione,ma prima dobbiamo vedere se una persona ci puö arrivare a vedere la penzione,io ho lavorato per 28 anni facendo il pittore,dopo tanti anni di lavoro mi sono rotto la schiena,e con tutti i documenti,lastre dei Dottori Svizzeri mi anno riconosciuto solo il 24% dell'invalidita e non prendo neanche una rappa di soldi,con la mia salute sono distrutto ,lavoro non me posso piü trovare ho 52 anni mi anno messo da parte perchè non servo piü perö le tasse li devo pagare lo stesso anche se non mi danno neanche una rappa,e quä si parla di andare prima in penzione,a me mi anno mandato in penzione ma senza soldi queste cose non vengono mai dette perchè la Svizzera vuole fare vedere sempre la faccia pulita in televisione,e anche sui giornali e dopo ci sono piü inbrogli in Svizzera,che in tutto il Mondo,dove trovi il sindacato che ti aiuta in Svizzera mi fate sapere qualcosa perchè sono 30 anni che vivo in Svizzera e non ho mai visto una sigla sindacale che fa sciopero per i lavoratori che danno il culo per la Svizzera e ti ripagano con un calcio in culo quando non servi piü.distinti saluti a tutti
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Monday, 08-03-10 09:41
Quello che il Pil non ci dice
Da una ventina d’anni gli esperti sono alla ricerca di indicatori alternativi a quello economico
di Ronny Bianchi
Da diversi anni gli economisti si interrogano sull’attendibilità del Prodotto interno lordo (o prodotto nazionale lordo) quale indicatore attendibile della prosperità e dello sviluppo di un paese. Il presidente francese Sarkozy ha dato mandato a un gruppo d’esperti guidati dal premio Nobel Joseph Stiglitz di pensare a uno o più indicatori alternativi e anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ammette che spesso è inadeguato.
In sintesi il Pil misura, sommando, tutta la produzione di beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese da tutti gli agenti economici generalmente durante un anno. Il suo sviluppo risale a dopo la seconda guerra mondiale quando con l’introduzione delle teorie keynesiane divenne necessario poter quantificare con precisione l’intervento pubblico all’interno del sistema economico. Con il passare degli anni gli strumenti di contabilità nazionale sono andati affinandosi e oggi sono realmente in grado di dare una visione attendibile delle dinamiche economiche di un paese. Ma purtroppo non è in grado di misurare tutto.
Stesso risultato situazione diversa
Prendiamo due paesi, A e B con 100 abitanti ciascuno e con un Pil di 1000 franchi, hanno cioè prodotto 1000 franchi di beni e servizi finali. In apparenza questi due paesi hanno una situazione economica identica. Se però andiamo un po’ più a fondo nella nostra analisi vediamo che nel paese A 20 persone sono disoccupate e dispongono di un reddito molto basso, mentre nel paese B tutti hanno un lavoro e il loro reddito è esattamente di 10 franchi. Il primo punto debole del Pil è che non è in grado di dirci nulla sulla distribuzione dei redditi tra gli abitanti. Per capire che vivere nel paese B è probabilmente meglio che nel paese A è necessario fare altre analisi (ad esempio indice di Gini) che non sempre sono disponibili e facilmente accessibili.
Se proseguiamo nella nostra analisi dei due paesi scopriamo che nel paese A l’autoproduzione copre una parte importante dei bisogni: la maggior parte della popolazione ha un giardino dove coltiva la maggior parte degli alimenti e delle fibre per produrre i propri abiti. Inoltre, gli abitanti si scambiano molti servizi: cura dei bambini, lezioni private, sostegno agli anziani, scambio di lavori. Hanno quindi sviluppato importanti legami si solidarietà che non esistono nel paese B.
Ma allora è meglio vivere nel paese A o in quello B? Difficile scegliere e inoltre scopriamo che il Pil non considera la ricchezza non monetaria prodotta. Nelle discussioni tra economisti si parla spesso di economia sommersa che il Pil non riesce a calcolare. Essa però non è solo legata ad attività criminali, ma spesso si tratta di forme di scambi economici non monetari. Se il mio amico pittore viene il sabato ad aiutarmi a ridipingere l’appartamento e io in cambio l’aiuto a compilare la dichiarazione dei redditi è un’attività corretta che tuttavia il Pil non è in grado di valutare.
Ma proseguiamo con la nostra analisi. Il paese A deve consacrare una parte importante del Pil alla riparazione dei danni dovuti a un terremoto, mentre il paese B prosegue nella sua normale attività economica ed è libero di investire per migliorare il livello di istruzione, il servizio sanitario o la rete di trasporti pubblici. Se prendiamo il Pil (identico) dei due paesi vediamo che non è in grado di dirci nulla (o troppo poco) sulle spese che servono a riparare i disastri naturali e quelle che invece migliorano la vita della popolazione.
Ha anche altri due punti deboli. Non è in grado di dirci se un paese sta distruggendo le sue risorse naturali (ad esempio non fa distinzione tra un paese che utilizza in larga misura energie rinnovabili e uno che produce elettricità con centrali a carbone), ma soprattutto non ci dice nulla sul benessere generale di una popolazione rispetto a quella di un altro paese.
Alternative complesse
In realtà molte delle informazioni che il Pil non ci fornisce, possono essere reperibili altrove. Ad esempio esistono ottimi strumenti per verificare la distribuzione del reddito, o sull’efficienza del sistema sanitario. Il problema in discussione è però un altro e cioè la possibilità di disporre di un indicatore regolare e completo sul “benessere” di un paese.
Alla fine degli anni ’80 ci furono i primi tentativi di offrire degli indicatori che non fossero prettamente economici, come l’Indice della salute pubblica (Iss) elaborato negli Usa, che considera la mortalità e la povertà infantile, l’utilizzazione di droghe, i suicidi e le gravidanze nelle adolescenti, la disoccupazione, il salario, l’accesso alle cure mediche, i crimini violenti, gli incidenti stradali causati da eccesso di alcool e l’accesso a un alloggio decente a prezzi equi. I risultati (vedi grafico) sono stati sorprendenti e mostrano un andamento opposto tra Pil e Iss. Nel 2004 due ricercatori francesi hanno applicato lo stesso indice ai vari dipartimenti ottenendo risultati simili a quelli americani.
Ad imporsi è però l’Indice dello sviluppo umano, elaborato nel 1990 dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo e che considera tre variabili: la speranza di vita, il tasso di scolarizzazione e il reddito per abitante che viene calcolato ogni anno per tutti i paesi. Nel 2009 questo indice era guidato dalla Norvegia, seguito dall’Australia mentre la Svizzera si è piazzata al nono posto dopo la Francia e prima del Giappone. Agli ultimi posti abbiamo invece Sierra Leone, Afghanistan e Niger, un indice quindi non molto diverso da quello del Pil.
Per considerare l’ambiente – un fattore indubbiamente importante non solo da un punto di vista ideologico ma basilare, ad esempio per la salute dei cittadini – due ricercatori dell’università della Colombia britannica, hanno elaborato l’Indice dell’impronta ecologica (vedi figura 2) che oggi è calcolato annualmente dal Global Footprint Network con sede a San Francisco. In sintesi considera, in ettari globali, la superficie di terra biologicamente produttive necessarie a una popolazione per nutrirsi, vestirsi, soddisfare il consumo di energia, costruire le sue infrastrutture e riciclare gli scarti. Questo indice ci dice che un abitante del Bangladesh dispone di 0,6 ettari, un europeo di 4,9 e un americano di 10 ettari. In totale oggi ‘utilizziamo’ 1,5 pianeti, il che è insostenibile sul lungo periodo.
Un altro indice “carino” è l'Happy Planet Index (vedi figura 3) elaborato dal Wellsbergin Center di Londra, che moltiplica la speranza di vita per il grado di soddisfazione degli abitanti e lo divide per l’impronta ecologica. L’obiettivo è quello di valutare l’efficacia ecologica con la quale una società si procura un buon livello di vita. Come evidenzia il grafico sembra esistere una correlazione negativa tra andamento del Pil e questo indice, soprattutto per le prime due potenze economiche mondiali, Stati Uniti e Cina.
In realtà pensare di sostituire il Pil come indicatore della ricchezza di un paese è estremamente difficile per diversi motivi, ma soprattutto perché rimane uno strumento indispensabile per impostare la politica economica di un paese con dati attendibili e reali.
Come detto, l’opinione condivisa è che il Pil non ci dice tutto, ma rimane molto difficile trovare delle alternative praticabili. Probabilmente in futuro si istituzionalizzeranno indici, che potranno fornirci indicazioni complementari a quelle prettamente economiche del Pil. Indicatori che saranno utili anche per le strategie di politica economica, perché è evidente che la gente preferirà vivere in un paese ‘felice’, pulito, equo, piuttosto che in uno dove assieme alla ricchezza crescono anche i disagi. Ma le indicazioni diverse che ne scaturiranno potranno diventare complementari e utili anche per le scelte politiche ed economiche. L’ambiente, il livello di vita, la cultura, potrebbero diventare altrettanto importanti del mercato.
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Monday, 08-03-10 09:40
Sonora batosta
La reazione più sincera è parsa quella del co-presidente del sindacato Unia, Andreas Rieger, che a caldo ieri si è detto «sorpreso» del successo del referendum contro il taglio del tasso di conversione nella previdenza professionale. La norma – che riguardava tutti i salariati obbligatoriamente affiliati al cosiddetto secondo pilastro – è stata respinta con il 74 per cento di voti contrari. Una sconfitta più secca di quanto ci si aspettasse per tutti coloro che avevano sostenuto, dato il progressivo aumento della speranza di vita, la necessità di abbassare il tasso di conversione (cioè la percentuale del capitale accumulato trasformata in rendita annua) al 6,4 per cento a partire dal 2015.
Carobbio e Cassis: due analisi opposte
«La popolazione è preoccupata per il futuro delle proprie rendite, anche perché negli ultimi anni è mancata la trasparenza per quanto riguarda la gestione di fondi delle casse pensioni», è il primo commento espresso ieri dalla consigliera nazionale socialista Marina Carobbio. Per esempio, spiega la signora Carobbio, la gente «si è accorta che gli investimenti borsistici portano solo al guadagno di pochi e mettono a repentaglio le rendite. In realtà la situazione delle casse pensioni non è così drammatica come è stata descritta, quindi la popolazione non ha ritenuto necessaria questa riforma».
Secondo il consigliere nazionale del Plr, Ignazio Cassis, invece, «ha prevalso la sfiducia verso le compagnie assicurative, quale riflesso della larga sfiducia verso le banche e anche verso il Consiglio federale, che in questa situazione non è stato credibile nei confronti dei cittadini. E questa sfiducia ha fatto sì che moltissimi cittadini non abbiano nemmeno voluto entrare nel merito della questione. Leggo questo voto come una ‘non entrata in materia’: non se ne vuole neanche parlare finché non si è ristabilita una fiducia verso il mondo economico e l’autorità».
Le conseguenze di questo voto sono naturalmente diverse per i due parlamentari. «Penso che non si possano più proporre a livello federale attacchi che mettano in discussione il nostro sistema sociale», sostiene la parlamentare del Ps. «Soprattutto bisognerà garantire maggiore trasparenza, disposizioni più restrittive per gli investimenti delle casse pensioni nei fondi ad alto rischio ed hedge fund, un’autorità di sorveglianza per le casse pensioni. Ma ad una riforma complessiva che metta in discussione le rendite pensionistiche, dico no. Perché proprio i dati forniti anche dalla controparte in questa campagna di votazione, dimostrano che la situazione non è poi così grave, pur tenendo conto dell’evoluzione demografica».
Per Cassis, adesso occorre anzitutto che banche e assicurazioni riguadagnino la fiducia dei cittadini. «Il cittadino non crede più nei grossi istituti, che pensa siano abitati da ladri». Di riforma del secondo pilastro, invece, neanche a parlarne: «Secondo me il cittadino non ha voluto neanche entrare in materia. Ma questo non vuol dire che abbia detto no al sistema del secondo pilastro.
Quindi occorre, primo, riconquistare la sua fiducia. Secondo, il Consiglio federale deve mettere in atto un’offensiva di comunicazione ed intervenire se l’autoregolazione di banche ed assicurazioni non è sufficiente. E terzo, il problema demografico rimane, la riforma è necessaria e il Parlamento dovrà tornarci su quando magari vi sarà più fiducia. La lezione da trarre è che il Parlamento deve trovare il consenso per risolvere problemi complessi come questo, perché altrimenti si continuerà ad usare la democrazia diretta e i voti non saranno mai di merito ma di principio».
Le reazioni del mondo politico ed economico
Gli oppositori alla riduzione del tasso di conversione hanno strumentalizzato la crisi di fiducia generale, ha affermato in un comunicato il Plr. Questo ‘no’ popolare, secondo il partito di Fulvio Pelli, non fa che rimandare a più tardi il problema del secondo pilastro e penalizza i lavoratori che pagano le quote e i giovani: le ricette della sinistra e dei sindacati non potranno assicurare le rendite a lungo termine.
Per il Ppd, il capogruppo Urs Schwaller invita la sinistra a prendersi le sue responsabilità.
La speranza di vita aumenta; e allora spetta alla sinistra trovare una soluzione per assicurare alle casse pensioni rendimenti sufficienti. Anche per il senatore friburghese, comunque, il risultato del voto è il frutto di una mancanza di fiducia. Socialisti, ecologisti e sindacati esprimono unanimi lo stesso concetto di fondo: il ‘no’ dei cittadini è un segnale di sfiducia e contro altri peggioramenti della socialità. I commenti degli assicuratori, dell’Unione degli imprenditori e di Economiesuisse ricalcano quello del Plr: il problema è solo rinviato.
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Monday, 08-03-10 09:40
Uno schiaffo storico sul quale meditare
di Edy Bernasconi
Il no alla riduzione dell’aliquota di conversione del capitale del secondo pilastro era atteso. Il risultato dello scrutinio è però andato oltre le previsioni. Nessun cantone ha accettato la proposta di Consiglio federale e Parlamento e la percentuale dei contrari ha superato il 70 per cento (ha addirittura rasentato l’80 per cento in Ticino). Il voto contrario non ha sorpreso neppure i sostenitori della correzione dell’aliquota: i partiti borghesi compresa l’Udc, fatta eccezione per alcune sue sezioni cantonali, e gli ambienti economici a cominciare dai gruppi assicurativi, che erano quelli più direttamente interessati. Sulla scelta della maggioranza degli elettori ha sicuramente giocato un ruolo importante il clima di sfiducia verso il mondo politico legato alle vicende che hanno toccato il mondo finanziario, dal caso Ubs a quello dei ‘paracadute dorati’ versati ai manager. Lo sdegno dei cittadini si estende alla classe politica in generale e al governo in particolare ai quali vengono imputate risposte deboli e inadeguate. La spiegazione, tuttavia, non può fermarsi qui. Il no al ritocco delle aliquote del secondo pilastro va ad aggiungersi a un altro responso popolare negativo, quello sulla revisione dell’Avs di qualche anno fa. È possibile che, come sostenuto da taluni, abbia prevalso il voto di pancia e dunque la difesa dei diritti acquisiti rispetto ad un ragionamento razionale sul futuro equilibrio finanziario degli enti previdenziali. La scarsa trasparenza delle assicurazioni private, alle quali è affidata gran parte della gestione dei capitali del secondo pilastro, non ha però aiutato i sostenitori del sì. Non va neppure dimenticato che, mentre il popolo era chiamato alle urne per esprimersi sulla Lpp, le Camere stanno affrontando due pesanti ‘dossiers’ come quelli della già citata Avs e della legge sulla disoccupazione. La tendenza che si sta affermando su questi due temi mira a raggiungere un consolidamento delle istituzioni sociali principalmente, se non quasi esclusivamente, scaricando sugli assicurati tutto il peso delle riforme necessarie. Soprattutto sulla questione della disoccupazione, se non vi sarà un cambiamento di indirizzo attraverso la ricerca di un consenso che oggi non c’è, sinistra e sindacati sono pronti a lanciare un altro referendum, intenzione che il risultato di ieri non farà che rafforzare.
È stato invece un voto senza storia quello sul nuovo articolo costituzionale che pone basi più certe per la ricerca condotta sull’essere umano, basi attese da tempo non solo dall’industria medico-farmaceutica ma anche dal settore pubblico. Come non ha fatto storia il rifiuto della proposta di obbligare i cantoni a istituire la figura dell’avvocato degli animali.
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Monday, 08-03-10 09:39
Festa e dibattito nella Pittureria delle Officine di Bellinzona
Il 7 marzo 2008 gli operai incrociarono le braccia contro la ristrutturazione
Il popolo delle Officine è tor¬nato ad occupare, questa volta pacificamente, la mitica Pitture¬ria. Due centinaia di perone han¬no risposto all'appello della neo¬nata «Associazione giù le mani dalle Officine» che sabato ha or¬ganizzato una festa per ricorda¬re lo storico sciopero di due an¬ni fa contro la ristrutturazione ed il relativo taglio d'impieghi allo stabilimento industriale di Bel¬linzona. Il mese di agitazione, co¬me si ricorderà, si concluse con un successo degli operai che, gra¬zie anche l'ampio sostegno po¬polare ed istituzionale, costrin¬sero i vertici delle FFS ad aprire un tavolo d trattaive nella quale si sono gettate le basi per la so¬pravvivenza e lo sviluppo delle Officine. La festa è stata precedu¬ta da un dibattito sul tema «Co¬struire assieme uno sviluppo in¬dustriale: una possibile via d'usci¬ta dalla crisi economica».
(corriere del ticino)
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Monday, 08-03-10 09:39
Polo tecnologico, ‘poca volontà politica’
Iniziativa popolare sulle Officine Ffs, le conclusioni dello studio Supsi chiesto dal governo. Oggi viene consegnato a Sadis
MA.MO.
A due anni dallo sciopero delle Officine Ffs di Bellinzona, quest’oggi il gruppo di cinque professori e ricercatori Supsi incaricato dal governo ticinese di eseguire uno studio di fattibilità sulla proposta di creare in città un polo tecnologico nel settore dei trasporti, consegnerà i risultati alla consigliera di Stato Laura Sadis. E con essa li discuterà.
La proposta era stata lanciata dai lavoratori dello stabilimento durante la mobilitazione ‘Giù le mani dalle officine’ tramite un’iniziativa popolare sottoscritta da 15 mila persone. L’iniziativa è da mesi ferma in governo e parlamento con la mozione presentata dal sindaco e granconsigliere Brenno Martignoni. La Commissione della gestione vuole conoscere i risultati dello studio prima di esprimersi all’indirizzo del plenum.
Sabato scorso il coordinatore del gruppo Supsi, il professor Roman Rudel, durante la conferenza intitolata “Costruire insieme uno sviluppo industriale: una possibile via d’uscita dalla crisi economica” organizzata in pittureria con una festa popolare per sottolineare i due anni dall’avvio dello sciopero, ha dato alcune anticipazioni. «Sono conclusioni in chiaro-scuro». Preoccupante un dettaglio: «L’accesso ai dati è stato favorito dal comitato di sciopero ma non dalla controparte. Non abbiamo potuto operare in piena libertà, quasi fossimo sotto controllo. Ancora oggi non sappiamo se ci sia stato dato accesso a tutti i dati necessari per poter radiografare lo stato di salute delle Officine».
Quel che risulta chiaro è che «il processo di miglioramento della produttività era iniziato già prima dello sciopero, ma con investimenti privi di logica e basati su indicazioni date da consulenti esterni. Episodi isolati che non davano coerenza alla struttura e nemmeno la necessaria importanza alla clientela. Il lavoro veniva svolto con competenza ma ai piani alti mancava una reale e precisa concezione del committente. Una situazione decisamente ‘particolare’ per un’azienda di medie-grosse dimensioni». In questo contesto «non si riesce a capire come la direzione delle Ffs fosse giunta due anni fa alla decisione di chiudere». Sciopero e mobilitazione – seguiti dai miglioramenti all’ufficio clienti e nella gestione dei processi lavorativi – hanno dimostrato che era una decisione sbagliata.
La Supsi ha inoltre scoperto un ‘effetto marketing’ della mobilitazione: i clienti non solo apprezzano la qualità del lavoro svolto «ma considerano lo sciopero un elemento di forte attaccamento dei lavoratori all’alto livello di prestazione offerta». Senza entrare troppo nei dettagli, Rudel ha rilevato che lo studio «ha individuato nuovi prodotti e servizi qui facilmente implementabili senza grandi investimenti».
Già. Ma vi sono le premesse per realizzare un polo tecnologico che formi specialisti in collaborazione col mondo accademico? «Purtroppo – ha risposto il professore – non vedo una forte volontà politica di andare in questa direzione. Non vedo una relazione col mondo dello sviluppo. L’autorità politica, stando a quanto da noi accertato, è chiusa in una gabbia ideologica e ha paura d’intervenire per salvare l’industria dopo aver messo tanti soldi per salvare le banche».
Quello che pochi minuti prima di Rudel, sabato in pittureria, avevano ben descritto gli economisti Mauro Baranzini e Christian Marazzi – e cioè che la Svizzera e molte altre nazioni, Usa in testa, si stanno svenando per salvare le banche sull’orlo del fallimento a causa degli errori della finanza – il coordinatore del gruppo Supsi lo ha tradotto in una parola: «Pessimismo. Perché oltre alle barriere ideologiche vedo anche, nella politica, una mancanza di competenza generata dalla pratica del ‘meno Stato’».
Competenza che invece viene «espres- sa quotidianamente da chi opera alle Officine con risultati riconosciuti a livello internazionale», ha concluso Rudel: «Come oltralpe i politecnici lavorano con i grandi gruppi industriali, auspichiamo che anche la Supsi possa e sappia lavorare con le Officine. Ma, per come stanno le cose oggi, sembra quasi che le Officine scottino. Nessuno le vuole toccare. Eppure giocheranno un ruolo chiave nell’era post-petrolio». E questo proprio a Bellinzona – ha paradossalmente rilevato sabato l’oncologo Franco Cavalli – dove la politica cantonale ha investito, e investirà ancora, svariati milioni per creare, sostenere e sviluppare il biopolo.
Il giornalista e sociologo del lavoro, Sergio Agustoni, ha dal canto suo ricordato che nel 2013 Ffs Cargo dovrà rinegoziare il contratto con le Officine di Bellinzona. Le quali, incorporate nella sezione viaggiatori, si ritrovano oggi a gestire la partita su un livello di competizione più elevato, e spietato, con gli stabilimenti gemelli d’oltralpe. Gianni Frizzo, operaio e presidente del Comitato di sciopero e dell’associazione ‘Giù le mani...’, evidenzia infine che «in questo momento c’è lavoro e abbiamo bisogno di nuova manodopera. Se non si soddisfano queste esigenze, c’è il rischio di perdere in futuro commesse preziose».
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Sunday, 07-03-10 21:14
Fantasia sugli scaffali
per combattere la crisi
Mauro Spignesi
Contro la crisi, contro il calo delle vendite, contro la latitanza dei clienti, scende in campo la fantasia. Ed ecco, allora, arrivare nuove associazioni, tessere sconto, campagne pubblicitarie, promozioni mirate. Perché per far risalire i fatturati dei negozi servono soprattutto le idee. Chi ha quelle vincenti, ha più possibilità di sopravvivere. “Bisogna scrostare via quel blocco psicologico, quella paura che assale la gente e la tiene lontana dagli acquisti”, racconta Domenico Chiefari, che insieme a un gruppo di colleghi ha fatto esordire qualche giorno fa la “Cle” (Commercianti del Locarnese per eventi). “Noi - riprende - siamo una decina, c’è l’albergatore, la fiorista, il fotografo, l’animatrice, l’architetto d’interni e l’orefice. Chi viene da uno di noi può automaticamente usufruire degli sconti anche degli altri associati nel caso chiedesse un servizio globale. Poi, dettaglio affatto secondario, vogliamo garantire l’assoluta trasparenza dei costi”. Il consumatore, dunque, si conquista anche con nuove proposte. Ma soprattutto “facendo qualcosa di più, lavorando di più, offrendo più momenti per fare shopping”, ha spiegato Carlo Coen, presidente del Gruppo commercianti di Chiasso che da tempo ha dato vita alla manifestazione domenicale “negozi aperti”. Da Locarno a Chiasso, dunque, le iniziative si moltiplicano. E si affiancano a quelle tradizioni con le canpagne di sconti o le tessere fedeltà che ormai quasi tutte le aziende propongono ai loro clienti.
Perché la crisi, nonostante gli indicatori rivelino che c’è una risalita, lenta ma costante, nei negozi si sente. “Chi più, chi meno, ha le sue preoccupazioni. E forse è anche per questo che è difficile mettere insieme gli imprenditori e organizzare manifestazioni”, spiega Paolo Poretti della Società commercianti di Lugano. “Naturalmente - riprende - tutte le iniziative sono benvenute, il problema è quanto si fanno campagne per offrire al consumatore sconti standard. Magari si fissa il 10 per cento, ma c’è il commerciante che ha articoli dove se scende anche poco rispetto al prezzo di partenza è già in perdita”. Comunque, le rassegne hanno sempre un effetto-traino. Anche se non sono organizzate direttamente dai negozianti. Un esempio arriva da Bellinzona, dove il Rabadan ha moltiplicato gli affari. E dove la situazione, come ha spiegato recentemente a “Il Caffè” il presidente dei commercianti Brenno Pezzini, “è relativamente buona anche se c’è molta preoccupazione perché non tutti sanno come andrà a finire quest’anno”.
Ecco: la preoccupazione. Un freno a mano di fronte alla propensione agli acquisti. Si può superare? “Il problema di fondo è uno solo: credere in quello che si fa. Solo così le nostre idee avranno gambe per muoversi, andare avanti”, commenta Nadia Piaggi, dei commercianti del Locarnese (Cle): “Noi siamo affacciati sul Lago Maggiore e vogliamo restare qui. Io penso che la creatività e l’associazionismo siano due importanti leve per battere la crisi dei consumi, liberare le potenzialità imprenditoriali (e da noi sono molte) e contrastare la concorrenza sempre più aggressiva che arriva da Lugano ma soprattutto dall’Italia”. A Locarno propongono una serie di servizi per eventi e cerimonie, dal matrimonio sino alle comunioni, o anche convegni e meeting.
Così, se qualche esperienza positiva affiora, come nel caso di Chiasso e Locarno, resta tuttavia intatta la difficoltà di mettere insieme tanti imprenditori che lavorano in settori diversi. “Questo è un aspetto che non va sottovalutato. Bisogna prenderne atto e insistere”, spiega Arrigo Giordano della Società commercianti del Mendrisiotto: “Le manifestazioni in linea generale sono sempre positive, perché ci si propone al cliente, si promuove il territorio e le sue potenzialità. L’importante è fare fronte comune, mostrarsi tutti d’accordo e andare avanti”. Con fantasia.
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Sunday, 07-03-10 21:14
“Immobiliari e grandi negozi fanno lavorare le ditte estere”
Libero D'Agostino
Porte e finestre di casa, l’impianto elettrico o il tinteggio? Made in Switzerland naturalmente, meglio ancora se in Ticino. L’artigiano di casa nostra innazitutto, prima ancora della convenienza economica, sostengono i ticinesi, compattati in un consenso bulgaro, 73%, da una voglia protezionistica che, a giudicare almeno dalle risposte del sondaggio, più patriottarda non si può. “Non mi meraviglio affatto di questa risposta, ma non è solo protezionismo. La stragrande maggioranza dei ticinesi per questi lavori vuole avere la garanzia di sapere con chi ha che fare, e se c’è, poi, qualcosa che non va a chi rivolgersi” afferma Paolo Senn, presidente dell’Associazione imprenditori pittori. Per gli artigiani ad aprire le porte alle ditte straniere sono oggi soprattutto le grandi catene di negozi e i grossi immobiliaristi.
Certo la concorrenza di ditte “mordi e fuggi”e dei padroncini stranieri c’è eccome, visto che in un anno si perdono una cinquantina di milioni di lavori che vanno a ditte estere, nota Francesco Lurati, presidente dell’Associazione dei fabbricanti di mobili e serramenti: “Ma molti di quelli che si sono affidati a queste ditte, pensando di risparmiare, si sono poi pentiti. Possiamo dire che il grosso della popolazione privilegia le imprese locali anche per una ragione di qualità, di affidabilità nell’esecuzione dei lavori e di rapporto diretto con l’artigiano”. Insomma, i privati, i committenti comuni hanno capito, come dice Senn, “che chi più spende meno spende”, perché alla fine della fiera la qualità significa anche risparmio e, per di più, soldi che restano qui. È soprattutto il meccanismo dell’impresa generale,per la costruzione, ad esempio, di un grande edificio che apre il mercato a ditte che giocano al ribasso coi prezzi. E allora se ne vedono delle belle. Come il caso segnalato da un lettore di un tinteggio, a prezzo stracciato, di una casa con l’isolazione termica fatta direttamente su delle pareti ammuffite, senza ripulirle. Un lavoro da rifare, con altri 100 mila franchi di spesa. Ma se ne vedono anche di brutte: operai stranieri che lavorano sino a 63 ore alla settimana con cantieri aperti pure il sabato: “Si stanno cancellando quei diritti che i lavoratori avevano conquistato 40 anni fa.Una spirale infernale che per forza di cose mette sotto pressione anche le ditte locali. Ma quello che può sembrare un guadagno è una perdita per tutta la società” osserva amaramente Lurati.
La concorrenza si fa sentire persino in un settore come quello degli impianti elettrici per la cui esecuzione ci vuole il certificato federale di maestria. “Ma in generale i piccoli committenti non si rivolgono alle ditte estere. A dare loro i lavori sono soprattutto le grandi catene di negozi e i grossi immobiliaristi che si rivolgono ad ditte di artigiani tutto fare con tariffe sotto prezzo. Oggi arrivano persino dalla Sicilia”, afferma Gianni Albertoni, presidente dell’Aiet, l’Associazione installatori elettricisti ticinesi.
Indubbiamente, riconosce Senn, la concorrenza è servita a calmierare i prezzi: “Ormai le nostre ditte lavorano a costi assai tirati. Tuttavia non si può andare oltre un certo limite”. A preoccupare gli artigiani non sono solo le ditte italiane, ma l’arrivo sempre più frequente di ditte austriache e tedesche con manodopera dell’Est europeo: “ Che non vanno tanto per il sottile - afferma Lurati-. Le imprese italiane, quelle serie beninteso, hanno ormai i nostri stessi prezzi, perché la qualità costa per loro come per noi. Quindi é normale che il ticinese che ristruttura o costruisce casa si rivolga a noi”. Nemmeno Albertoni si meraviglia di quel 73% che preferisce le ditte svizzere: “Perché sa come lavoriamo e dove trovarci se c’è qualche problema”.
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Sunday, 07-03-10 21:13
Quei politici
pagati dalle banche
Loretta Napoleoni
La scorsa settimana un’inchiesta del giornale Das Magazine ha denunciato che personaggi politici svizzeri fanno parte di commissioni bancarie che si riuniscono una o due volte l’anno e per le quali percepiscono anche 70 mila euro l’anno. Ma non si tratta di un compenso, piuttosto è un investimento che la banca fa per assicurarsi che costoro difendano, quando ce ne sia bisogno, i propri interessi in parlamento. Lo stesso fenomeno si riscontra un po’ dovunque in occidente, membri del parlamento britannico sono direttori onorari del consiglio d’amministrazione di molte banche. Negli Stati Uniti poi è normale che le cariche di stato più alte, come il ministro del tesoro ed il governatore della Riserva Federale, vadano ad ex banchieri di Wall Street, gente con alle spalle una brillante carriera nel settore privato. Naturalmente ciò crea un conflitto d’interessi che però, sebbene tutti conoscano, nessuno ha il coraggio di denunciare.
Il pericolo peggiore prodotto dal rapporto incestuoso tra settore privato e politica non è però la corruzione, che sicuramente esiste, nè il conflitto d’interessi, di cui abbiamo avuto prova con il crollo della Lehman Brothers ed il salvataggio della Aig, ma la perdita da parte dello stato di quella posizione di organismo super partes dalla quale perseguiva gli interessi della comunità e non quelli dei singoli gruppi. Gran parte degli squilibri economici degli ultimi vent’anni sono sicuramente relazionati a questo fenomeno. Basta ricordare la storia della Enron che pagò una grossa fetta della campagna elettorale di George W. Bush. In cambio ottenne la deregulation dell’industria elettrica in California. La speculazione selvaggia che seguì, però, porto questo stato sull’orlo della bancarotta e segnò la fine della Enron. Gli interessi delle lobby finanziarie molto spesso non coincidono con quelli delle nazioni perchè queste non hanno una visione di grand’angolo dell’economia come dovrebbero avere i politici, questa la lezione del fallimento della Enron.
Ci troviamo di fronte ad una situazione analoga, le lobby finanziarie occidentali sono riuscite ad evitare una riforma conservatrice della deregulation sfruttando quei legami “professionali” che hanno sapientemente creato con i politici negli ultimi vent’anni. Ciò significa che nulla è stato fatto per evitare che si formi un’altra bolla simile a quella dei muti subprime. Lo ha ricordato questa settimana l’ex braccio desto di Henry Paulson, Paolo Pellegrini, quando ha affermato che i problemi strutturali che hanno creato la grande recessione rimangono tutti irrisolti. Essenzialmente li abbiamo messi da parte indebitandoci ulteriormente. Per il momento la Cina sostiene la ripresa mondiale ma fino a quando potrà esportare in un mercato ormai saturo di prodotti? Lo squilibrio, secondo Pellegrini, continua a poggiare su un assunto surreale: l’occidente si indebita e consuma mentre ad oriente si risparmia e si produce. Se le cose non cambiano, dunque, dobbiamo prepararci per un’altra grande depressione.
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Sunday, 07-03-10 21:12
Per il gruppo Raiffeisen
utile netto e soci in crescita
Utile netto in crescita del 14,4% rispetto al 2008, a 645,4 milioni di franchi. Il gruppo Raiffeisen ha chiuso così l'esercizio 2009. Non solo una tenuta sostanziale dunque ma anche un balzo in avanti negli affari in un momento difficile per l'economia e per la piazza finanziaria svizzera. Il denaro fresco invece ha continuato ad affluire nelle casse della Raiffeisen: i fondi della clientela sono aumentati del 6,4%, a 110,7 miliardi di franchi. L'anno scorso Raiffeisen, terzo gruppo bancario elvetico, si è guadagnato 101'000 nuovi clienti e 70'000 nuovi soci, indica una nota diramata dall'istituto. Raiffeisen contava a fine anno 3,3 milioni di clienti e 1,6 milioni di soci.
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